In questi ultimi dieci anni di ascolto variegato e assiduo degli svariati sottogeneri dell’hardcore e del punk, più di una volta mi sono imbattuto in canzoni acustiche e folk totalmente inaspettate poichè suonate da band insospettabili. In questa nuova rubrica voglio quindi parlarvi di questi semi nascosti, ovvero canzoni ascrivibili al più ampio contesto dell’anarcho folk contemporaneo per sonorità, testi, etica e attitudine, ma composte da band e collettivi musicali impegnati a suonare generi molto diversi dal folk in tutte le sue incarnazioni. In questa prima parte incontreremo tre canzoni pubblicate nel 1988, una nella scena hardcore italiana e due in quella inglese. Per il folk e l’anarchia, buona lettura!
Capite Damnare – They Say It’s Safe (1988)
They Say It’s Safe è una canzone anarcho-folk dei Capite Damnare, collettivo musicale anarcho punk italiano degli anni 80. Una nenia sabbatica e pagana cantata a cappella dalla sola voce femminile che richiama la tradizione folk irlandese, una maledizione nei confronti del progresso ecocida e della civiltà industriale che distrugge la natura e la Terra, una visione apocalittica di disastro post-nucleare, una poesia dannata e allo stesso tempo un lamento funebre per la natura che sta scomparendo sotto i colpi della civiltà dello sviluppo senza fine, dell’artificializzazione e del profitto. Un urlo disperato e rabbioso contro l’avanzata dell’energia nucleare, che all’epoca sembrava ineluttabile e veniva spacciata come una soluzione sicura.
Una sofferta ma lucida disamina di ciò che oggigiorno è sempre più evidente, ovvero che la soluzione per invertire la rotta della devastazione ecologica non risiede in un numero sempre maggiore di interventi tecno-industriali (le luci artificiali come metafora nel testo), ma forse nell’accettare di illuminare l’oscurità della notte con le flebili fiammelle di una candela. La Terra sta urlando, sta a noi ascoltare questo grido e farlo nostro, diventando guerrieri e guerriere per la liberazione totale e la fine della civiltà capitalista.
Perchè tanta gente non sente il pericolo? Il mio cuore è pieno d’ansia per la natura e per l’umanità, per il mio futuro bambino che cresce dentro di me.

Sore Throat – A Bow to a Capital (1988)
Nel 1988 i Sore Throat, band appartenente alla scena hardcore punk inglese più estrema e politica, pubblicano un album monolitico come Unhindered by Talent che diventerà poi una pietra miliare di generi come il grindcore, il powerviolence e il crust. Tra le 52 canzoni che compongono l’album, fa capolino verso la fine una canzone che sembra totalmente fuori posto per atmosfera e sonorità in un disco che è a tutti gli effetti un manifesto di estremismo sonoro per l’epoca. Stiamo parlando della splendida A Bow to Capital, ballad folk che si muove in bilico tra le tradizionali canzoni di protesta e la musica popolare britannica. La versione dei Sore Throat è da brividi, non tanto per la qualità tecnica dell’esecuzione ma per il sentimento con cui vengono cantate le liriche del brano e l’attitudine anarchica della band di Huddersfield, caratteristiche che la rendono una ballata straziante ma al contempo ispirante, piena di rabbia incendiaria; una ballata che si inserisce perfettamente nella tradizione della musica di protesta tipica della working class inglese.
Ma per quanto splendida, si tratta di una cover e non di un inedito; difatti l’originale fu scritta e registrata nello stesso anno dal cantautore Pete Pax e pubblicata nel suo album per nulla politico dal titolo A Jerk-Off in the Face of Capital. Non saprei scegliere quale delle due preferisco, ma sicuramente la versione dei Sore Throat è quella che mi ha spiazzato di più la prima volta che mi ci sono imbattuto. Un brano che nelle diverse strofe se la prende in maniera feroce contro il sistema capitalistico, sottolineando gli orrori e le violenze quotidiane che esso perpretrata ai danni degli ultimi, degli oppressi e della classe lavoratrice in generale. Anziani, madri, malati e uomini e donne che vivono in condizioni di povertà, di dipendenze, di violenze o di marginalità, sacrificati sull’altare del profitto da uno Stato che è primo complice del Capitale. Ma se il potere ci vuole inginocchiati e striscianti, il testo ci indica la via da seguire: i potenti e i padroni dovranno pagare per tutta la sofferenza e l’alienazione inflitta.
In this country of blood and steel
Where capitol makes us crawl and kneel
To a pain we were never ever taught to feel

Chumbawamba – The Diggers Song (1988)
Negli anni Ottanta i Chumbawamba erano sicuramente una delle incarnazioni più originali ed uniche partorite dalla florida scena anarcho punk britannica. Suonavano quello che volevano e come volevano, non limitandosi agli stilemi del genere punk dell’epoca ma pescando a piene mani da differenti influenze e trovando intuizioni personali per sviluppare le loro sonorità. Nel 1988 tutto questo si incarna nella pubblicazione di un disco clamoroso come English Rebel Songs 1381-1984, una raccolta di canzoni e ballate di protesta che copre quasi sette secoli di storia ribelle e musica folk britannica, dedicato a tutti coloro che in ogni epoca storica hanno vissuto l’oppressione sul territorio inglese. The Diggers Song è forse la canzone più famosa, scritta e composta nel diciassettesimo secolo e attribuita a Gerrard Winstanley, leader delle rivolte e delle proteste dei Diggers del 1649. Il testo di questa ballata folk fu pubblicato solamente nel 1894 dalla Camden Society.
Il movimento dei Diggers utilizzò le rivolte e le proteste contro i padroni e i ricchi con l’obiettivo di ottenere il libero accesso alla terra e ai beni comuni. Per fare questo i Diggers non si fecero scrupoli nell’occupare i terreni un tempo comuni che erano stati privatizzati e recintati per lavorarli insieme, senza padroni nè servi, in una forma arcaica di socialismo agrario. Una canzone che i Chumbawamba hanno deciso di riproporre per la sua forza nello smuovere le coscienze e la sua attualità, nonchè per sottolineare una continuità di istanze e lotte comuni a tutti gli oppressi della Storia. Come sottolinea la band inglese nelle note della canzone nell’album, la rivolta dei Diggers dovrebbe insegnarci prima di tutto che un’alternativa di vita non è solo possibile ma anche l’unica per opporsi alla continua rapina e allo sfruttamento imposti dal Capitalismo.
Perchè combattere contro i padroni e i ricchi che limitano sempre di più i nostri spazi di autonomia, che ci opprimono e sfruttano è un impegno da portare avanti con decisione soprattutto nel qui e ora. Facciamo come i Diggers allora, costruiamo l’anarchia rurale e l’autogestione delle nostre esistenze senza padroni e governanti.
With spades and hoes and ploughs, Stand up now, stand up now
With spades and hoes and ploughs, Stand up now
Your freedom to uphold, Seen Cavaliers are bold
To kill you if they could And rights from you to hold

