Una conversazione con Anarcho Herbane Kollektiv su selvatico, sapere erboristico e lotta anticapitalista

Anarcho Herbane è un collettivo che si occupa di erboristeria anarchica, queer e diy, nato nel pieno del lockdown pandemico. L’obiettivo fin da subito è quello di riappropriarsi dei sapere legati alla salute e all’autocura, attraverso il ricorso alle erbe spontanee e all’ancestrale conoscenza erboristica. L’erboristeria non come fine ma come pratica anzitutto anticapitalista e antipatriarcale e che possa promuovere una reale pratica di autodeterminazione e autonomia. L’intervista che segue fatta al collettivo è stata pubblicata originariamente sul numero 77 di Nunatak nell’estate del 2025.

Ciao ragazzx, grazie per aver accettato di rispondere a queste domande.
Vorrei partire chiedendovi come nasce il vostro collettivo e successivamente come vi è venuta l’idea di pubblicare e diffondere la fanzine Punkaggine?


La nostra collettiva è nata nel pieno della pandemia, mentre ci trovavamo sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove ci eravamo “rifugiate” durante le restrizioni alla libertà di movimento (periodo zona rossa 2020).
È stato un periodo in cui abbiamo potuto rallentare, prendere tempo per noi stessx: ci piaceva fare passeggiate per riconoscere e raccogliere erbe spontanee, assaporarne i sapori e sperimentare nuove ricette.
In seguito, abbiamo iniziato a interrogarci su come trovare alternative alla biomedicina e farmaceutica. Sentivamo l’urgenza di approfondire la conoscenza dei nostri corpi e di ripensare l’autogestione della salute al di fuori delle logiche di controllo, con la volontà di sottrarre il nostro benessere alla
totale delega a uno stato (la minuscola è voluta) sempre più repressivo e votato alla sorveglianza.
Molte delle piante commestibili che raccoglievamo avevano anche proprietà medicinali e da lì è nata l’idea di scrivere Punkaggine, nome che prende ispirazione da un’”erbaccia” molto comune e infestante, la Piantaggine, e dal Punk. La diffusione della fanzine è avvenuta in maniera graduale dato che in quel periodo era molto difficile spostarsi, organizzare iniziative e, sopratutto, trovare degli spazi di scambio e condivisione.

Ciò che mi ha incuriosito molto del vostro collettivo è la scelta di identificarvi con le erbacce spontanee, quelle non addomesticate e generalmente considerate selvatiche e infestanti, e quindi problematiche per la cultura della proprietà privata agricola. Quali sono le caratteristiche comunemente affibbiate alle erbacce in cui vi riconoscete e perché ritenete le erbe infestanti un elemento così importante per voi?


Le erbacce, dal punto di vista agronomico, sono piante che interferiscono con la produzione delle colture ‘da reddito’ in quanto occupano spazio, fanno ombra, assorbono nutrienti e l’acqua disponibile nel suolo. In altre parole, disturbano l’ordine, danno fastidio, creano caos e sabotano un sistema agricolo fondato sulla produttività e sul profitto.
Da un punto di vista politico ci siamo riconosciute in loro: riteniamo abbiano un’attitudine profondamente punk e ammiriamo la loro resistenza spontanea e militanza erboristica all’interno di un sistema capitalistico come l’agricoltura intensiva. Anche in città non sono gradite: crescono come e dove gli pare, forti e indipendenti, non si dispongono in file ordinate, infestano e sovvertono l’ordine imposto a giardini e aiuole ben curate.
Oltre al loro essere forti e libere, amiamo le piante infestanti perchè ci offrono cure e sostegno, dimostrando che la salute può sfuggire alla logica del profitto
.

Come vi siete avvicinate nelle vostre vite alla conoscenza erboristica e che significato ha per voi questo sapere in senso anticapitalista, ecologista e anarchico? E’ solo una pratica o l’erboristeria può dare spunti di riflessione e di azione sovversiva all’interno del movimento anarchico in senso più ampio?


Ognuna di noi all’interno della collettiva si è approcciata all’erboristeria anticapitalista in modo diverso. Per noi, è importante sottolineare non solo l’incontro delle nostre conoscenze erboristiche e botaniche, ma anche quello delle nostre prospettive politiche.
L’erboristeria non è il fine ultimo della nostra lotta, ma uno strumento per mettere in discussione le dinamiche oppressive della società capitalista.
Ci piace definirla anarcoerboristeria: intendiamo un approccio all’erboristeria di tipo orizzontale, basato sulla condivisione dei saperi in maniera non gerarchica, in cui si pratica l’autocura, rendendo le persone responsabili della propria salute e in grado di raccogliere o coltivare le proprie medicine.
Attraverso la condivisione delle nostre conoscenze mettiamo in comune le nostre informazioni e risorse per imparare, esplorare e migliorare la nostra salute insieme.
Per noi non esistono gerarchie o sistemi piramidali che detengano il potere della conoscenza: l’erboristeria deve essere aperta e accessibile a tuttx. È la nostra lotta anti-specista e anti-capitalista, dalla conoscenza delle piante comincia l’emancipazione personale, alimentare, farmaceutica e della cosmesi.
Sviluppare l’autoconoscenza e la saggezza erboristica comunitaria ci renderà molto più liberx e consapevolx.
Un esempio di come l’erboristeria può diventare un concreto strumento solidale di azione sovversiva è il progetto Solidarity Apothecary gestito da Nicole Rose, da cui ci piacerebbe prendere ispirazione
.


Il progetto supporta materialmente le lotte rivoluzionarie e le comunità attraverso la distribuzione gratuita di rimedi medicinali a base di erbe e diffondendo saperi sulla loro preparazione, concentrandosi in particolare sul sostegno alle persone che subiscono la violenza dello Stato. Questo include prigionierx, ex prigionierx e le loro famiglie, rifugiatx e richiedenti asilo e altro ancora, organizzando carovane per portare i kit erboristici direttamente nei luoghi di resistenza, come le frontiere. Questo progetto non si limita a una logica assistenzialista, ma mira a rafforzare l’autonomia collettiva, l’autodifesa e la resilienza contro il cambiamento climatico, il capitalismo e la violenza dello Stato, promuovendo la partecipazione attiva attraverso workshop per l’autoproduzione dei rimedi, incoraggiando la pratica di un’autogestione della salute a livello collettivo.

Vi definite un collettivo transfemminista e antispecista. Che ruolo hanno queste due dimensioni all’interno del vostro progetto e che punti d’incontro avete trovato tra il transfemminismo, l’antispecismo, il mondo delle erbe spontanee e l’ancestrale sapere erboristico?


Il transfemminismo e l’antispecismo sono alla base del nostro progetto, poiché ci permettono di affrontare le oppressioni in modo intersezionale e di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e gli altri esseri viventi. Il transfemminismo smantella le strutture patriarcali che limitano l’autodeterminazione dei corpi, mentre l’antispecismo mette in discussione il dominio umano sul non umano e critica l’antropocentrismo, rifiutando ogni gerarchia tra le specie.
Recuperare il sapere erboristico significa sfidare le logiche capitaliste e patriarcali, riaffermando un rapporto di cura collettiva e autogestita.
Vediamo storicamente una connessione tra lo sfruttamento delle persone che si identificano come donne e quello della natura, entrambe relegate a ruoli subalterni dal patriarcato e dal capitalismo, che le hanno ridotte a risorse da controllare, domare, mercificare.
L’ambiente e il selvatico non sono qualcosa da subordinare al dominio umano, ma spazi di autonomia e resistenza da sottrarre alla logica dello sfruttamento. Nel nostro approccio erboristico, opponiamo a questa visione un rapporto basato sul rispetto e sulla reciprocità, lontano dalla logica del
profitto e della mercificazione.
L’antispecismo per noi significa riconoscere il diritto di ogni essere vivente a esistere liberx da sfruttamento e violenza, rifiutando pratiche come la vivisezione e l’uso degli animali non umani nella ricerca farmaceutica. Ci opponiamo a un sistema che sfrutta indiscriminatamente persone, animali non umani e ambiente. Il sapere e la pratica erboristica possono quindi essere intesi come un atto di liberazione, che rifiuta la mercificazione del vivente e promuove un modello di vita basato sull’autodeterminazione, sulla connessione con il selvatico e sul rispetto di ogni forma di esistenza.
Questi principi guidano una visione della salute e della cura che rompe con il dominio patriarcale, capitalistico e antropocentrico, radicandosi nella libertà e nella resistenza.

Anche per questioni lavorative oltre che di ideali, ritengo fondamentale la dimensione del selvatico e del rapporto costante e profondo con esso, distruggendo la dicotomia tipicamente occidentale e moderna tra natura e cultura che pone l’essere umano al di fuori dell’ambiente selvatico. Quali sono le vostre idee o riflessioni su questo tema?


Per noi il selvatico non è qualcosa di separato, ma è una parte intrinseca della nostra esistenza. La dicotomia tra natura e cultura, che viene dalla modernità occidentale, è una costruzione artificiale
che ci allontana dal nostro legame con l’ambiente selvatico. Noi crediamo che l’umano sia una parte di esso, non qualcosa di esterno o superiore. Lavorare con le erbe spontanee e vivere in sintonia con il selvatico significa rifiutare questa separazione e riconoscere che siamo profondamente legatx all’ambiente che ci circonda.
La nostra lotta è anche una lotta per ripristinare un rapporto di reciproco rispetto e comprensione con la “natura”, senza vederla come un territorio da sfruttare o dominare, ma come un essere vivente con
cui coesistere. Il nostro approccio mira a conoscere, rispettare e comprendere il selvatico, a farlo diventare un nostro alleato e non a cercare di domarlo o distruggerlo.

Avete scritto un articolo sul tema della raccolta consapevole delle erbe spontanee per uso medicinale o
alimentare. Come potremmo riappropriarci di una pratica come la raccolta delle erbe in senso ecologista e di non sfruttamento del terreno e dell’ambiente? In che modalità la raccolta può essere consapevole e anticapitalista?


Non si tratta di raccogliere indiscriminatamente, ma solo quello che ci serve; imparare a riconoscere quando e come le piante sono pronte, quando è il loro tempo balsamico, in modo da non danneggiarle né sopraffare l’ecosistema in cui vivono. Ogni raccolto deve rispettare la biodiversità e la salute del terreno, evitando di danneggiare l’habitat delle piante e degli altri esseri viventi che ne dipendono. Raccogliamo solo le parti e le quantità di cui abbiamo bisogno, meglio informarsi se ciò che si raccoglie è una pianta rara, in via d’estinzione o poco comune. E’ sempre bene inoltre cercare di lasciare le radici o spargere i semi per permettere alle piante di continuare a propagarsi.
La raccolta consapevole è anche un atto di resistenza contro chi sfrutta la terra e le risorse naturali senza rispetto per l’equilibrio ecologico. La raccolta diventa un gesto politico, una forma di resistenza alla logica di sfruttamento delle risorse naturali e di disconnessione dalle pratiche tradizionali e comunitarie di cura.

Il sapere erboristico, riappropriato in senso anticapitalista come state facendo voi negli anni, potrebbe apparire, ad una lettura o sguardo superficiali, come qualcosa di antiscientifico o comunque radicalmente critico nei confronti del sistema farmaceutico e della scienza medica ufficiale. Sono critiche che avete ricevuto e se si, come le affrontate? Qual è la vostra posizione su questo tema? Quali sono le critiche che avanzate alla medicina ufficiale e alla farmaceutica?


Il nostro approccio non è contro la scienza, ma contro un certo tipo di scienza, quella che è stata colonizzata dalle logiche capitaliste, che privilegiano il profitto e il controllo piuttosto che la cura e il benessere autentico. Siamo critichx nei confronti della medicina ufficiale e dell’industria farmaceutica perché queste spesso riducono la salute a un prodotto da vendere, ignorando le cause sociali e ambientali delle malattie.
Molte pratiche e terapie che la medicina ufficiale considera “scientifiche” sono condizionate dagli interessi economici delle grandi multinazionali, che manipolano la ricerca per i propri fini. In contrasto, il nostro approccio si concentra sulla cura e sull’autogestione, valorizzando l’ascolto del corpo e l’uso delle piante come alleate nella prevenzione e nel trattamento dei malesseri quotidiani. Non siamo contrarx alla scienza in sé, ma a quella che ha perso il contatto con le persone e con l’ambiente. Le nostre critiche vanno quindi alla medicalizzazione della vita e alla mercificazione della salute.


Non dobbiamo dimenticarci che la biomedicina si è costruita sull’appropriazione violenta di saperi e corpi. Ha saccheggiato le conoscenze erboristiche e curative di donne, comunità indigene ed emarginalizzate,
spogliandole del loro valore per ricodificarle in un sistema gerarchico e patriarcale. Ha sfruttato i corpi di persone razzializzate e di chi era consideratx inferiore per esperimenti medici, spesso senza consenso,
trasformando la sofferenza in progresso scientifico per pochi privilegiati. Colonialismo, espropriazione dei saperi tradizionali e sfruttamento sono il fondamento della biomedicina, non un’anomalia del passato. Riconoscerlo significa smascherare il mito della scienza neutrale e aprire spazi per una cura che sia orizzontale, autodeterminata e sottratta alle logiche del dominio.

Avete recentemente preso parte alla traduzione dell’Erbario Anticarcerario di Nicole Rose. Volete parlarci un po’ di questo testo, dell’autrice e di quali connessioni ci sono tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria? Ancora una volta vi chiedo: che similitudini vedete tra le erbacce selvatiche e la lotta contro ogni forma di carcerazione e gabbia?


Questo libro è per noi un testo molto importante, che ha avuto un grande impatto sulla formazione politica della nostra collettiva. Ci ha ispiratx così tanto da spingerci a voler conoscere l’autrice e a tradurlo in italiano insieme ad altrx compagnx.
Intorno a questo testo si sono intrecciate infatti molteplici complicità: la traduzione di The Prisoner’s Herbal è il frutto di un processo collettivo di persone compagne provenienti da varie regioni e collettive italiane, che hanno unito le forze in un sostegno reciproco per tradurre, revisionare, progettare, diffondere e stampare questo testo, unite dalla passione per l’erboristeria, per l’autocura e per la lotta anticarceraria. Il ricavato delle vendite va per casse antirepressione e benefit per supportare persone prigioniere e inguaiate con la legge.


Nicole Rose è un’attivista anarchica antispecista e erborista inglese, che ha scontato 3 anni e mezzo di carcere durante un periodo di forte repressione contro i movimenti antispecisti impegnati nella campagna SHAC, una campagna internazionale contro il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa che
pratica esperimenti su migliaia di animali non umani, commissionati dalle industrie farmaceutiche.
Durante la sua prigionia, fu colpita dalla potenza delle erbacce che crescevano tra il cemento del carcere: fu proprio l’affetto per queste piante che le permise di affrontare quel periodo di reclusione. Studiare le erbacce e conoscerne i poteri curativi le diede l’opportunità di autogestirsi e di sopravvivere all’interno di un sistema carcerario che negava qualsiasi tipo di cura e assistenza sanitaria.
In un contesto di totale privazione della libertà, segnato dalla violenza sistemica del sistema carcerario e dalla difficoltà di accedere persino alle cure di base, le erbe rappresentavano un’alternativa: un modo per
riappropriarsi delle pratiche di cura e rivendicare l’autodeterminazione sulla propria salute.


Una volta uscita dal carcere, Nicole ha continuato a studiare erboristeria e ha deciso di scrivere questo libro sulla sua esperienza, in modo che potesse diventare una risorsa accessibile ad altre persone prigioniere: The Prisoner’s Herbal, l’Erbario Anticarcerario.
Nel libro ci racconta come possiamo praticare l’autogestione della salute e trovare quello che lei chiama un “alleato vegetale” che ci aiuti ad autodeterminarci e darci la forza di andare avanti. Ci parla delle piante più comuni che crescevano nei cortili e tra il cemento della prigione e dei rimedi che possiamo ricavare da esse.


Il legame tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria è evidente: entrambe rappresentano un atto di resistenza contro il controllo, la coercizione e l’oppressione sistemica. Le erbacce, come le persone
incarcerate, sono forze che resistono e che vivono nei luoghi più inospitali. La nostra connessione con il selvatico e le erbe, proprio come la lotta contro ogni forma di carcerazione, è un cammino di liberazione, di
riappropriazione della nostra autonomia e della nostra salute, lontano dalla logica di sfruttamento e controllo che caratterizza il sistema capitalistico e carcerario.


Concludiamo con una citazione di Nicole:
Vedevo un’enorme quantità di violenza nei confronti delle persone in carcere, episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, ero circondata dall’orrore e le piante sono state per me un antidoto. Erano vive e vibranti e in qualche modo resistevano all’oppressione della prigione perché si ostinavano a crescere.
Anche se il personale della prigione cercava di diserbarle, tornavano sempre. Ed è stata quella connessione con qualcosa che va oltre il cemento a tenermi in vita, a tenermi in contatto con la terra e a tenermi in contatto con la vita fuori dalla prigione.
Per me è stato come sentirmi connessa a qualcosa che era vivo e forte e che alla fine era molto più potente del sistema carcerario, del capitalismo, di qualsiasi tipo di società progettata dall’uomo, costruita sull’oppressione. Abbiamo molto da imparare da loro.

Sul quinto numero della vostra zine è presente un articolo dal titolo “Erbe per la salute mentale contro i mali del capitalismo”. Quali sono questi mali del capitalismo a cui fate riferimento ed è davvero possibile affrontarli e tentare di alleviarli/curarli attraverso alcune erbe medicinali? Se si quali e come?


Nel nostro articolo, parliamo dei “mali del capitalismo” come delle molteplici forme di alienazione, stress, ansia e depressione che derivano dal vivere in una società che riduce l’individuo a un ingranaggio della macchina produttiva, dove il valore di una persona è misurato solo in termini di utilità economica. Il capitalismo ci impone un ritmo di vita frenetico, una continua competizione, e una costante insoddisfazione. Questi fattori sono strettamente legati alla salute mentale delle persone, contribuendo a
disturbi come ansia, depressione e burnout. In questo senso, il capitalismo è un sistema che non solo sfrutta il nostro corpo, ma anche la nostra mente.


Le erbe medicinali possono giocare un ruolo importante nel contrastare alcuni di questi sintomi; non si tratta di una cura miracolosa, ma di uno strumento che può contribuire al benessere psicofisico, se usato in un contesto di autogestione e consapevolezza. Alcune erbe che possiamo usare includono:

  • Camomilla (Matricaria chamomilla): conosciuta per le sue proprietà calmanti e rilassanti, è un alleato per chi soffre di ansia e stress. Aiuta a favorire il sonno e a ridurre la tensione mentale.
  • Passiflora (Passiflora incarnata): è un potente ansiolitico naturale, che agisce sul sistema nervoso calmando l’ansia e migliorando la qualità del sonno.
  • Lavanda (Lavandula angustifolia): nota per il suo effetto calmante, può essere utilizzata per contrastare ansia, insonnia e stress. Il suo profumo ha un effetto rilassante anche in ambienti stressanti.
  • Valeriana (Valeriana officinalis): spesso usata per il trattamento dell’insonnia, la valeriana ha un effetto sedativo che può aiutare a ridurre l’ansia e migliorare il sonno.
  • Melissa (Melissa officinalis): conosciuta per le sue proprietà sedative e per il suo effetto positivo sul sistema nervoso, la melissa può essere utile per affrontare ansia e stress.


Queste erbe non sono un’alternativa ai trattamenti medici in caso di malattie gravi, ma offrono un sostegno per chi cerca un approccio più naturale e olistico al proprio benessere mentale. In un contesto di resistenza al capitalismo, l’uso di queste erbe è anche un atto di autogestione e di rifiuto di un sistema che ci impone soluzioni farmacologiche industriali. L’autocura, il rallentare, l’ascolto e il rispetto del nostro corpo e della nostra mente sono parte di una visione di liberazione totale.

In conclusione, possiamo dire che, sebbene le erbe non possano “curare” i mali profondi del capitalismo, possono sicuramente aiutarci a prenderci cura di noi stessx, a resistere e a promuovere il nostro benessere.

Vorrei concludere questa intervista chiedendovi quali obiettivi avete per il futuro come collettivo Anarcho Herbane e lasciarvi questo spazio per aggiungere altre vostre riflessioni che pensate possano essere interessanti e utili per tuttx.

Lunga vita alle erbacce, al selvatico e all’anarchia

“Siamo erranti senza meta in questo viaggio mai chiesto” – Intervista con L’Errante

Non e’ difficile rimanere affascinati e rapiti quando ci si imbatte nel progetto L’Errante, sia per la dimensione magica ed evocativa della sua musica e la bellezza dei suoi testi, che per l’intrigante scelta di esibirsi con una maschera di volpe. Ed è infatti quello che mi è successo la prima volta che ho ascoltato la sua demo Racconti del Vento (datata 2018) non molti mesi fa. Per fortuna, poco tempo dopo averlo scoperto, è stato pubblicato il nuovo album intitolato E altri animali da palcoscenico, un disco di musica folk capace di evocare un’atmosfera sognante, selvatica e boschiva, animato da uno spessore lirico difficile da trovare altrove. Tra dimensione onirica, rapporto con la Natura, animismo e tanto altro ho avuto il piacere di chiacchierare con L’Errante. Buona lettura!

Ciao! Che bello poterti ospitare sulle pagine di Di Muschio e Pietra. Ti andrebbe di raccontarci un po’ la genesi del progetto, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare musica e soprattutto che significato si cela dietro il nome L’Errante?

Ciao! È una bellezza reciproca! Diciamo che è importante specificare “questo” tipo di musica, prima suonavo tutt’altro genere, tra urla e distorsioni. L’Errante nasce dall’esigenza di smettere di urlare la rabbia e il dolore ad un microfono.. Quindi ho deciso di raccontarla. Il termine Errante è nato in concomitanza con il brano Erranti, il brano sui sogni lucidi.. In passato per me indicava “colui che vaga tra i mondi“, il nostro mondo e quello onirico per esempio. Ma non basta, la prima frase di quel brano più o meno lo racconta : “Siamo erranti senza meta, in questo viaggio mai chiesto... Siamo tutti qui a condividere tutti questa esperienza di vita, di “viaggio”.. Basta far caso a chi arriva e chi se ne va per sentirsi un po’ tutti “di passaggio”. Poi vabbè.. Se Don Chichiotte è il cavaliere Errante vuol dire che io sarò il cantastorie Errante.

Il progetto è nato come solista ma nell’ultimo album hai una nuova compagna di avventura, Sara, impegnata al flauto e alle voci. Come vi siete conosciuti, com’è nata l’idea di collaborare e cosa pensi abbia apportato alla musica la sua presenza?

Ahah.. Rido molto! Il progetto nasce come solista ma ho avuto modo di condividere la sala con tante persone. Con Sara c’è un’ottima sintonia sia musicale che di amicizia. Sopportare me ed il mio genere non è una via affatto semplice. 

Questo progetto musicale racconta segreti e i misteri della natura e della magia.” Ti andrebbe di ampliare questo splendido concetto e raccontarci a cosa fai riferimento quando parli di misteri e segreti legati alla Natura? Che ruolo svolge la dimensione onirica nella tua visione musicale e concettuale?

Quella frase l’ho scritta proprio agli albori.. Manca un dettaglio fondamentale che ho iniziato ad aggiungere ultimamente per essere ancora più preciso: racconta segreti e i misteri della natura e della magia – del quotidiano -. Per me è fondamentale scovare lo “schema” nelle cose di tutti i giorni, studiarlo, rielabolarlo e racchiuderlo in un brano. Per esempio in “Profumo di bosco” racconto dell’invisibilità del vento. Ciò non vuol dire che il vento non esista, semplicemente che ne si può vedere solamente l’effetto che fa. Un po’ come l’amore, la malinconia, la rabbia, il dolore… Anche una canzone è invisibile… Ad occhio nudo, per essere puntigliosi. 

La dimensione onirica è molto importante per me. Per quanto abbia momentaneamente rinunciato ad indurre sogni lucidi, ho sempre prestato molta attenzione ai sogni. Non mi interessa particolarmente cercarne il significato. Poi certo, offrono un sacco di informazioni profonde e nascoste su di noi.. Ma dei miei sogni mi piace ricordarmi i piccoli dettagli e soprattutto come mi hanno fatto sentire.

La tua musica e i tuoi testi hanno una profonda devozione verso la Natura e la Terra in tutte le sue incarnazioni (animali non umani, elementi vegetali, stagioni e paesaggi). Da cosa nasce questa tensione e questo amore per la Natura? Pensi si possa definire la tua musica come animata da un sentimento ecologista?

La natura ha un enorme fascino su di me! Ho consumato i libri di Stefano Mancuso.. C’è anche un piccolo video su YouTube che mi piace tantissimo, si chiama “È vero che le piante sono intelligenti?” che spiega sicuramente tutto molto meglio di me… 

Ma vorrei aggiungere che, per quanto azzardata sia questa opinione, anche noi siamo la natura, probabilmente lo è anche il nostro inquinamento. Dico nostro perché si, in un certo senso i miei brani sono animati da questo sentimento, ma sono il primo ad usare la macchina per spostarmi. Diciamo che c’è la voglia di lasciare un messaggio più che lanciarlo.. Ultimamente ho iniziato ad avere addirittura una leggera eco-ansia per i disastri ambientali arrivati addirittura qui nel Mediterraneo. Se oggi voglio fare qualcosa, allora il mio qualcosa è scriverlo in una canzone.. Non possiamo tutti salvare il mondo nello stesso modo.

Che rapporto hai con un luogo come il bosco che viene evocato spesso dalla tua musica? 

Tempo fa ci andavo molto più spesso, la mia meta preferita è la Sambuca Pistoiese! Ma anche Monte Morello, persino la Calvana che è una piccola collina. Ma addirittura Villa Montalvo, un parco dietro casa mia ha in un certo senso la “dimensione” del Bosco. Diciamo che sono abbastanza fortunato (il che è tutto un dire) a vivere a Campi Bisenzio, sono abbastanza circondato dal verde… 

Per spiegarlo in modo molto riduttivo, il bosco nella mia musica è semplicemente il contesto e il luogo dove ho scelto di mettere i miei pensieri. Sicuramente mi rappresenta di più di qualsiasi altro luogo. Per restare in tema, ho sempre pensato che sarebbe fantastico fare un evento/concerto in un bosco. L’uomo ha smesso di viverlo probabilmente da quando ha iniziato ad attraversarlo solo in macchina, me compreso ultimamente..

Fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto ne L’Errante son rimasto rapito e incuriosito dalla maschera di volpe con cui sei solito esibirti. Ti andrebbe di raccontare da dove ti è venuta l’idea e cosa rappresenta per te la volpe?

Mi piace sempre dire che la maschera non nasconde l’identità ma la rivela! È il miglior modo per esprimere la mia identità. Diciamo che la maschera la indosso più per il pubblico che per me stesso: io so di essere una volpe cantastorie, ma se non avessi mai indossato una maschera sarebbe stato un po’ difficile o ripetitivo raccontarlo. Nei primi live tra uno spiegone e l’altro ne parlavo spesso. Ultimamente preferisco lasciarlo come cosa non detta: sono una volpe cantastorie punto. Perché? Perché no? Ahah

Più ascolto e mi immergo nella tua musica, più ne leggo i testi, e più mi sembra di trarne un sottotesto animista. Pensi che ci sia una componente animista nel tuo progetto e se si, che significato hanno per te questa parola e questa attitudine?

Assolutamente si, particolarmodo il Vento che è quasi un protagonista dei miei brani.. Ma anche la Luna, il Mare, il Sole, il Fuoco. Non per scadere nel new age spicciolo, ma tutti questi nomi, con parole diverse, sono presenti in tutto il globo e fanno la stessa identica cosa un po’ ovunque...

Sul lato prettamente musicale, è facile trovare nel tuo suono una chiara influenza dei Sangre de Muerdago. Che ruolo ha avuto il gruppo galiziano nel comporre e pensare la tua musica e quali altri artisti annoveri tra le tue fonti di ispirazione?

Oserei dire totale e aggiungerei che mi sento un po’ in colpa forse, non perché li imito ma perché i primi tentativi di scrittura sembravo la loro parodia più che un fan accanito… Appena li scoprii, sono praticamente andato fuori di testa. Il primo brano in assoluto fu Xordas. Anche Gianmaria Testa è un altro fondamentale punto di riferimento.

Nell’ultimo album “e Altri animali da palcoscenico” hai scelto di affrontare temi abbastanza profondi e intensi. Uno su tutti è quello della guerra nel brano Come di Incanto, in cui dai come una soluzione il tornare a relazionarsi con la terra da parte dell’essere umano. Ti andrebbe di approfondire questo rapporto tra il ritorno alla terra e la guerra? 

Un mio sogno è probabilmente un ritorno alle origini, non so, tipo una rivoluzione ma di quelle che poi rimangono nel comportamento, nel tempo… Utopia forse? Ho scritto questo brano ormai anni fa e l’avrebbe potuto scrivere anche un altro cantastorie, lo stesso brano, 50 anni fa. Adoro la frase “Una canzone è folk se non sa di nuovo e non invecchia mai“. Forse, però, sarebbe bello se magari tra 50 anni questo brano verrà considerato qualcosa di veramente antico e anacronistico.. Spero di aver reso l’idea! *

Più in generale, dal punto di vista sociale, politico e personale, cosa ti ha ispirato nella scrittura dei testi? Che messaggi vorresti passare con le tue liriche e con i temi che affronti?

Introspezione e immedesimazione portata in tutti e tre i contesti! I miei brani non sono scritti per altre persone, ovvero, non li scrivo per “altri”. Ma di certo li scrivo per poi farli ascoltare. Per me chiudere un brano mi fa sentire come Archimede che urla per strada “Eureka”. E, spero, di portare la stessa meraviglia che ho avuto quando ho “perso tempo” a chiudere un brano in un sacco nell’esatto momento in cui lo riapro.

Grazie mille del tempo che dedicherai a queste domande. Questo spazio è tutto tuo per poter aggiungere qualsiasi cosa pensi sia importante e che non abbiamo affrontato. 

Grazie a voi ragazzi, non vedo l’ora di suonare per voi! Un abbraccio felpato! 

*una poesia scritta da L’Errante che accompagna la canzone Come di Incanto e che aggiungo volentieri:

“Vorrei che sparisse la poesia da questo mondo

Vorrei che sparissero i maestosi faggi che creano l’ombra per pararsi dal sole cocente d’estate

Vorrei sparissero i fiori e con loro le api e il vento, che permettono a loro di fare l’amore. 

Senza legna e senza erbe, che sparisse anche il fuoco e che nessun falò venga mai più acceso 

Vorrei sparisse la musica e con lei tutte le danze ballate intorno ad un fuoco, ormai inesistente 

Vorrei sparissero gli astri, le stelle e i pianeti, che ci fosse solo buio e oscurità nelle nostre terre aride come il nostro spirito. 

Vorrei sparissero i baci, ma non le parole, per poter ancora raccontare quanto era bello il mondo prima

Quando esisteva la magia.”

Suonare musica folk per opporsi all’impero ecocida – intervista ai Byssus

Quando ho scoperto i Byssus anni fa rimasi immediatamente affascinato dalla loro musica folk e dalle tematiche che trattano nei loro testi. Liriche in cui si parla delle interconnessioni tra le specie viventi, di devozione quasi animistica verso il mare e le foreste, di un sentimento ecologista profondo e radicale e di critica rabbiosa all’impero tecno-industriale principale attore dell’ecocidio in atto su quella terra che Gary Snyder chiamava Turtle Island per opporsi al termine coloniale “Stati Uniti d’America”. Di tutti questi argomenti e di molti altri ho avuto l’onore e il piacere di chiacchierare con Taylore, Burl e Michael, le tre menti dietro il progetto folk Byssus. Lascio la parola a loro, buona lettura!


Ciao ragazzi e ragazze! Grazie per aver accettato di rispondere a queste domande, lo apprezzo moltissimo. Vorrei iniziare questa intervista chiedendovi alcune informazioni biografiche sui Byssus: chi siete e da dove venite, quando avete fondato la band e con quali obiettivi?

Taylore: Ciao! Siamo davvero commossi dal calore e dall’accoglienza che ci hai riservato e siamo onorati di partecipare al tuo progetto. Allora, i Byssus sono attualmente un trio composto da me, Burl e Michael. In passato abbiamo collaborato con il nostro amico e violinista Wesley. Abbiamo in programma anche alcune collaborazioni future con altri amici.

Burl e io abbiamo iniziato a suonare insieme a Santa Cruz e Oakland, in California, nel 2015 insieme a un altro nostro amico, Jesse. Quel progetto si chiamava Inle Elni. Burl e io ci sentivamo davvero in sintonia nelle nostre visioni creative e, man mano che continuavamo ad approfondire la nostra collaborazione musicale, abbiamo deciso di dare vita a quello che poi è diventato Byssus. I Byssus sono ora una band della costa pan-pacifica (?) con due membri che vivono a Olympia, nello Stato di Washington, e un altro a Santa Cruz, in California, a circa 12 ore di macchina l’uno dall’altro.

Le canzoni che i membri scrivono indipendentemente finiscono sempre per condividere gli stessi temi, poiché condividiamo lo stesso contesto di ecocidio e colonialismo. Tutti noi desideriamo ardentemente un rapporto ricucito con il mondo vivente. Spesso diamo voce al dolore, all’orrore e alla disperazione mentre navighiamo tra il marciume della civiltà e dell’impero, ma dichiariamo anche il nostro amore e la nostra devozione per questa terra vivente.

Il nome del vostro progetto è davvero affascinante. Da quanto ho potuto leggere durante le mie ricerche, “Byssus” è un termine legato al mondo delle cozze e di altri molluschi bivalvi. Potreste spiegarmi cosa significa questa parola e per quali ragioni l’avete scelta come nome del vostro gruppo?

Taylore: Il progetto “Byssus” mira a mettere in luce le complesse relazioni interspecie che rendono la vita bella, significativa e resiliente. Il nome “byssus” si riferisce alla struttura anatomica che le cozze utilizzano per ancorarsi alla roccia e indica anche uno specifico tipo di tessitura realizzata con i fili dorati di una specie di cozza del Mediterraneo. Sono sicura che Burl abbia altro da aggiungere al riguardo…

Burl: La tessitura del byssus è una pratica tradizionale originaria delle coste del Mediterraneo (in particolare della Sardegna e di Taranto), dove i tessitori si immergono in profondità nell’oceano per raccogliere la seta marina dorata dalla specie di cozza Pinna nobilis e creare tessuti. La cura dei banchi di seta marina non danneggia le cozze, ma lo fa invece l’abuso del mare causato dall’inquinamento e dalle trivellazioni, e l’habitat del byssus ne ha subito gravi conseguenze. Sebbene siano rimasti pochissimi tessitori di byssus che portano avanti questa tradizione, siamo stati ispirati dall’impegno dei tessitori sopravvissuti nel tramandare questa bellissima forma d’arte e dalla loro dedizione nel coltivare un rapporto con il mare. La nostra musica è dedicata al mantenimento del nostro rapporto con la terra e il mare, e a ciò che significa vivere in armonia con essi. Quando quel legame viene reciso, perdiamo non solo i nostri mezzi di sopravvivenza, ma anche una parte di noi stessi. Quando ci consideriamo parte del paesaggio, iniziamo a comprendere il vero impatto dello sfruttamento e della devastazione ambientale.

Sul vostro sito web si legge “Musica folk dai boschi al mare”, una frase che sottolinea l’importanza di questi due ecosistemi. Qual è il vostro rapporto, sia come individui che come gruppo, con la foresta e il mare? Cosa rappresentano per voi questi due ambienti naturali e in che modo si riflettono nella vostra musica?

Taylore: Che domanda meravigliosa! Questi sono i paesaggi viventi in cui viviamo e che, per me, rappresentano la fonte da cui attingo ispirazione e forza. L’oceano induce all’umiltà, è fonte di stupore, infonde un senso di possibilità e di presagio. Quando la totalità del nostro incubo condiviso sembra diventare insopportabile, l’oceano mi ricorda la nostra origine comune, una dimora antica, e mi ricorda la profondità e l’invisibile. L’acqua fredda e salata del Pacifico è stata davvero un ottimo rimedio per il mio corpo e la mia anima nei momenti più bui. Anche la foresta è il luogo in cui dimorano gli antichi, una sorta di divinità o spiriti. È lì che si possono vedere e percepire le relazioni tra le specie. Essere un piccolo mammifero tra le sequoie che respirano la nebbia marina o tra i cedri rossi occidentali che si abbeverano alla pioggia fredda è una fonte di conforto.

Rimanendo in tema di musica, siete a tutti gli effetti un progetto dalle sonorità folk. Quali sono le vostre principali influenze e perché avete scelto di suonare proprio questo genere musicale?

Taylore: Beh, adoro la musica folk. Molti generi di musica folk. Dai brani tradizionali irlandesi alla musica degli Appalachi, dalla polifonia dell’Europa centrale e orientale al revival folk degli anni ’70, dall’americana al folk psichedelico più contemporaneo, al dark folk, ecc… Adoro partecipare a collaborazioni musicali che permettono a una varietà di influenze di arricchire la musica. Apprezzo molto il fatto che la musica folk sia duratura; si tratta di trasmetterla affinché venga coltivata da un’altra generazione, mantenendo vive le storie. La comunità musicale a cui mi sento più legata abbraccia diversi generi che si influenzano a vicenda. Penso che ci sia un nucleo controculturale che ci unisce tutti. Molti di noi provengono da un background punk e DIY e questo è sicuramente presente nel mix; c’è anche un’enfasi sull’ecologia, l’animismo e le competenze legate alla terra.

Burl: Penso che la musica folk sia per la gente e fatta dalla gente. È una musica accessibile che può essere suonata praticamente con qualsiasi tipo di strumentazione, e con oggetti che possono essere trasformati in strumenti come cucchiai, fischietti, zucche, scatole di sigari, ecc. Mi piace il fatto che quando si ascolta una canzone folk, si sta ascoltando una vecchia storia che è stata plasmata, arricchita o snellita, e modificata in base alle esperienze di vita dei musicisti e alle lotte della comunità. Ci possono essere oscurità e dolore, così come gioia e piacere.

Nei vostri testi emerge un sentimento che definirei ecologico nei confronti del mondo naturale che vi circonda, un messaggio tanto poetico quanto politico. Quale potenziale pensate che abbia la musica folk nel trasmettere certi messaggi “radicali” e sempre più urgenti, come il rispetto ecologico per i territori e gli ecosistemi?

Taylore: Cavolo, un’altra domanda fantastica! Per molti versi, ciò che stiamo effettivamente cercando di fare nelle nostre esibizioni e nelle nostre registrazioni è lanciare incantesimi nelle orecchie di chi è disposto ad ascoltarli. Per infondere coraggio, raccontare storie, dare un senso alle cose mentre viviamo insieme un mondo che va in pezzi. Penso che la musica folk, quando si inserisce in una controcultura più ampia, possa contribuire a ricucire i fili spezzati, mettendo in luce le realtà, gli esseri e le relazioni più sottili e spesso dimenticate, ma fondamentali, che necessitano di cura e attenzione. La musica permette di trasmettere non solo valori e convinzioni, ma anche lo spirito che sta dietro a tutto ciò.

Burl: Gran parte della nostra musica nasce dall’essere testimoni della distruzione ecologica e delle lotte per fermarla. La musica folk è sempre stata portatrice di una verità cruda su ciò che viene osservato e vissuto. Se ascolti le ballate folk dei Monti Appalachi, dell’Irlanda o della Scozia, possono risultare davvero brutali. Ci sono storie di omicidi, stupri, povertà, carestie, occupazioni e malattie. Possono avere un suono dolce, ma alla base c’è una verità crudele che viene condivisa attraverso le canzoni. Man mano che passano di voce in voce, le informazioni su queste esperienze si diffondono nella comunità più ampia e nelle regioni. Penso che noi, in quanto musicisti folk, dobbiamo condividere la realtà dei nostri tempi… anche se non sarà sempre facile da ascoltare.

Abbiamo parlato di territori, natura ed ecosistemi, e mi sento in dovere di farvi una domanda. Come viene vissuta la lotta per la terra dal punto di vista delle popolazioni indigene della vostra regione? Esiste qualche progetto indigeno che si batte per la riappropriazione delle terre ancestrali o per la difesa dallo sfruttamento industriale e dalla distruzione?

Taylore: Sì, ci sono tantissimi fronti nella lotta anticoloniale e si trovano sicuramente nei luoghi in cui viviamo attualmente.

Qui a Olympia c’è una lotta che dura da tempo per riottenere i diritti di pesca sulle terre ancestrali e per proteggere il salmone e l’ecosistema fluviale. Nel corso degli anni alcune battaglie sono state vinte: i diritti sanciti dai trattati sono stati tutelati dalla sentenza della Corte Boldt e l’accesso alla pesca è stato almeno parzialmente ripristinato per i popoli dei Nisqually, dei Puyallup, degli Squaxin e di molte altre tribù indigene di questa regione, a seguito di quelle che sono note come le «guerre del pesce». Questo, ovviamente, non ha segnato la fine della lotta, ma costituisce un precedente che dimostra come gli attivisti indigeni stiano guadagnando terreno in questa zona.

Esiste un progetto guidato dagli indigeni chiamato «Protectors of the Salish Sea» che lavora per difendersi dai continui danni causati dalle industrie estrattive e per ripristinare la salute del Mare di Salish, delle orche e dei salmoni che lo popolano.

Le foreste di seconda crescita sulle terre ancestrali degli Elwa Klallam sono attualmente minacciate dal disboscamento e ci sono persone sul campo che stanno lavorando per fermarlo. Recentemente c’è stata un’occupazione sugli alberi in una delle aree destinate al disboscamento.

Esistono inoltre progetti volti alla decolonizzazione della medicina e alla rivitalizzazione della cultura. “Canoe Journey Herbalists” ne è un esempio locale. Si tratta di un progetto collaborativo intertribale dei Coast Salish incentrato sulla salute e l’erboristeria, che fornisce medicinali e consulenze via canoa durante i viaggi e i raduni annuali in canoa.

Non esistono luoghi che non siano stati influenzati dal colonialismo e dalle industrie estrattive in questa zona. La deforestazione è il fenomeno più significativo nel contesto ecologico della foresta pluviale temperata del sud-ovest dello Stato di Washington, dove vivo. E la situazione sta peggiorando da quando un regime fascista ha preso il potere. Il nuovo Stato autoritario ha fatto della deregolamentazione delle politiche ambientali e della vendita dei terreni federali a fini di sfruttamento una priorità. Nel frattempo, persone prive di cittadinanza (e in molti casi in regola con i documenti) vengono rapite da un esercito politico mascherato, deportate in paesi con cui non hanno alcun legame o rinchiuse in campi di concentramento. Anche questa è una lotta anticoloniale. La maggioranza di queste persone è indigena di questo continente. Il confine ipermilitarizzato tra Stati Uniti e Messico ha avuto un impatto notevole sulle specie migratorie dell’ecosistema desertico e ha tracciato linee arbitrarie attraverso i territori di popoli indigeni come i Tohono O’odham.

La lotta per la sovranità indigena e la restituzione delle terre in questa nazione è indissolubilmente intrecciata alle lotte delle specie autoctone non umane. Le stesse forze che allontanano le persone dalla loro terra natale, arginano i fiumi impedendo ai salmoni di raggiungere le zone di riproduzione, avvelenano il mare, spogliano le cime delle montagne. Dopo 100 anni di soppressione degli incendi, aggravata dal cambiamento climatico globale e dal disboscamento e dalle piantagioni di legname, ora abbiamo incendi sempre più devastanti e letali nella parte occidentale del paese. Questi hanno raggiunto persino le principali aree metropolitane, bruciando interi quartieri a Los Angeles all’inizio di quest’anno. I popoli indigeni della California, dell’Oregon e di Washington, che hanno imparato a conoscere i regimi di fuoco di questi paesaggi dopo averli osservati per migliaia e migliaia di anni, ricorrono agli incendi controllati per prevenire questi incendi devastanti. Possiamo solo sperare che gli incendi controllati guidati dalle popolazioni indigene continuino a guadagnare terreno, dato che negli ultimi due decenni è emersa una maggiore collaborazione e un maggiore sostegno per questa pratica ecologica tradizionale.

Burl: La resistenza indigena sulla costa centrale della “California” vanta una lunga storia e continua ancora oggi. Tra i progetti attualmente guidati dalle popolazioni indigene vi è la creazione di numerosi fondi fiduciari per la tutela del territorio, volti a recuperare terreni e importanti siti culturali per riportarli sotto la gestione delle popolazioni indigene. A causa degli effetti duraturi del sistema delle missioni spagnole e del genocidio nella cosiddetta California, nonché della successiva occupazione dei territori da parte del governo federale statunitense e della revoca del riconoscimento federale di alcune tribù californiane, molte comunità tribali sono prive di terre e non godono di alcun riconoscimento né di diritti di uso del territorio. L’istituzione di fondi fiduciari formali protegge i territori da ulteriori interventi di sviluppo e li restituisce alle mani delle popolazioni indigene. Tra questi figurano l’Amah Mutsun Land Trust, con territori nell’area della baia di Monterey, il Sogorea Te’ Land Trust nella zona orientale della baia di San Francisco e il Muchia Te’ Indigenous Land Trust nella regione a sud di San Francisco. Più a nord, la tribù dei Winnemem Wintu sta lottando per impedire l’innalzamento della diga di Shasta, che distruggerebbe molti dei loro siti culturali rimasti, e ha avviato attivamente un programma per reintrodurre il salmone selvatico nel fiume McCloud.

Da appassionato ascoltatore di musica folk e neofolk, mi capita spesso di imbattermi in progetti legati a ambienti di estrema destra o ambigui dal punto di vista politico. Quanto ritenete importante suonare questa musica con messaggi e idee diametralmente opposti a quelli fascisti? Vi definite una band in qualche modo “politica”? E, in tal caso, come descrivereste questa dimensione politica?

Taylore: Penso che, soprattutto adesso, possa solo essere utile chiarire la propria posizione. Non credo che si perda profondità artistica o integrità quando si è sinceri riguardo alle proprie idee politiche, e non mi convince l’impulso a essere provocatori o scioccanti solo per il gusto di esserlo. Detto questo, penso che sia utile fare qualcosa di più che limitarsi a marcare la propria musica con il simbolo della A cerchiata e considerarla a posto. Sono un’anarchica, ma ciò che questo significa per me potrebbe significare qualcosa di diverso per qualcun altro. Penso sia importante articolare le proprie motivazioni, prospettive e convinzioni, e non limitarsi a etichettare un progetto con un’identità politica. Ritengo che la musica che facciamo sia politica, nel senso che è un’affermazione di ciò che per noi è sacro e di ciò che aborriamo. Il fascismo rientra sicuramente tra le cose che aborriamo. Nella mia comunità musicale c’è davvero un’abbondanza di persone che la pensano come me, di buon cuore e appassionate, che suonano in progetti che spaziano dal black metal al dark folk, alla musica elettronica, e sebbene sia consapevole che roba come l’NSBM e il neofolk da leccaculo esistano davvero, non mi capita spesso di imbattermi in esse. Il comportamento da “edge lord” che descrivevo sopra si è manifestato di tanto in tanto. Lo incontravo anche negli ambienti punk un po’ più trasgressivi della mia adolescenza, ma per fortuna anche lì è piuttosto raro. Penso che sia importante non lasciare che questo comportamento da idioti si appropri dei generi musicali, capisci cosa intendo?

Michael: Un contesto storico di cui un numero sorprendente di persone sembra ignorare l’esistenza è che il neofolk ha avuto origine nelle scene musicali industrial e post-punk del Regno Unito negli anni ’80. Questi movimenti artistici (in particolare quello industrial) erano dediti con passione alla trasgressione di tutte le norme sociali e si opponevano con determinazione al conservatorismo sociale britannico durante l’era Thatcher. I precursori del genere neofolk sono tutti emersi da questo contesto culturale. Con il passare del tempo si sono formate alcune band neofolk i cui membri sembrano ignorare il contesto culturale originario del genere, interpretando alcuni dei suoi tropi estetici in modo molto letterale e utilizzandoli per proiettare i propri valori e la propria visione del mondo.

I Byssus non hanno in realtà punti in comune dal punto di vista culturale con questo tipo di progetti, quindi non c’è alcuna tensione in tal senso. Non suoniamo in concerti con questo tipo di band e non conosciamo queste persone. Inoltre, i Byssus non sono un progetto neofolk e le band neofolk non figurano tra le nostre influenze musicali originarie.

E a proposito dell’estrema destra e del fascismo: qui negli Stati Uniti abbiamo un governo apertamente di estrema destra e autoritario, sostenuto da un movimento sociale teocratico che sta chiaramente prendendo le redini del potere in questo Paese. A mio avviso, in quest’epoca, chiunque si comporti come un ambiguo “cripto-fascista” che sostiene sinceramente idee di destra sta fallendo completamente nel suo intento di essere un autoritario di destra, perché la sua fazione è al potere e non c’è motivo di nascondersi.

Un’altra frase che mi ha colpito molto sul vostro sito è la seguente: «La nostra musica è dedicata agli intrecci interspecie che sfidano la logica dell’impero». Potreste approfondire la vostra idea di cosa siano la logica dell’impero e gli intrecci interspecie? E in che modo queste intercconnesioni interspecie (tra esseri umani, non umani e piante) possono insegnarci a pensare a nuovi mondi radicalmente diversi dalle logiche del capitalismo e della civiltà tecno-industriale?

Taylore: Cavolo. Un’altra bella domanda. L’Impero è spinto a separare, atomizzare e soggiogare; è una logica che si oppone alla vita. Ritiene che l’individualismo e la supremazia siano naturali e auspicabili. Gli intrecci tra le specie sfidano questa logica attraverso il mutualismo da cui tutta la vita emerge e viene sostenuta: il microbioma intestinale, la micorriza che collega le radici degli alberi nella foresta, l’impollinazione fornita da vespe, mosche, pipistrelli, falene, il castoro che costruisce habitat per uccelli e pesci. Il mondo senza questi intrecci crolla e noi stiamo vivendo quel lento (ma accelerante) crollo da quando la civiltà industriale ha preso piede.

Secondo voi, come possiamo “guarire” questa profonda ferita che è la moderna disconnessione dal mondo naturale, al punto da farci sentire, come esseri umani, qualcosa di separato dalla natura? Quali sono le pratiche possibili per recuperare questa interconnessione e invertire la rotta verso l’abisso?

Taylore: Credo che ci siano molti passi da compiere che andranno oltre la durata della vita di questa generazione. Il primo è prestare attenzione al mondo vivente, stare a contatto con gli esseri che popolano le nostre case e imparare dai luoghi in cui ci troviamo. Contribuire alla costruzione di una cultura che metta al centro la terra e l’ecologia. Agire in solidarietà con i popoli delle Prime Nazioni che stanno lavorando per ripristinare le pratiche tradizionali di cura ecologica. In una certa misura, per me, ciò comporta anche l’apprendimento di alcune abilità tradizionali e il ricorso alle mie radici ancestrali per attingere a saggezza e storie, per quanto complesse e frammentarie possano essere. Non posso semplicemente importare uno stile di vita pagano europeo basato sulla natura e inserirlo in questo paesaggio, ma posso imparare dai modi antichi che trovano risonanza in me.

Al di fuori dei Byssus, nei territori in cui vivete siete impegnati in altri progetti musicali e non musicali legati o connessi ai temi trattati finora? Vi andrebbe di parlarcene?

Taylore: Canto in un coro folk stagionale che si esibisce in occasione di raduni legati ai solstizi, agli equinozi e alle festività di metà stagione, che in genere sono eventi di raccolta fondi a sostegno di progetti locali. Sono anche impegnata nell’organizzazione di iniziative di mutuo soccorso, principalmente fornendo cure a base di erbe. Nella nostra zona ci sono due festival che sostengono musicisti e artisti che condividono la nostra stessa visione: il Cascadian Midsummer e il Cascadian Yule. Michael ha una serie di progetti di cui può parlarvi. Michael e io gestiamo anche un’etichetta discografica chiamata Stonebreaker Media, che al momento comprende esclusivamente i nostri progetti musicali, ma speriamo di coinvolgere altri amici in futuro.

Burl: Sono onorata di aver fatto parte per alcuni anni del team medico dell’iniziativa Run4Salmon, guidata dalla comunità indigena, e di aver potuto offrire il mio contributo come operatore sanitario a sostegno dei residenti a basso reddito e senza fissa dimora di Santa Cruz e dell’area della Baia di San Francisco.

Michael: Faccio parte delle comunità Cascadian Yule / Midsummer dal 2006 e ho partecipato a numerosi progetti musicali e a molti eventi nati da questa scena. Oltre a Byssus, i progetti attuali e attivi di cui faccio parte sono le band metal cascadiane Alda e Returning. Sono un membro fondatore degli Alda e siamo in attività ormai da 18 anni, il che mi sembra incredibile se ci penso, mentre sono entrato a far parte dei Returning nell’estate del 2024. Tutti i progetti di cui ho fatto parte in questa comunità condividono lo stesso contesto e lo stesso scopo.

Quali sono invece le realtà, gli artisti, i collettivi e le band che suonano musica folk più interessanti e attivi nelle vostre zone? Esiste una vera e propria scena definibile come “folk” dalle vostre parti? E, se sì, come si sviluppa e come si organizza?

Taylore: C’è una vera e propria scena folk. Nel Nord-Ovest ci sono diversi grandi raduni che attirano gente da tutto il Paese. Il festival Fiddle Tunes a Port Townsend e il Folk Life a Seattle, solo per citarne un paio. La maggior parte della musica folk che si suona è o “Old Time” degli Appalachi o musica tradizionale irlandese, con qualche cantautore qua e là. Poi c’è la comunità multigenere di tipi stravaganti di cui ho parlato prima. Personalmente, mi piace tutto questo. Alcune delle persone e dei musicisti con cui collaboro qui nel nord-ovest del Pacifico fanno parte di progetti che si potrebbero definire metal o vari generi di musica heavy, oppure cori polifonici o gruppi che suonano brani irlandesi. haha. All’estero, i progetti folk contemporanei che apprezzo di più sono Mama’s Broke, Sangre De Muerdago e Lankum.

Burl: Santa Cruz vanta una storia piuttosto ricca di gruppi folk e di una comunità musicale incentrata sulla difesa delle foreste, l’occupazione abusiva degli immobili e la politica anarchica. Negli ultimi anni le cose sono decisamente cambiate, dato che sempre più persone sono costrette ad abbandonare Santa Cruz a causa dell’aumento dei prezzi, ma credo che i fili conduttori di quelle collaborazioni iniziate 10-20 anni fa continuino a vivere nei progetti musicali e siano ancora attivi qui e in altri luoghi.

Il vostro ultimo splendido album, In Foras, è uscito nel 2022. Avete in programma di pubblicare nuova musica a breve o vi state dedicando ad altro? Quali sono i vostri obiettivi per il prossimo futuro?

Taylore: Al momento stiamo lavorando a un altro album! Abbiamo intenzione di registrarlo in autunno o in inverno. Speriamo di riuscire a organizzare un altro tour nel 2026.

Siamo giunti alla fine dell’intervista; grazie mille ancora per il tempo che mi avete dedicato e per le vostre risposte. Vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Vi mando un grande abbraccio caloroso dai boschi della provincia di Milano!

Taylore: Grazie per le tue domande bellissime e profonde. Un grande abbraccio selvaggio dal Mare di Salish!

Burl: Abbracci selvaggi dalle maree della costa centrale e grazie per esserti messo in contatto con noi!

Canzoni per un futuro non così distante – intervista ai Tüül

La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Così scrivevo nella recensione di Moorland, ultimo bellissimo disco dei Tüül con cui mi sono effettivamente infatuato della band e delle loro sonorità folk oscure e decadenti. Per una serie di riflessioni e sensazioni che la loro musica mi ha suscitato ho deciso quindi di intervistarli per parlare anche e soprattutto della loro visione del mondo in questi bui tempi di ecocidio e del loro rapporto con i territori di cui parlano nelle loro canzoni. Buona lettura!


Ciao ragazzi e benvenuti sul primo numero di Muschio e Pietra! Vorrei iniziare l’intervista chiedendovi quando avete deciso di fondare i Tüül e in quali circostanze è nato il progetto. Vi va di condividere qualche nota biografica su di voi e sul vostro progetto?

Grazie mille per averci invitato! Ci siamo conosciuti come membri del collettivo “freak folk” Shitfaced Mermaids, con cui ci siamo divertiti un sacco a suonare in squat, fattorie, festival, tra cui diverse edizioni dell’Anarcha Folk Festival. Dopo un po’ abbiamo sentito il desiderio di fare qualcosa di diverso insieme. Ispirati da band come Lankum e Cinder Well, abbiamo iniziato a sperimentare un sound più cupo utilizzando banjo e fisarmonica, con entrambi alla voce. Il risultato ci è piaciuto molto. Ma soprattutto, ci ha dato lo spazio per affrontare attraverso la musica alcune questioni urgenti, in particolare la cascata di crisi ambientali in corso e il futuro preoccupante che ci attende. 

Leggendo qua e là su Internet, ho scoperto che nella lingua proto-finlandese “tuul” significa “vento”. Avete scelto il nome ispirandovi a questa parola o ha un altro significato? E se sì, cosa significa per voi la parola Tüül?

Sì! L’abbiamo presa dal finlandese “tuuli”, che significa proprio “vento”. La parola ci è venuta in mente, ci ha colpito, per così dire, e abbiamo deciso di tenerla. Non c’è un significato più profondo, solo intuizione.

Sul vostro Bandcamp si legge nella biografia che suonate “canzoni da un futuro non troppo lontano…”. Vi va di approfondire il concetto e il significato di questa frase che trovo tanto evocativa quanto attuale? Qual è questo “futuro non troppo lontano” a cui vi riferite e come lo immaginate?

Cantiamo di cose che non fanno ancora parte della nostra vita quotidiana ma che sono già presenti. Il cambiamento climatico e il degrado ambientale non sono preoccupazioni di un futuro lontano; per molte persone, specialmente nel Sud del mondo, sono già una realtà quotidiana. In Occidente, potremmo ancora vivere in un mondo che riesce a tenere questa realtà preoccupante al di fuori dei confini dell’esperienza quotidiana. Ma le crepe in quel muro (a cui si fa riferimento in una delle nostre canzoni) si stanno allargando, accelerate dalla crescente successione di siccità, forti piogge (come nella valle dell’Ahr), ecc. Quindi, anche se i nostri testi possono sembrare descrivere un futuro lontano e apocalittico, la fine di un regime climatico stabile è già qui, con tutti gli effetti sociali e politici che avrà (e che ha già avuto). Stiamo cercando di fare i conti con questa “fine del mondo” e di immaginare cosa ci aspetta dopo.

Dal punto di vista musicale, ciò che mi ha colpito di voi è la combinazione di dark folk, sfumature doom, suoni drone e un’atmosfera con connotazioni apocalittiche. Perché avete deciso di suonare proprio musica folk e quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Perché avete scelto di evocare paesaggi e scenari post-apocalittici e desolati con la vostra musica?

Ci piace molto la direzione che stanno prendendo molti progetti folk attuali, che non si soffermano su un passato immaginario idilliaco, ma si confrontano con le difficoltà della nostra vita quotidiana e affrontano i fantasmi dei sistemi oppressivi ancora in atto, oltre a sperimentare suoni e strumenti tradizionali e moderni. Poiché il presente (delle persone e della collettività) è piuttosto cupo, il dark o il doom folk ci sembrano appropriati. Ma le fisarmoniche sono perfette anche per creare suoni drone.

Leggendo ciò che scrivete e ascoltando i testi delle vostre canzoni, direi che i Tüül sono un progetto fortemente politico, nel senso di essere critici nei confronti del mondo in cui viviamo, della catastrofe ecologico-ambientale causata dalla civiltà capitalista-industriale e dei tempi bui che dovremo affrontare come specie umana in un futuro non troppo lontano. Vi andrebbe di raccontarmi cosa significa per voi parlare di certi temi e se vi sentite una band “politica” in questo senso? Quali sono le vostre idee sul presente e sul futuro di questo pianeta condannato?

Certo, per molti versi la storia che raccontiamo è molto politica, anche se non in modo esplicito. Segue un vagabondo solitario attraverso paesaggi devastati in un contesto post-civiltà immaginario (ma molto reale e attuale, vedi sopra) nell’Europa occidentale settentrionale. Ma tralasciamo molte cose: come la causa (il complesso industriale occidentale) o quali potrebbero essere le soluzioni per andare controcorrente rispetto alla distruzione (una politica dei beni comuni, una politica informata dalla scienza, un’agricoltura rigenerativa come la permacultura e così via). I fatti della crisi ambientale di cui sentiamo tanto parlare a volte nascondono un altro lato, ovvero i sentimenti di dolore, terrore, paura. La storia che volevamo raccontare riguarda molto di più questo aspetto. Abbiamo paura. Facciamo incubi.

Moorland, il vostro ultimo splendido album, è nato proprio da queste riflessioni sulle terre che chiamate casa. Vi va di raccontarci la genesi di questo disco, i temi che avete deciso di affrontare e cosa vi ha influenzato nella scrittura dei brani, sia dal punto di vista personale che da quello più ampio, politico e globale?

Il luogo in cui viviamo (il nord dei Paesi Bassi e la Germania nord-occidentale) non offre un facile attaccamento alla terra. Per gran parte della storia umana, la maggior parte di esso è stato mare o zone umide. Ciò che esiste ora sono vasti deserti agricoli, attraversati da dighe che tengono fuori l’acqua (e che dovranno farlo con crescente urgenza in un futuro non troppo lontano, con l’innalzamento del livello del mare). Il processo di indijking (costruzione di dighe e bonifica dei terreni) è stato, per molti versi, un progetto ecocida, che ha distrutto gran parte degli ecosistemi originari che un tempo prosperavano in questa zona. Ciò rispecchia il drenaggio su larga scala delle zone umide della regione, come il Bargerveen (un tempo una delle zone umide più grandi d’Europa), drenato non solo per l’estrazione della torba, ma anche per creare spazi “ordinati” adatti alla civiltà. L’indijking (come il drenaggio delle zone umide) ha prodotto un paesaggio che, pur apparendo rigoglioso e verde, è in realtà un deserto dal punto di vista della biodiversità. È anche un paesaggio sempre più inadatto alle future condizioni climatiche (particolarmente vulnerabile, ad esempio, alla salinizzazione del suolo). In questi tempi difficili, ciò a cui siamo legati sono le poche zone umide che ancora esistono (“resistono”) e le storie che si raccontano su questi luoghi. Ci sono tante belle storie da raccontare sulle zone umide.

Anche nel vostro precedente lavoro, Dead Wood, emerge un fascino che diventa un’ode alle terre incolte e ai paesaggi abbandonati dalla civiltà umana e che la natura si riprende, in modo selvaggio e inaspettato, contrastando così con la distruzione causata dall’industria e dal capitalismo. Qual è il vostro rapporto con questi spazi incivili e selvaggi? Quale potenziale vedete in questi paesaggi selvaggi abbandonati e riconquistati per immaginare un mondo radicalmente diverso da quello attuale?

Sì, hai ragione! Dead Wood racconta una storia simile ma in qualche modo diversa, quella delle foreste morenti d’Europa, o meglio, delle poche vere foreste che ci sono rimaste. La maggior parte di ciò che oggi chiamiamo bosco è costituito da piantagioni piuttosto che da ecosistemi naturali ricchi di biodiversità. Queste piantagioni, spesso costituite da specie non autoctone a crescita rapida come l’abete di Sitka, l’abete di Douglas e l’abete rosso, sono state piantate per la produzione di legname e per motivi di efficienza economica. Tuttavia, questi alberi sono poco adatti ad affrontare i cambiamenti climatici e sono sempre più vulnerabili alla siccità, alle malattie e ai parassiti. In Germania, ad esempio, vaste monocolture di abeti rossi sono state decimate da infestazioni di coleotteri della corteccia, lasciando dietro di sé resti scheletrici silenziosi, che in un certo senso sono piuttosto belli con i “disegni” dei coleotteri della corteccia su di essi. Da questa morte nasce anche la rara opportunità di spazio per alberi e piante autoctoni.  In Dead Wood, un vagabondo solitario attraversa vasti paesaggi deserti dove questa trasformazione sta lentamente avvenendo, dove le rovine di una civiltà ecocida e una nuova vita coesistono fianco a fianco.

Sia in Moorland che in Dead Wood raccontiamo quindi storie sui paesaggi in cui viviamo. Anche se possono sembrare rigogliosi e piove (ancora) molto, sono vasti deserti verdi. Molte persone sono comunque affezionate a questi paesaggi; pensano che siano belli, e spesso lo pensiamo anche noi. C’è qualcosa di simile a un’analfabetismo ecologico. Non riusciamo più a immaginare come fossero o come siano i paesaggi naturali ricchi di biodiversità. C’è qualcosa di simile a un’amnesia della natura e, anche se cerchiamo di fare meglio, non siamo sicuramente “alfabetizzati”. In questo senso, nei pochi appezzamenti di brughiera e boschi rimasti, troviamo ispirazione per immaginare un mondo diverso.

La musica folk, da quella tradizionale a quella più recente, è sempre stata un mezzo di resistenza, opposizione e cambiamento forte e radicale, non diversamente da quanto hanno fatto la musica e la cultura punk. Qual è il potenziale della musica folk per voi nel 2025? Può fungere da mezzo per affrontare questioni urgenti o per trasmettere alcune idee radicali?

Il folk è fantastico! Come hai notato, è sempre appartenuto al popolo. È una tradizione comunitaria radicata nella condivisione e nella reinterpretazione. Resiste naturalmente all’attenzione dell’industria musicale capitalista per l’individualismo e il commercialismo. Un esempio interessante è Ored Recordings, un’etichetta discografica con un approccio unico alla raccolta delle tradizioni folk. Non solo documenta la musica tradizionale del Caucaso settentrionale, ma si impegna anche nella resistenza culturale, nella conservazione della memoria e nella decolonizzazione in una regione plasmata dal colonialismo russo. La chiamano etnografia punk. Mi piace molto. Lally Macbeth fa qualcosa di simile in The Lost Folk, quando si tratta di raccogliere le tradizioni folk delle isole britanniche. Penso anche che la scena folk anarchica sia un movimento bellissimo che rivendica giustamente il folk come qualcosa di e per i suoi partecipanti, al di fuori dell’egemonia capitalista della cultura musicale mainstream.

L’annuale Anarcha Folk Festival, che si tiene ogni anno in una località diversa, è una prova evidente che una tradizione folk non conservatrice e anticapitalista è ancora molto viva. Questo è particolarmente importante in tempi come questi, in cui abbiamo particolarmente bisogno di comunità che alimentino sia la cultura dell’attivismo che il senso di appartenenza affettiva.

In stretta connessione con la domanda precedente, volevo chiedervi se pensate che si possa parlare di un vero e proprio movimento folk/neofolk di sinistra, anarchico e critico nei confronti del mondo attuale, e se vi sentite parte di tale movimento/scena.

Sembra che sia in crescita! Speriamo di farne parte. Al momento non siamo molto coinvolti a causa della mancanza di risorse, ma ci piace molto ciò che le persone stanno facendo e realizzando in questo momento all’interno di questo movimento.

Quali sono le realtà, i progetti e gli artisti che ritenete più interessanti nell’attuale scena folk/anarcho folk/neofolk? Con quali avete più rapporti e legami, sia personali che musicali?

Siamo particolarmente ispirati dai Lankum, ma ascoltiamo spesso anche artisti come Cinder Well, Byssus, Mama’s Broke, Slack Bird, ØXN e Stick in the Wheel. Non è necessariamente un’influenza per i tüül, ma la band polacca Hanba è fantastica. Anche i Ruen sono un nuovo progetto molto interessante (un membro che conosciamo faceva parte degli Shitfaced Mermaids). Al di là della scena folk, abbiamo anche ottimi rapporti con la comunità antifascista black metal tedesca, in particolare con la band No Sun Rises. Sono musicisti fantastici e persone adorabili. Abbiamo registrato insieme una canzone (“Bury Me”) che appare nel loro ultimo album Harmisod, e siamo davvero orgogliosi del risultato. Grazie a questi contatti, l’anno scorso abbiamo suonato al festival Culthe di Münster, ed è stato fantastico.

Quali sono i progetti futuri dei Tuul? Avete in programma concerti, festival o nuove registrazioni? Quali obiettivi vi siete prefissati per il prossimo futuro?

Siamo davvero entusiasti di suonare all’Anarcha Folk Festival di quest’anno in Galles! Ci sono così tante band fantastiche in programma! Con un bambino piccolo nella nostra vita, il tempo è molto limitato e suonare in un concerto può essere piuttosto complicato. Abbiamo alcune idee per nuove canzoni, quindi speriamo che dopo l’estate avremo un po’ di tempo per lavorarci e, chissà, registrarle in un futuro luminoso e non ancora apocalittico.

L’intervista è finita, ragazzi, grazie ancora per aver dedicato del tempo a rispondere a queste domande. Spero di avervi presto come ospiti qui nel nord Italia per vedervi suonare dal vivo e incontrarvi di persona. Nel frattempo vi lascio questo spazio finale per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente e che desideriate condividere.

Un abbraccio selvaggio

Preservate le paludi! E grazie per il tuo interesse, Stefano!