Lunarsy – Appenino Oltremare (2022)

Da sempre dico che non sono uno scrittore di recensioni musicali e il fatto che dal nulla mi è venuta la voglia di parlarvi di un disco semi sconosciuto pubblicato quattro anni fa né è la dimostrazione più palese. Diciamo che sono più un racconta storie che scrive di ciò che gli piace quando l’ispirazione arriva all’improvviso, ecco forse questa è una definizione che non mi dispiace. Venendo a noi, oggi il protagonista di questa storia risponde al nome di Appennino Oltremare, album pubblicato nel 2022 dal progetto Lunarsy e che sono sicuro in pochi conoscete.

Dietro al duo Lunarsy troviamo Marina Girardi, cantautrice selvatica e illustratrice nomade, e Vincent Croes, che con le loro voci e chitarre acustiche danno forma ad un album di musica folk dolce, magico e che profuma intensamente di sottobosco. Il progetto è nato durante le lunghi notti pandemiche sull’Appennino, quando Marina e Vincent si ritrovavano intorno a stufe fumose di vecchie case in pietra, tra crinali rovinosi e strade precarie. Sono nate così quindi le undici canzoni che compongono Appennino Oltremare, più che una raccolta di brani una sorta di racconto diviso in capitoli e immagini che hanno la forza evocativa di accompagnarci nel bosco, tra odore di resina e pigne, cortecce che scricchiolano sotto i piedi, scoiattoli che si rincorrono tra i rami come funamboli e il vento che spoglia i rami sussurrando storie antiche alle nostre orecchie. Questo viaggio all’interno della selva è incantato e solenne, non spaventoso né superficiale o distratto; a farci da guida tra alberi maestosi, radici che si snodano come serpenti sinuosi e un’oceano di foglie secche degli autunni passati, c’è la dolce ed evocativa voce di Marina che ci indica dove appoggiare i nostri piedi, dove dirigere lo sguardo e tendere l’orecchio.

Quello suonato dai Lunarsy è un folk selvatico, che loro stessi definiscono agro folk appenninico; è infatti un folk radicato nella terra, che parla la ligua del bosco e degli animali selvatici, che appartiene al paesaggio degli Appennini tanto quanto la dura roccia, il faggio o il lupo. Una musica che viene direttamente dalla terra e alla terra ci riporta più consapevoli del nostro posto nel mondo, dove la voce di Marina e le chitarre suonate da lei e Vincent si fanno solamente tramiti di qualcosa di più ancestrale e incantato. C’è infatti nella loro musica una dimensione spirituale legata alla terra oltre che un tono generale di devozione nei confronti della natura non vista come entità astratta ma come casa, come luogo a cui l’umano appartiene dalla notte dei tempi. Ed emerge anche nelle canzoni un sentimento e/o una tensione ecologica, che si traduce in una relazione con la terra fatta di attenzione e cura, di reciprocità e non sfruttamento. Tutto questo viene concretizzato dalla scelta delle parole usate, dalla poetica dei testi scritti, dalle immagini dipinte dalle loro voci e dalle armonie suonate dalle chitarre acustiche, così come dalle illustrazioni di copertina e da quelle che accompagnano il disco, disegnate dalla stessa Marina.

Canzoni intime che chiamano a raccoglierci attorno ad un fuoco in compagnia di poche amate persone, da ascoltare seduti in un bosco all’ombra delle fronde di un albero o al calore di una stufa nelle ultime sere d’autunno attendendo l’arrivo dell’inverno. Canzoni da sussurrare mentre si cammina nel bosco, così che le altre tribù non umane possano sapere che stiamo percorrendo di nuovo quel sentiero verso la selvatichezza che avevamo smarrito; un sentiero che può invertire la rotta della distruzione e del saccheggio della nostra cultura antropocentrica e riavvicinarci ad una relazione di reciprocità con la Terra. Un sentiero che potrebbe insegnarci a re-incantarci e di conseguenza re-incantare il mondo.

Bleater – Winter (2025)

Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.

Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.

Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.

I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?

“Siamo erranti senza meta in questo viaggio mai chiesto” – Intervista con L’Errante

Non e’ difficile rimanere affascinati e rapiti quando ci si imbatte nel progetto L’Errante, sia per la dimensione magica ed evocativa della sua musica e la bellezza dei suoi testi, che per l’intrigante scelta di esibirsi con una maschera di volpe. Ed è infatti quello che mi è successo la prima volta che ho ascoltato la sua demo Racconti del Vento (datata 2018) non molti mesi fa. Per fortuna, poco tempo dopo averlo scoperto, è stato pubblicato il nuovo album intitolato E altri animali da palcoscenico, un disco di musica folk capace di evocare un’atmosfera sognante, selvatica e boschiva, animato da uno spessore lirico difficile da trovare altrove. Tra dimensione onirica, rapporto con la Natura, animismo e tanto altro ho avuto il piacere di chiacchierare con L’Errante. Buona lettura!

Ciao! Che bello poterti ospitare sulle pagine di Di Muschio e Pietra. Ti andrebbe di raccontarci un po’ la genesi del progetto, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare musica e soprattutto che significato si cela dietro il nome L’Errante?

Ciao! È una bellezza reciproca! Diciamo che è importante specificare “questo” tipo di musica, prima suonavo tutt’altro genere, tra urla e distorsioni. L’Errante nasce dall’esigenza di smettere di urlare la rabbia e il dolore ad un microfono.. Quindi ho deciso di raccontarla. Il termine Errante è nato in concomitanza con il brano Erranti, il brano sui sogni lucidi.. In passato per me indicava “colui che vaga tra i mondi“, il nostro mondo e quello onirico per esempio. Ma non basta, la prima frase di quel brano più o meno lo racconta : “Siamo erranti senza meta, in questo viaggio mai chiesto... Siamo tutti qui a condividere tutti questa esperienza di vita, di “viaggio”.. Basta far caso a chi arriva e chi se ne va per sentirsi un po’ tutti “di passaggio”. Poi vabbè.. Se Don Chichiotte è il cavaliere Errante vuol dire che io sarò il cantastorie Errante.

Il progetto è nato come solista ma nell’ultimo album hai una nuova compagna di avventura, Sara, impegnata al flauto e alle voci. Come vi siete conosciuti, com’è nata l’idea di collaborare e cosa pensi abbia apportato alla musica la sua presenza?

Ahah.. Rido molto! Il progetto nasce come solista ma ho avuto modo di condividere la sala con tante persone. Con Sara c’è un’ottima sintonia sia musicale che di amicizia. Sopportare me ed il mio genere non è una via affatto semplice. 

Questo progetto musicale racconta segreti e i misteri della natura e della magia.” Ti andrebbe di ampliare questo splendido concetto e raccontarci a cosa fai riferimento quando parli di misteri e segreti legati alla Natura? Che ruolo svolge la dimensione onirica nella tua visione musicale e concettuale?

Quella frase l’ho scritta proprio agli albori.. Manca un dettaglio fondamentale che ho iniziato ad aggiungere ultimamente per essere ancora più preciso: racconta segreti e i misteri della natura e della magia – del quotidiano -. Per me è fondamentale scovare lo “schema” nelle cose di tutti i giorni, studiarlo, rielabolarlo e racchiuderlo in un brano. Per esempio in “Profumo di bosco” racconto dell’invisibilità del vento. Ciò non vuol dire che il vento non esista, semplicemente che ne si può vedere solamente l’effetto che fa. Un po’ come l’amore, la malinconia, la rabbia, il dolore… Anche una canzone è invisibile… Ad occhio nudo, per essere puntigliosi. 

La dimensione onirica è molto importante per me. Per quanto abbia momentaneamente rinunciato ad indurre sogni lucidi, ho sempre prestato molta attenzione ai sogni. Non mi interessa particolarmente cercarne il significato. Poi certo, offrono un sacco di informazioni profonde e nascoste su di noi.. Ma dei miei sogni mi piace ricordarmi i piccoli dettagli e soprattutto come mi hanno fatto sentire.

La tua musica e i tuoi testi hanno una profonda devozione verso la Natura e la Terra in tutte le sue incarnazioni (animali non umani, elementi vegetali, stagioni e paesaggi). Da cosa nasce questa tensione e questo amore per la Natura? Pensi si possa definire la tua musica come animata da un sentimento ecologista?

La natura ha un enorme fascino su di me! Ho consumato i libri di Stefano Mancuso.. C’è anche un piccolo video su YouTube che mi piace tantissimo, si chiama “È vero che le piante sono intelligenti?” che spiega sicuramente tutto molto meglio di me… 

Ma vorrei aggiungere che, per quanto azzardata sia questa opinione, anche noi siamo la natura, probabilmente lo è anche il nostro inquinamento. Dico nostro perché si, in un certo senso i miei brani sono animati da questo sentimento, ma sono il primo ad usare la macchina per spostarmi. Diciamo che c’è la voglia di lasciare un messaggio più che lanciarlo.. Ultimamente ho iniziato ad avere addirittura una leggera eco-ansia per i disastri ambientali arrivati addirittura qui nel Mediterraneo. Se oggi voglio fare qualcosa, allora il mio qualcosa è scriverlo in una canzone.. Non possiamo tutti salvare il mondo nello stesso modo.

Che rapporto hai con un luogo come il bosco che viene evocato spesso dalla tua musica? 

Tempo fa ci andavo molto più spesso, la mia meta preferita è la Sambuca Pistoiese! Ma anche Monte Morello, persino la Calvana che è una piccola collina. Ma addirittura Villa Montalvo, un parco dietro casa mia ha in un certo senso la “dimensione” del Bosco. Diciamo che sono abbastanza fortunato (il che è tutto un dire) a vivere a Campi Bisenzio, sono abbastanza circondato dal verde… 

Per spiegarlo in modo molto riduttivo, il bosco nella mia musica è semplicemente il contesto e il luogo dove ho scelto di mettere i miei pensieri. Sicuramente mi rappresenta di più di qualsiasi altro luogo. Per restare in tema, ho sempre pensato che sarebbe fantastico fare un evento/concerto in un bosco. L’uomo ha smesso di viverlo probabilmente da quando ha iniziato ad attraversarlo solo in macchina, me compreso ultimamente..

Fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto ne L’Errante son rimasto rapito e incuriosito dalla maschera di volpe con cui sei solito esibirti. Ti andrebbe di raccontare da dove ti è venuta l’idea e cosa rappresenta per te la volpe?

Mi piace sempre dire che la maschera non nasconde l’identità ma la rivela! È il miglior modo per esprimere la mia identità. Diciamo che la maschera la indosso più per il pubblico che per me stesso: io so di essere una volpe cantastorie, ma se non avessi mai indossato una maschera sarebbe stato un po’ difficile o ripetitivo raccontarlo. Nei primi live tra uno spiegone e l’altro ne parlavo spesso. Ultimamente preferisco lasciarlo come cosa non detta: sono una volpe cantastorie punto. Perché? Perché no? Ahah

Più ascolto e mi immergo nella tua musica, più ne leggo i testi, e più mi sembra di trarne un sottotesto animista. Pensi che ci sia una componente animista nel tuo progetto e se si, che significato hanno per te questa parola e questa attitudine?

Assolutamente si, particolarmodo il Vento che è quasi un protagonista dei miei brani.. Ma anche la Luna, il Mare, il Sole, il Fuoco. Non per scadere nel new age spicciolo, ma tutti questi nomi, con parole diverse, sono presenti in tutto il globo e fanno la stessa identica cosa un po’ ovunque...

Sul lato prettamente musicale, è facile trovare nel tuo suono una chiara influenza dei Sangre de Muerdago. Che ruolo ha avuto il gruppo galiziano nel comporre e pensare la tua musica e quali altri artisti annoveri tra le tue fonti di ispirazione?

Oserei dire totale e aggiungerei che mi sento un po’ in colpa forse, non perché li imito ma perché i primi tentativi di scrittura sembravo la loro parodia più che un fan accanito… Appena li scoprii, sono praticamente andato fuori di testa. Il primo brano in assoluto fu Xordas. Anche Gianmaria Testa è un altro fondamentale punto di riferimento.

Nell’ultimo album “e Altri animali da palcoscenico” hai scelto di affrontare temi abbastanza profondi e intensi. Uno su tutti è quello della guerra nel brano Come di Incanto, in cui dai come una soluzione il tornare a relazionarsi con la terra da parte dell’essere umano. Ti andrebbe di approfondire questo rapporto tra il ritorno alla terra e la guerra? 

Un mio sogno è probabilmente un ritorno alle origini, non so, tipo una rivoluzione ma di quelle che poi rimangono nel comportamento, nel tempo… Utopia forse? Ho scritto questo brano ormai anni fa e l’avrebbe potuto scrivere anche un altro cantastorie, lo stesso brano, 50 anni fa. Adoro la frase “Una canzone è folk se non sa di nuovo e non invecchia mai“. Forse, però, sarebbe bello se magari tra 50 anni questo brano verrà considerato qualcosa di veramente antico e anacronistico.. Spero di aver reso l’idea! *

Più in generale, dal punto di vista sociale, politico e personale, cosa ti ha ispirato nella scrittura dei testi? Che messaggi vorresti passare con le tue liriche e con i temi che affronti?

Introspezione e immedesimazione portata in tutti e tre i contesti! I miei brani non sono scritti per altre persone, ovvero, non li scrivo per “altri”. Ma di certo li scrivo per poi farli ascoltare. Per me chiudere un brano mi fa sentire come Archimede che urla per strada “Eureka”. E, spero, di portare la stessa meraviglia che ho avuto quando ho “perso tempo” a chiudere un brano in un sacco nell’esatto momento in cui lo riapro.

Grazie mille del tempo che dedicherai a queste domande. Questo spazio è tutto tuo per poter aggiungere qualsiasi cosa pensi sia importante e che non abbiamo affrontato. 

Grazie a voi ragazzi, non vedo l’ora di suonare per voi! Un abbraccio felpato! 

*una poesia scritta da L’Errante che accompagna la canzone Come di Incanto e che aggiungo volentieri:

“Vorrei che sparisse la poesia da questo mondo

Vorrei che sparissero i maestosi faggi che creano l’ombra per pararsi dal sole cocente d’estate

Vorrei sparissero i fiori e con loro le api e il vento, che permettono a loro di fare l’amore. 

Senza legna e senza erbe, che sparisse anche il fuoco e che nessun falò venga mai più acceso 

Vorrei sparisse la musica e con lei tutte le danze ballate intorno ad un fuoco, ormai inesistente 

Vorrei sparissero gli astri, le stelle e i pianeti, che ci fosse solo buio e oscurità nelle nostre terre aride come il nostro spirito. 

Vorrei sparissero i baci, ma non le parole, per poter ancora raccontare quanto era bello il mondo prima

Quando esisteva la magia.”

L’ira del bosco – L’ira del bosco (2026)

Per anni ho sognato da solo e in compagnia di pochissimi complici di organizzare un concerto ai Murmur Mori in qualche squat anarchico milanese o in qualche bosco di provincia. Un sogno che è rimasto sempre sepolto nel cassetto del mio cuore e della mia immaginazione, ma che mi ha accompagnato ogni volta che ascoltavo la musica suonata da Silvia e Mirko, menti, anime e mani dietro al progetto piemontese impegnato a ricostruire, riscoprire e riproporre musica medievale italiana ed europea.

Quest’anno verso febbraio, come un invernale brezza improvvisa che fa tremare i rami secchi e spogli, mi imbatto nel nuovo progetto solista di Mirko, un progetto dall’affascinante titolo L’ira del bosco e ne rimango immediatamente rapito. L’album omonimo è di un fascino unico e raro, suonato esclusivamente dalla lira, senza parole cantate ma con i suoni del bosco registrati dallo stesso Mirko nei luoghi che abita e attraversa. Così la voce del bosco e dei suoi molteplici abitanti non umani e vegetali diventano co-protagonisti e co-compositori nel paesaggio sonoro dipinto da Mirko; questo minimalismo sonoro non è però privo di sfumature e complessità, non solo musicali ma anche e soprattutto di intenzioni, tensioni, ideali e atmosfere.

Come dicevo, gli undici brani presenti nell’album sono composti da Mirko facendo affidamento solo sulla sua amata lira, strumento che suona con una dolcezza e una purezza disarmanti, costruendo grazie alle melodie di questo inusuale strumento medievale paesaggi della mente evocativi ma allo stesso tempo malinconici, sognanti ma contemporaneamente dal sapore dolce-amaro. Le atmosfere evocate dalle varie composizioni sono attraversate da un animo romantico che fa esperienza del sublime, da un senso di riverenza e rispetto ancestrale verso la Natura e il suo mistero e da una spiritualità antica legata al ciclo delle stagioni invece che a falsi dogmi, a divinità onnipotenti e a poteri costituiti.

Se non ve ne foste già accorti, vorrei farvi notare l’interessante gioco di parole contenuto nel nome del progetto, dove le parole lira e l’ira si mescolano evocando un significato più ampio e intenti specifici. Mirko infatti vive in un piccolo paese delle Alpi piemontesi avvolto dai boschi e passa molto del suo tempo in questi luoghi boschivi, sia per ripulirli dalle scorie e dai rifiuti della nostra società industriale-consumista sia per ascoltare i suoni della Natura in cui trova ristoro e ispirazione. Proprio per questo la musica che compone e suona con la suo lira del periodo altomedievale vuole rappresentare una vera e propria presa di posizione critica e radicale nei confronti di una società moderna che si è abituata così tanto ai suoni disarmonici delle macchine da non essere più in grado di ascoltare il canto armonioso dell’avifauna, abituata così profondamente ad amare il caos meccanico che cancella la melodia degli uccelli. A sottolineare questo carattere critico e politico in un senso ecologista del progetto, Mirko ci tiene ad evidenziare che il 50% dei ricavati della vendita virtuale dell’album verranno donati ad associazioni che si impegnano nella salvaguardia degli ecosistemi in giro per il mondo.

Perchè, prendendo in prestito le sue parole, non importa chi siamo e quali siano i nostri interessi, senza le foreste e i boschi saremo tutti morti. E questa presa di coscienza ci accompagna per tutto l’album, perchè solo tenendo a mente la centralità della Natura nelle nostre esistenze addomesticate dalla civiltà del progresso-regresso senza fine, potremmo invertire la rotta in questi bui tempi di ecocidio e antropocene. Sediamoci dunque sotto ad una quercia, vicino al fiume e ascoltiamo la voce del bosco che sicuramente saprà indicarci quali sentieri sono da battere e quali da abbandonare per sempre.

Suonare musica folk per opporsi all’impero ecocida – intervista ai Byssus

Quando ho scoperto i Byssus anni fa rimasi immediatamente affascinato dalla loro musica folk e dalle tematiche che trattano nei loro testi. Liriche in cui si parla delle interconnessioni tra le specie viventi, di devozione quasi animistica verso il mare e le foreste, di un sentimento ecologista profondo e radicale e di critica rabbiosa all’impero tecno-industriale principale attore dell’ecocidio in atto su quella terra che Gary Snyder chiamava Turtle Island per opporsi al termine coloniale “Stati Uniti d’America”. Di tutti questi argomenti e di molti altri ho avuto l’onore e il piacere di chiacchierare con Taylore, Burl e Michael, le tre menti dietro il progetto folk Byssus. Lascio la parola a loro, buona lettura!


Ciao ragazzi e ragazze! Grazie per aver accettato di rispondere a queste domande, lo apprezzo moltissimo. Vorrei iniziare questa intervista chiedendovi alcune informazioni biografiche sui Byssus: chi siete e da dove venite, quando avete fondato la band e con quali obiettivi?

Taylore: Ciao! Siamo davvero commossi dal calore e dall’accoglienza che ci hai riservato e siamo onorati di partecipare al tuo progetto. Allora, i Byssus sono attualmente un trio composto da me, Burl e Michael. In passato abbiamo collaborato con il nostro amico e violinista Wesley. Abbiamo in programma anche alcune collaborazioni future con altri amici.

Burl e io abbiamo iniziato a suonare insieme a Santa Cruz e Oakland, in California, nel 2015 insieme a un altro nostro amico, Jesse. Quel progetto si chiamava Inle Elni. Burl e io ci sentivamo davvero in sintonia nelle nostre visioni creative e, man mano che continuavamo ad approfondire la nostra collaborazione musicale, abbiamo deciso di dare vita a quello che poi è diventato Byssus. I Byssus sono ora una band della costa pan-pacifica (?) con due membri che vivono a Olympia, nello Stato di Washington, e un altro a Santa Cruz, in California, a circa 12 ore di macchina l’uno dall’altro.

Le canzoni che i membri scrivono indipendentemente finiscono sempre per condividere gli stessi temi, poiché condividiamo lo stesso contesto di ecocidio e colonialismo. Tutti noi desideriamo ardentemente un rapporto ricucito con il mondo vivente. Spesso diamo voce al dolore, all’orrore e alla disperazione mentre navighiamo tra il marciume della civiltà e dell’impero, ma dichiariamo anche il nostro amore e la nostra devozione per questa terra vivente.

Il nome del vostro progetto è davvero affascinante. Da quanto ho potuto leggere durante le mie ricerche, “Byssus” è un termine legato al mondo delle cozze e di altri molluschi bivalvi. Potreste spiegarmi cosa significa questa parola e per quali ragioni l’avete scelta come nome del vostro gruppo?

Taylore: Il progetto “Byssus” mira a mettere in luce le complesse relazioni interspecie che rendono la vita bella, significativa e resiliente. Il nome “byssus” si riferisce alla struttura anatomica che le cozze utilizzano per ancorarsi alla roccia e indica anche uno specifico tipo di tessitura realizzata con i fili dorati di una specie di cozza del Mediterraneo. Sono sicura che Burl abbia altro da aggiungere al riguardo…

Burl: La tessitura del byssus è una pratica tradizionale originaria delle coste del Mediterraneo (in particolare della Sardegna e di Taranto), dove i tessitori si immergono in profondità nell’oceano per raccogliere la seta marina dorata dalla specie di cozza Pinna nobilis e creare tessuti. La cura dei banchi di seta marina non danneggia le cozze, ma lo fa invece l’abuso del mare causato dall’inquinamento e dalle trivellazioni, e l’habitat del byssus ne ha subito gravi conseguenze. Sebbene siano rimasti pochissimi tessitori di byssus che portano avanti questa tradizione, siamo stati ispirati dall’impegno dei tessitori sopravvissuti nel tramandare questa bellissima forma d’arte e dalla loro dedizione nel coltivare un rapporto con il mare. La nostra musica è dedicata al mantenimento del nostro rapporto con la terra e il mare, e a ciò che significa vivere in armonia con essi. Quando quel legame viene reciso, perdiamo non solo i nostri mezzi di sopravvivenza, ma anche una parte di noi stessi. Quando ci consideriamo parte del paesaggio, iniziamo a comprendere il vero impatto dello sfruttamento e della devastazione ambientale.

Sul vostro sito web si legge “Musica folk dai boschi al mare”, una frase che sottolinea l’importanza di questi due ecosistemi. Qual è il vostro rapporto, sia come individui che come gruppo, con la foresta e il mare? Cosa rappresentano per voi questi due ambienti naturali e in che modo si riflettono nella vostra musica?

Taylore: Che domanda meravigliosa! Questi sono i paesaggi viventi in cui viviamo e che, per me, rappresentano la fonte da cui attingo ispirazione e forza. L’oceano induce all’umiltà, è fonte di stupore, infonde un senso di possibilità e di presagio. Quando la totalità del nostro incubo condiviso sembra diventare insopportabile, l’oceano mi ricorda la nostra origine comune, una dimora antica, e mi ricorda la profondità e l’invisibile. L’acqua fredda e salata del Pacifico è stata davvero un ottimo rimedio per il mio corpo e la mia anima nei momenti più bui. Anche la foresta è il luogo in cui dimorano gli antichi, una sorta di divinità o spiriti. È lì che si possono vedere e percepire le relazioni tra le specie. Essere un piccolo mammifero tra le sequoie che respirano la nebbia marina o tra i cedri rossi occidentali che si abbeverano alla pioggia fredda è una fonte di conforto.

Rimanendo in tema di musica, siete a tutti gli effetti un progetto dalle sonorità folk. Quali sono le vostre principali influenze e perché avete scelto di suonare proprio questo genere musicale?

Taylore: Beh, adoro la musica folk. Molti generi di musica folk. Dai brani tradizionali irlandesi alla musica degli Appalachi, dalla polifonia dell’Europa centrale e orientale al revival folk degli anni ’70, dall’americana al folk psichedelico più contemporaneo, al dark folk, ecc… Adoro partecipare a collaborazioni musicali che permettono a una varietà di influenze di arricchire la musica. Apprezzo molto il fatto che la musica folk sia duratura; si tratta di trasmetterla affinché venga coltivata da un’altra generazione, mantenendo vive le storie. La comunità musicale a cui mi sento più legata abbraccia diversi generi che si influenzano a vicenda. Penso che ci sia un nucleo controculturale che ci unisce tutti. Molti di noi provengono da un background punk e DIY e questo è sicuramente presente nel mix; c’è anche un’enfasi sull’ecologia, l’animismo e le competenze legate alla terra.

Burl: Penso che la musica folk sia per la gente e fatta dalla gente. È una musica accessibile che può essere suonata praticamente con qualsiasi tipo di strumentazione, e con oggetti che possono essere trasformati in strumenti come cucchiai, fischietti, zucche, scatole di sigari, ecc. Mi piace il fatto che quando si ascolta una canzone folk, si sta ascoltando una vecchia storia che è stata plasmata, arricchita o snellita, e modificata in base alle esperienze di vita dei musicisti e alle lotte della comunità. Ci possono essere oscurità e dolore, così come gioia e piacere.

Nei vostri testi emerge un sentimento che definirei ecologico nei confronti del mondo naturale che vi circonda, un messaggio tanto poetico quanto politico. Quale potenziale pensate che abbia la musica folk nel trasmettere certi messaggi “radicali” e sempre più urgenti, come il rispetto ecologico per i territori e gli ecosistemi?

Taylore: Cavolo, un’altra domanda fantastica! Per molti versi, ciò che stiamo effettivamente cercando di fare nelle nostre esibizioni e nelle nostre registrazioni è lanciare incantesimi nelle orecchie di chi è disposto ad ascoltarli. Per infondere coraggio, raccontare storie, dare un senso alle cose mentre viviamo insieme un mondo che va in pezzi. Penso che la musica folk, quando si inserisce in una controcultura più ampia, possa contribuire a ricucire i fili spezzati, mettendo in luce le realtà, gli esseri e le relazioni più sottili e spesso dimenticate, ma fondamentali, che necessitano di cura e attenzione. La musica permette di trasmettere non solo valori e convinzioni, ma anche lo spirito che sta dietro a tutto ciò.

Burl: Gran parte della nostra musica nasce dall’essere testimoni della distruzione ecologica e delle lotte per fermarla. La musica folk è sempre stata portatrice di una verità cruda su ciò che viene osservato e vissuto. Se ascolti le ballate folk dei Monti Appalachi, dell’Irlanda o della Scozia, possono risultare davvero brutali. Ci sono storie di omicidi, stupri, povertà, carestie, occupazioni e malattie. Possono avere un suono dolce, ma alla base c’è una verità crudele che viene condivisa attraverso le canzoni. Man mano che passano di voce in voce, le informazioni su queste esperienze si diffondono nella comunità più ampia e nelle regioni. Penso che noi, in quanto musicisti folk, dobbiamo condividere la realtà dei nostri tempi… anche se non sarà sempre facile da ascoltare.

Abbiamo parlato di territori, natura ed ecosistemi, e mi sento in dovere di farvi una domanda. Come viene vissuta la lotta per la terra dal punto di vista delle popolazioni indigene della vostra regione? Esiste qualche progetto indigeno che si batte per la riappropriazione delle terre ancestrali o per la difesa dallo sfruttamento industriale e dalla distruzione?

Taylore: Sì, ci sono tantissimi fronti nella lotta anticoloniale e si trovano sicuramente nei luoghi in cui viviamo attualmente.

Qui a Olympia c’è una lotta che dura da tempo per riottenere i diritti di pesca sulle terre ancestrali e per proteggere il salmone e l’ecosistema fluviale. Nel corso degli anni alcune battaglie sono state vinte: i diritti sanciti dai trattati sono stati tutelati dalla sentenza della Corte Boldt e l’accesso alla pesca è stato almeno parzialmente ripristinato per i popoli dei Nisqually, dei Puyallup, degli Squaxin e di molte altre tribù indigene di questa regione, a seguito di quelle che sono note come le «guerre del pesce». Questo, ovviamente, non ha segnato la fine della lotta, ma costituisce un precedente che dimostra come gli attivisti indigeni stiano guadagnando terreno in questa zona.

Esiste un progetto guidato dagli indigeni chiamato «Protectors of the Salish Sea» che lavora per difendersi dai continui danni causati dalle industrie estrattive e per ripristinare la salute del Mare di Salish, delle orche e dei salmoni che lo popolano.

Le foreste di seconda crescita sulle terre ancestrali degli Elwa Klallam sono attualmente minacciate dal disboscamento e ci sono persone sul campo che stanno lavorando per fermarlo. Recentemente c’è stata un’occupazione sugli alberi in una delle aree destinate al disboscamento.

Esistono inoltre progetti volti alla decolonizzazione della medicina e alla rivitalizzazione della cultura. “Canoe Journey Herbalists” ne è un esempio locale. Si tratta di un progetto collaborativo intertribale dei Coast Salish incentrato sulla salute e l’erboristeria, che fornisce medicinali e consulenze via canoa durante i viaggi e i raduni annuali in canoa.

Non esistono luoghi che non siano stati influenzati dal colonialismo e dalle industrie estrattive in questa zona. La deforestazione è il fenomeno più significativo nel contesto ecologico della foresta pluviale temperata del sud-ovest dello Stato di Washington, dove vivo. E la situazione sta peggiorando da quando un regime fascista ha preso il potere. Il nuovo Stato autoritario ha fatto della deregolamentazione delle politiche ambientali e della vendita dei terreni federali a fini di sfruttamento una priorità. Nel frattempo, persone prive di cittadinanza (e in molti casi in regola con i documenti) vengono rapite da un esercito politico mascherato, deportate in paesi con cui non hanno alcun legame o rinchiuse in campi di concentramento. Anche questa è una lotta anticoloniale. La maggioranza di queste persone è indigena di questo continente. Il confine ipermilitarizzato tra Stati Uniti e Messico ha avuto un impatto notevole sulle specie migratorie dell’ecosistema desertico e ha tracciato linee arbitrarie attraverso i territori di popoli indigeni come i Tohono O’odham.

La lotta per la sovranità indigena e la restituzione delle terre in questa nazione è indissolubilmente intrecciata alle lotte delle specie autoctone non umane. Le stesse forze che allontanano le persone dalla loro terra natale, arginano i fiumi impedendo ai salmoni di raggiungere le zone di riproduzione, avvelenano il mare, spogliano le cime delle montagne. Dopo 100 anni di soppressione degli incendi, aggravata dal cambiamento climatico globale e dal disboscamento e dalle piantagioni di legname, ora abbiamo incendi sempre più devastanti e letali nella parte occidentale del paese. Questi hanno raggiunto persino le principali aree metropolitane, bruciando interi quartieri a Los Angeles all’inizio di quest’anno. I popoli indigeni della California, dell’Oregon e di Washington, che hanno imparato a conoscere i regimi di fuoco di questi paesaggi dopo averli osservati per migliaia e migliaia di anni, ricorrono agli incendi controllati per prevenire questi incendi devastanti. Possiamo solo sperare che gli incendi controllati guidati dalle popolazioni indigene continuino a guadagnare terreno, dato che negli ultimi due decenni è emersa una maggiore collaborazione e un maggiore sostegno per questa pratica ecologica tradizionale.

Burl: La resistenza indigena sulla costa centrale della “California” vanta una lunga storia e continua ancora oggi. Tra i progetti attualmente guidati dalle popolazioni indigene vi è la creazione di numerosi fondi fiduciari per la tutela del territorio, volti a recuperare terreni e importanti siti culturali per riportarli sotto la gestione delle popolazioni indigene. A causa degli effetti duraturi del sistema delle missioni spagnole e del genocidio nella cosiddetta California, nonché della successiva occupazione dei territori da parte del governo federale statunitense e della revoca del riconoscimento federale di alcune tribù californiane, molte comunità tribali sono prive di terre e non godono di alcun riconoscimento né di diritti di uso del territorio. L’istituzione di fondi fiduciari formali protegge i territori da ulteriori interventi di sviluppo e li restituisce alle mani delle popolazioni indigene. Tra questi figurano l’Amah Mutsun Land Trust, con territori nell’area della baia di Monterey, il Sogorea Te’ Land Trust nella zona orientale della baia di San Francisco e il Muchia Te’ Indigenous Land Trust nella regione a sud di San Francisco. Più a nord, la tribù dei Winnemem Wintu sta lottando per impedire l’innalzamento della diga di Shasta, che distruggerebbe molti dei loro siti culturali rimasti, e ha avviato attivamente un programma per reintrodurre il salmone selvatico nel fiume McCloud.

Da appassionato ascoltatore di musica folk e neofolk, mi capita spesso di imbattermi in progetti legati a ambienti di estrema destra o ambigui dal punto di vista politico. Quanto ritenete importante suonare questa musica con messaggi e idee diametralmente opposti a quelli fascisti? Vi definite una band in qualche modo “politica”? E, in tal caso, come descrivereste questa dimensione politica?

Taylore: Penso che, soprattutto adesso, possa solo essere utile chiarire la propria posizione. Non credo che si perda profondità artistica o integrità quando si è sinceri riguardo alle proprie idee politiche, e non mi convince l’impulso a essere provocatori o scioccanti solo per il gusto di esserlo. Detto questo, penso che sia utile fare qualcosa di più che limitarsi a marcare la propria musica con il simbolo della A cerchiata e considerarla a posto. Sono un’anarchica, ma ciò che questo significa per me potrebbe significare qualcosa di diverso per qualcun altro. Penso sia importante articolare le proprie motivazioni, prospettive e convinzioni, e non limitarsi a etichettare un progetto con un’identità politica. Ritengo che la musica che facciamo sia politica, nel senso che è un’affermazione di ciò che per noi è sacro e di ciò che aborriamo. Il fascismo rientra sicuramente tra le cose che aborriamo. Nella mia comunità musicale c’è davvero un’abbondanza di persone che la pensano come me, di buon cuore e appassionate, che suonano in progetti che spaziano dal black metal al dark folk, alla musica elettronica, e sebbene sia consapevole che roba come l’NSBM e il neofolk da leccaculo esistano davvero, non mi capita spesso di imbattermi in esse. Il comportamento da “edge lord” che descrivevo sopra si è manifestato di tanto in tanto. Lo incontravo anche negli ambienti punk un po’ più trasgressivi della mia adolescenza, ma per fortuna anche lì è piuttosto raro. Penso che sia importante non lasciare che questo comportamento da idioti si appropri dei generi musicali, capisci cosa intendo?

Michael: Un contesto storico di cui un numero sorprendente di persone sembra ignorare l’esistenza è che il neofolk ha avuto origine nelle scene musicali industrial e post-punk del Regno Unito negli anni ’80. Questi movimenti artistici (in particolare quello industrial) erano dediti con passione alla trasgressione di tutte le norme sociali e si opponevano con determinazione al conservatorismo sociale britannico durante l’era Thatcher. I precursori del genere neofolk sono tutti emersi da questo contesto culturale. Con il passare del tempo si sono formate alcune band neofolk i cui membri sembrano ignorare il contesto culturale originario del genere, interpretando alcuni dei suoi tropi estetici in modo molto letterale e utilizzandoli per proiettare i propri valori e la propria visione del mondo.

I Byssus non hanno in realtà punti in comune dal punto di vista culturale con questo tipo di progetti, quindi non c’è alcuna tensione in tal senso. Non suoniamo in concerti con questo tipo di band e non conosciamo queste persone. Inoltre, i Byssus non sono un progetto neofolk e le band neofolk non figurano tra le nostre influenze musicali originarie.

E a proposito dell’estrema destra e del fascismo: qui negli Stati Uniti abbiamo un governo apertamente di estrema destra e autoritario, sostenuto da un movimento sociale teocratico che sta chiaramente prendendo le redini del potere in questo Paese. A mio avviso, in quest’epoca, chiunque si comporti come un ambiguo “cripto-fascista” che sostiene sinceramente idee di destra sta fallendo completamente nel suo intento di essere un autoritario di destra, perché la sua fazione è al potere e non c’è motivo di nascondersi.

Un’altra frase che mi ha colpito molto sul vostro sito è la seguente: «La nostra musica è dedicata agli intrecci interspecie che sfidano la logica dell’impero». Potreste approfondire la vostra idea di cosa siano la logica dell’impero e gli intrecci interspecie? E in che modo queste intercconnesioni interspecie (tra esseri umani, non umani e piante) possono insegnarci a pensare a nuovi mondi radicalmente diversi dalle logiche del capitalismo e della civiltà tecno-industriale?

Taylore: Cavolo. Un’altra bella domanda. L’Impero è spinto a separare, atomizzare e soggiogare; è una logica che si oppone alla vita. Ritiene che l’individualismo e la supremazia siano naturali e auspicabili. Gli intrecci tra le specie sfidano questa logica attraverso il mutualismo da cui tutta la vita emerge e viene sostenuta: il microbioma intestinale, la micorriza che collega le radici degli alberi nella foresta, l’impollinazione fornita da vespe, mosche, pipistrelli, falene, il castoro che costruisce habitat per uccelli e pesci. Il mondo senza questi intrecci crolla e noi stiamo vivendo quel lento (ma accelerante) crollo da quando la civiltà industriale ha preso piede.

Secondo voi, come possiamo “guarire” questa profonda ferita che è la moderna disconnessione dal mondo naturale, al punto da farci sentire, come esseri umani, qualcosa di separato dalla natura? Quali sono le pratiche possibili per recuperare questa interconnessione e invertire la rotta verso l’abisso?

Taylore: Credo che ci siano molti passi da compiere che andranno oltre la durata della vita di questa generazione. Il primo è prestare attenzione al mondo vivente, stare a contatto con gli esseri che popolano le nostre case e imparare dai luoghi in cui ci troviamo. Contribuire alla costruzione di una cultura che metta al centro la terra e l’ecologia. Agire in solidarietà con i popoli delle Prime Nazioni che stanno lavorando per ripristinare le pratiche tradizionali di cura ecologica. In una certa misura, per me, ciò comporta anche l’apprendimento di alcune abilità tradizionali e il ricorso alle mie radici ancestrali per attingere a saggezza e storie, per quanto complesse e frammentarie possano essere. Non posso semplicemente importare uno stile di vita pagano europeo basato sulla natura e inserirlo in questo paesaggio, ma posso imparare dai modi antichi che trovano risonanza in me.

Al di fuori dei Byssus, nei territori in cui vivete siete impegnati in altri progetti musicali e non musicali legati o connessi ai temi trattati finora? Vi andrebbe di parlarcene?

Taylore: Canto in un coro folk stagionale che si esibisce in occasione di raduni legati ai solstizi, agli equinozi e alle festività di metà stagione, che in genere sono eventi di raccolta fondi a sostegno di progetti locali. Sono anche impegnata nell’organizzazione di iniziative di mutuo soccorso, principalmente fornendo cure a base di erbe. Nella nostra zona ci sono due festival che sostengono musicisti e artisti che condividono la nostra stessa visione: il Cascadian Midsummer e il Cascadian Yule. Michael ha una serie di progetti di cui può parlarvi. Michael e io gestiamo anche un’etichetta discografica chiamata Stonebreaker Media, che al momento comprende esclusivamente i nostri progetti musicali, ma speriamo di coinvolgere altri amici in futuro.

Burl: Sono onorata di aver fatto parte per alcuni anni del team medico dell’iniziativa Run4Salmon, guidata dalla comunità indigena, e di aver potuto offrire il mio contributo come operatore sanitario a sostegno dei residenti a basso reddito e senza fissa dimora di Santa Cruz e dell’area della Baia di San Francisco.

Michael: Faccio parte delle comunità Cascadian Yule / Midsummer dal 2006 e ho partecipato a numerosi progetti musicali e a molti eventi nati da questa scena. Oltre a Byssus, i progetti attuali e attivi di cui faccio parte sono le band metal cascadiane Alda e Returning. Sono un membro fondatore degli Alda e siamo in attività ormai da 18 anni, il che mi sembra incredibile se ci penso, mentre sono entrato a far parte dei Returning nell’estate del 2024. Tutti i progetti di cui ho fatto parte in questa comunità condividono lo stesso contesto e lo stesso scopo.

Quali sono invece le realtà, gli artisti, i collettivi e le band che suonano musica folk più interessanti e attivi nelle vostre zone? Esiste una vera e propria scena definibile come “folk” dalle vostre parti? E, se sì, come si sviluppa e come si organizza?

Taylore: C’è una vera e propria scena folk. Nel Nord-Ovest ci sono diversi grandi raduni che attirano gente da tutto il Paese. Il festival Fiddle Tunes a Port Townsend e il Folk Life a Seattle, solo per citarne un paio. La maggior parte della musica folk che si suona è o “Old Time” degli Appalachi o musica tradizionale irlandese, con qualche cantautore qua e là. Poi c’è la comunità multigenere di tipi stravaganti di cui ho parlato prima. Personalmente, mi piace tutto questo. Alcune delle persone e dei musicisti con cui collaboro qui nel nord-ovest del Pacifico fanno parte di progetti che si potrebbero definire metal o vari generi di musica heavy, oppure cori polifonici o gruppi che suonano brani irlandesi. haha. All’estero, i progetti folk contemporanei che apprezzo di più sono Mama’s Broke, Sangre De Muerdago e Lankum.

Burl: Santa Cruz vanta una storia piuttosto ricca di gruppi folk e di una comunità musicale incentrata sulla difesa delle foreste, l’occupazione abusiva degli immobili e la politica anarchica. Negli ultimi anni le cose sono decisamente cambiate, dato che sempre più persone sono costrette ad abbandonare Santa Cruz a causa dell’aumento dei prezzi, ma credo che i fili conduttori di quelle collaborazioni iniziate 10-20 anni fa continuino a vivere nei progetti musicali e siano ancora attivi qui e in altri luoghi.

Il vostro ultimo splendido album, In Foras, è uscito nel 2022. Avete in programma di pubblicare nuova musica a breve o vi state dedicando ad altro? Quali sono i vostri obiettivi per il prossimo futuro?

Taylore: Al momento stiamo lavorando a un altro album! Abbiamo intenzione di registrarlo in autunno o in inverno. Speriamo di riuscire a organizzare un altro tour nel 2026.

Siamo giunti alla fine dell’intervista; grazie mille ancora per il tempo che mi avete dedicato e per le vostre risposte. Vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Vi mando un grande abbraccio caloroso dai boschi della provincia di Milano!

Taylore: Grazie per le tue domande bellissime e profonde. Un grande abbraccio selvaggio dal Mare di Salish!

Burl: Abbracci selvaggi dalle maree della costa centrale e grazie per esserti messo in contatto con noi!