Lunarsy – Appenino Oltremare (2022)

Da sempre dico che non sono uno scrittore di recensioni musicali e il fatto che dal nulla mi è venuta la voglia di parlarvi di un disco semi sconosciuto pubblicato quattro anni fa né è la dimostrazione più palese. Diciamo che sono più un racconta storie che scrive di ciò che gli piace quando l’ispirazione arriva all’improvviso, ecco forse questa è una definizione che non mi dispiace. Venendo a noi, oggi il protagonista di questa storia risponde al nome di Appennino Oltremare, album pubblicato nel 2022 dal progetto Lunarsy e che sono sicuro in pochi conoscete.

Dietro al duo Lunarsy troviamo Marina Girardi, cantautrice selvatica e illustratrice nomade, e Vincent Croes, che con le loro voci e chitarre acustiche danno forma ad un album di musica folk dolce, magico e che profuma intensamente di sottobosco. Il progetto è nato durante le lunghi notti pandemiche sull’Appennino, quando Marina e Vincent si ritrovavano intorno a stufe fumose di vecchie case in pietra, tra crinali rovinosi e strade precarie. Sono nate così quindi le undici canzoni che compongono Appennino Oltremare, più che una raccolta di brani una sorta di racconto diviso in capitoli e immagini che hanno la forza evocativa di accompagnarci nel bosco, tra odore di resina e pigne, cortecce che scricchiolano sotto i piedi, scoiattoli che si rincorrono tra i rami come funamboli e il vento che spoglia i rami sussurrando storie antiche alle nostre orecchie. Questo viaggio all’interno della selva è incantato e solenne, non spaventoso né superficiale o distratto; a farci da guida tra alberi maestosi, radici che si snodano come serpenti sinuosi e un’oceano di foglie secche degli autunni passati, c’è la dolce ed evocativa voce di Marina che ci indica dove appoggiare i nostri piedi, dove dirigere lo sguardo e tendere l’orecchio.

Quello suonato dai Lunarsy è un folk selvatico, che loro stessi definiscono agro folk appenninico; è infatti un folk radicato nella terra, che parla la ligua del bosco e degli animali selvatici, che appartiene al paesaggio degli Appennini tanto quanto la dura roccia, il faggio o il lupo. Una musica che viene direttamente dalla terra e alla terra ci riporta più consapevoli del nostro posto nel mondo, dove la voce di Marina e le chitarre suonate da lei e Vincent si fanno solamente tramiti di qualcosa di più ancestrale e incantato. C’è infatti nella loro musica una dimensione spirituale legata alla terra oltre che un tono generale di devozione nei confronti della natura non vista come entità astratta ma come casa, come luogo a cui l’umano appartiene dalla notte dei tempi. Ed emerge anche nelle canzoni un sentimento e/o una tensione ecologica, che si traduce in una relazione con la terra fatta di attenzione e cura, di reciprocità e non sfruttamento. Tutto questo viene concretizzato dalla scelta delle parole usate, dalla poetica dei testi scritti, dalle immagini dipinte dalle loro voci e dalle armonie suonate dalle chitarre acustiche, così come dalle illustrazioni di copertina e da quelle che accompagnano il disco, disegnate dalla stessa Marina.

Canzoni intime che chiamano a raccoglierci attorno ad un fuoco in compagnia di poche amate persone, da ascoltare seduti in un bosco all’ombra delle fronde di un albero o al calore di una stufa nelle ultime sere d’autunno attendendo l’arrivo dell’inverno. Canzoni da sussurrare mentre si cammina nel bosco, così che le altre tribù non umane possano sapere che stiamo percorrendo di nuovo quel sentiero verso la selvatichezza che avevamo smarrito; un sentiero che può invertire la rotta della distruzione e del saccheggio della nostra cultura antropocentrica e riavvicinarci ad una relazione di reciprocità con la Terra. Un sentiero che potrebbe insegnarci a re-incantarci e di conseguenza re-incantare il mondo.

Bleater – Winter (2025)

Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.

Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.

Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.

I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?

Vihanto – Mostly Rain Clouds (2026)

Meno di una settimana fa ero all’oscuro rispetto a questo progetto e questo album, poi sono entrato in Villa Occupata a Milano e qualcosa di magico è successo. Nella cornice del compleanno della Villa, nella zona dedicata ai concerti acustici dove hanno suonato quelle bellissime persone di Sally and the Mystical Seafloor, mi imbatto in questo crust punx mai visto prima. Ci scambio due chiacchiere e scopro che arriva dalla Finlandia e che pochi giorni prima aveva conosciuto alcune persone della Villa. Mentre continuiamo a parlare mi racconta che vorrebbe suonare anche lui qualcosa di suo, così tra un cambio palco e l’altro nella zona dove hanno suonato le band, prende accordi con gli altri musicanti e facendosi prestare la chitarra acustica inizia a strimpellare e cantare. Il nome del suo progetto solista è Vihanto e ha pubblicato giusto sei mesi fa un album dal titolo Mostly Rain Clouds. Un album che nasce dalla sofferenza, dalla depressione, dalle angoscie della vita che vengono tradotte in una musica sofferente ma che lascia trasparire una flebile luce in fondo al tunnel; una musica che affonda le radici in un cantautorato esistenziale e intimo, tra richiami folk, vaghi accenni country e la crudezza istintiva e decadente del grunge.

Un album profondamente intimo e personale che, ci racconta l’ultimo anno della vita di Roni (questo il nome del nostro caro crust punx finnico), un anno caratterizzato da svariate difficoltà e come l’ha definito lui stesso “l’anno del lutto, del cuore spezzato e della morte”. Le dodici canzoni sono come delle tappe di un percorso in cui veniamo guidati dalla voce e dalla chitarra acustica, e in ogni tappa ci troviamo faccia a faccia con la tristezza, la depressione, l’ ansia e altre emozioni difficile e intense vissute da Roni e che ci colpiscono come un pugno nello stomaco rendendoci solidali e partecipi al suo dolore; ma questo album non è solo una discesa nell’abisso del malessere umano, poichè tappa dopo tappa ci sembra sempre più chiaro di star accompagnando Roni nel suo percorso verso la guarigione, verso il ritrovamento di un senso e di una speranza in questa condanna a cui abbiamo dato il nome di vita. Inutile che vi stia qui a evidenziare questa o quell’altra canzone, perchè proprio come un lungo e difficoltoso viaggio verso la rinascita, ogni passo ha una sua importanza e non può essere raccontato senza tenere conto di quello precedente e di quello successivo. La voce di Roni è sofferta e decadente, la chitarra dipinge atmosfere malinconiche e nel suo insieme la musica ha quel sapore delle giornate di pioggia passate a letto a fissare il soffitto senza obiettivi.

Un album che nasce da un bisogno viscerale di fare i conti con il malessere e le difficoltà, con il buio interiore ed esteriore, con i colpi che la vita ci infligge senza preavviso. Per questi motivi siamo al cospetto di un album semplice nella forma e nella struttura compositiva, quanto complesso e intenso dal punto di vista emotivo e personale. Siamo invitati a fare compagnia a Vihanto e abbiamo il privilegio di poter ascoltare il suo dolore tradotto in musica, in un’esperienza profondamente intima e melancolica in cui possiamo solamente lasciarci sprofondare senza aggiungere parole che sarebbero superflue. Una piacevole scoperta, tanto umana quanto musicale.

Grēcīgie Partizāni – Ēnas trokšņo (2024)

Credo sia abbastanza inusuale imbattersi in una band che compie un tour spostandosi principalmente in bicicletta o in autostop per tutta la Lettonia. Ma questo è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni i Grēcīgie Partizāni, gruppo folk punk lettone. Quando vedevo sulla loro pagina instagram gli aggiornamenti del tour, tra foto di loro in bici, accampati in mezzo ai boschi per passare la notte o a suonare a bordo strada, pensavo tra me e me che stessero facendo una cosa tanto folle quanto estremamente divertente. Una scelta che sottolinea l’attitudine fortemente indipendente e votata all’autosufficienza del gruppo, oltre che una certa coscienza ecologica.

Formatosi nel 2021 e guidati dal carismatico frontman Kārlis Pūķis, i Grēcīgie Partizāni si definiscono come un’esnemble di musica folk radicale in bilico tra sonorità popolari-tradizionali e vocazione anarcho-punk rock. Nel 2024 il quartetto lettone pubblica un nuovo disco intitolato Ēnas trokšņo, traducibile come Le ombre fanno rumore, un titolo che spazza via ogni dubbio di trovarsi di fronte ad un disco di folk punk spensierato e leggero. Difatti le sonorità che caratterizzano le tredici canzoni dell’album riescono ad essere immediate pur avvolgendosi di un sottile mantello d’oscurità e inquietudine, trattando tematiche che si concentrano principalmente sul lato oscuro dell’esistenza e dell’animo umano. Ma c’è spazio anche per parlare delle ingiustizie e delle paure, così come della ricerca di libertà e di indipendenza in un senso tanto personale quanto più ampio e politico.

Il tutto viene supportato da una trama sonora in cui convivono il folk punk più classico di stampo americano (Rail Yard Ghosts ma non solo), il sapore rurale e i toni tormentati di certo bluegrass (si ascolti una canzone come Kapsētas blūzs per averne un chiaro esempio), certe remote influenze ascrivibile al vasto contesto gipsy jazz (vengono alla mente i compaesani Rahu the Fool) e addirittura richiami al murder folk più scabroso in una traccia come Sapņu slepkavnieks. Inoltre, vista la mia totale ignoranza in materia, non posso escludere che nella musica dei Grēcīgie Partizāni viva o sopravviva l’influenza della tradizione folk lettone, ma sarei molto felice se fosse così.

Al fianco di Pukis, mente del progetto, polistrumentista poliedrico che si occupa di suonare chitarra e basso così come tramburelli, flauti e xilofono, troviamo la sua compagna di vita Anete (impegnata al basso e al violoncello), Arno (al violino e all’armonica a bocca) e Nauris (il suonatore di banjo del gruppo). Come da tradizione bluegrass e folk punk tutti e quattro si dedicano anche alle parti cantate, con le voci di Pukis e Anete a ricoprire un ruolo da protagoniste e quelle di Arno e Nauris impegnate per lo più nei cori a supporto delle varie composizioni.

Come già ampiamente detto, il folk punk dei partigiani del peccato (questo dovrebbe essere il significato del loro nome) è tutt’altro che allegro e frivolo, anche se non mancano momenti più istintivi e godibili come Ļaunums e Daugavā; la loro musica è un qualcosa di dannato, tormentato e inquieto e allo stesso tempo attraversata da emozioni di malinconia e sconforto, donando ai brani le sembianze di veri e propri sortilegi atti a torturare l’animo degli sventurati ascoltatori di un album come Ēnas trokšņo. Chiaro esempio di ciò brani evocativi e intensi come la stregonesca Sikspārņu ragana e la caoticamente diabolica Purva velns.

C’è poco altro da aggiungere su un album come questo che ci tiene compagnia con un ottimo esempio di folk punk sfaccettato e personale, se non augurarci di vedere presto dal vivo in qualche squat occupato o in qualche bosco i Grēcīgie Partizāni.

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Catal Huyuk – Scars (2026)

L’atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell’antenato evolutivo di un individuo. L’atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima.

Se nel 1994 l’anarco-primitivista John Zerzan parlò di un futuro primitivo, oggi nel 2026 i Catal Huyuk preferiscono concentrarsi sull’idea di un futuro atavico, ovvero un futuro in cui possano ritornare caratteristiche, abilità, coscienze e pratiche ancestrali di homo sapiens e che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia evolutiva, sia da un punto di vista materiale che spirituale. Un’idea di atavismo che si traduce nella musica suonata dal duo di Portland in sonorità ipnotiche, atmosfere primordiali e un’immaginario così primigenio da perdersi nei meandri della preistoria. Il nome stesso scelto dalla band è un richiamo Çatalhöyük, uno dei primi grandi insediamenti dell’umanità che risale ai tempi del neolitico, in quel periodo della storia umana segnato dal passaggio da una vita nomade a quella stanziale. Quello suonato da Marisa e Marios è uno stile minimalista ma estremamente personale e sfaccettato, che si articola tra le melodie e i ritmi costruiti con soli tre strumenti: box guitar, cymbal e tamburo. Oscuro, ipnotico, psichedelico, ritualistico, il futuro atavico affrescato dai Catal Huyuk ci invita a varcare la soglia del mondo visibile e lasciarci guidare da ciò che non possiamo vedere ma solo percepire, da ciò che sembra non esistere più ma che è inscritto nelle profondità del nostro ancestrale corredo culturale.

Questo minimalismo sonoro dipinge perfettamente scenari e atmosfere che ci catapultano immediatamente in una trance allucinata, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un antico rituale sciamanico in cui non siamo in grado di riconoscere nitidamente voci e suoni, in cui la realtà si mescola a visioni oniriche e i confini tra questo e l’altro mondo si fanno labili e attraversabili. Anche per questi motivi il viaggio che facciamo tappa dopo tappa per discendere negli abissi sonori di Scars è tutt’altro che rassicurante, visto che l’intera esperienza è attraversata visceralmente da pulsioni e tonalità orrorifiche e a tratti realmente angoscianti come solo una trance sciamanica o un rituale sacrificale possono essere. Un rituale in cui a guidarci troviamo la voce spettrale, mistica e cerimoniale di Marisa, che spesso si limita a emettere dei vocalizzi che assomigliano a dei lamenti utili a scandire la trance in cui siamo sprofondati. Ipnotica tanto la parte ritmica costruita dalle percussioni quanto le melodie composte dalla guitar box, entrambe caratteristiche che amplificano l’atmosfera psichedelica e primordiale evocata dalle otto canzoni e rendono ancora più spontaneo immergersi nell’esperienza di ascolto di un album come Scars.

Tra dark folk, psichedelia e richiami al folk horror, la musica dei Catal Huyuk riesce perfettamente nella sua impresa di voler suonare ancestrale e primitiva, così come nella sua intenzionalità di voler accompagnarci verso un futuro atavico tra suoni, sensazioni, immagini e scenari mentali ed emotivi. Non lasciatevi intimorire, varcate la soglia di questo presente distopico alla volta di un futuro atavico.

The Greasy Whiskers – Auld Time (2026)

Di Muschio e Pietra nasce sicuramente da una lunga esperienza negli ambienti punk e diy e da una storia personale di appartenenza a percorsi di lotta di natura anarchica e anti autoritaria, per questo il sottotitolo è “folk e anarchia” e si vuole concentrare principalmente sul folk punk e l’anarcho folk. Ma ciò non significa che i motivi che portano alla genesi di un progetto come questo escludano l’influenza e l’interesse che ha avuto su di me la musica folk nel suo complesso negli ultimi anni, anche in quelle forme ed incarnazioni che poco o nulla hanno a che fare con un’etica punk o un approccio esplicitamente anarchico.

Questa premessa per introdurvi l’album e la band di cui voglio parlarvi oggi, ovvero Auld Time degli scozzesi The Greasy Whiskers. Come loro stessi lo definiscono, il loro stile è un folk transatlantico, nel senso che affonda le proprie radici nella tradizione della musica popolare americana, irlandese e scozzese. Il gruppo è formato da sei musicisti tutti provenienti da regioni geografiche e background stilistici differenti e questo rafforza sicuramente la natura transatlantica della loro musica e la ricchezza di sfumature e influenze, tra ballate country, canzoni bluegrass, melodie gaeliche e accenni vagamente jazz. Differenti strumenti sono co-protagonisti nella composizione delle sette tracce presenti su Auld Time, dal violino all’harmonium, dal banjo al mandolino, tutti suonati con maestria e competenza, con trasporto emotivo e con l’intensità giusta per costruire le atmosfere che richiamano di volta in volta paesaggi e immaginari americani, irlandesi e scozzesi. Al fianco dell’interessante e godibile parte strumentale troviamo l’alternarsi delle voci maschili e femminili che concorrono a donare ancora più sfumature allo stile dei The Greasy Whiskers, oltre che permettere di evocare sensazioni ed emozioni differenti in base all’atmosfera delle varie canzoni.

L’intero album si snoda in un equilibrio perfetto tra composizioni più evocative e riflessive, dal carattere quasi assimilabile a certe incarnazioni drone folk, come nel caso di Hush Hush o dell’incantevole, intima e atmosferica Highland Widow’s Lament, e altre che sono vere e proprie ballate danzereccie, trascinanti e divertenti come MacPherson’s Rant o Cold and Frosty Morning da balli sfrenati per le piazze, nei pub di Edimburgo (dove si esibiscono ogni settimana) o attorno al fuoco. Musica semplice che continua a battere il sentiero della tradizione folk e popolare, pur aggiungendoci la giusta dose di personalità e intensità capace di rendere queste canzoni sempre fresche e irresistibili, tenendo insieme pulsioni sonore diverse in un modo estremamente coerente. Auld Time suona come dovrebbe suonare un album di musica folk tradizionale e questo è quanto basta per rendere il suo ascolto piacevole e convincente. Anche se non si tratta di anacho folk o folk punk, date una chance ai The Greasy Whiskers e non ve ne pentirete!

Giz Medium – More songs about plantsitting (2026)

In un domenica di agosto di più di dieci anni fa, uno sconosciuto menestrello anarcho punk fece la sua apparizione in Casa Occupata Gorizia a Milano, in una delle poche situazioni folk punk organizzare dalla scena hardcore e DIY milanese nel corso degli anni. Questo menestrello di nome Giz Medium originario di Marsiglia, in questi ultimi dieci anni non ha smesso di comporre, scrivere e strimpellare e per fortuna a febbraio di quest’anno ha pubblicato un nuovo album dal titolo More songs about plantsitting, una cassettina autoprodotta di puro, semplice e immediato anarcho folk punk che prosegue nel discorso lirico-poetico-politico e musicale tracciato dal precedente Promance del 2019.

Nelle note che accompagnano l’album, Giz descrive questo nuovo lavoro come un inizio e una fine allo stesso tempo, otto nuove canzoni che nascono da una presa di coscienza che in questi anni nulla è cambiato in senso rivoluzionare a livello personale e globale e perciò da un senso profondo di disillusione, smarrimento e paralisi nei confronti dell’esistente. Affondando le radici in questo substrato di emozioni, le canzoni potrebbero sembrare una raccolta di inni depressi e malinconici; ma questo non è del tutto vero, perchè dai testi così come dal coinvolgimento con cui Giz interpreta i brani si sente un forte bisogno e desiderio di invertire la rotta di questo mondo in cui c’è una reale mancanza di comunicazione tra persone, per costruire/coltivare comunità che possano aiutarci a prendere atto che non abbiamo bisogno della polizia, dei governi, dei padroni per vivere una vita radicalmente diversa, per stare bene insieme e prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene. Questo anelito di libertà e comunità nasce proprio da quelle stesse emozioni di sconforto e impotenza che tutti noi viviamo quotidianamente trovandoci ad affrontare un mondo e un sistema che sempre di più si mostra invivibile, ingiusto, alienante e violento. Sono canzoni che nascono anche e soprattutto dall’intimo e profondo bisogno di costruire l’anarchia nel qui e ora che Giz sente da sempre e di cui non ha mai fatto mistero nel corso degli anni.

Anche per questo desiderio viscerale libertario, More songs about plantsitting è in tutto e per tutto un disco anarcho folk che abbraccia influenze musicali capaci di spaziare dall’anarcho punk a certe tendenze emo-folk recenti, in equilibrio perfetto tra Pat the Bunny e Pigeon Pit. Ogni singola canzone dell’album è allo stesso tempo un manifesto personale e politico, un racconto quotidiano di emozioni comuni, di demoni irrisolti, sogni spezzati così come di speranze incendiarie e ardenti tensioni di rivolta; canzoni da ascoltare e cantare insieme alle persone, agli amici, ai compagni a cui vogliamo bene e con cui cerchiamo di difenderci dagli orrori perpetrati dal cosidetto migliore dei mondi possibili. Giz si dimostra un perfetto bardo nel suo raccontare esperienze personali e al tempo stesso collettive con immediatezza e sincerità, grazie alla sua voce e alla sua chitarra che riescono a costruire atmosfere anche malinconiche e rabbiose con cui è immediatamente facile empatizzare, fare proprie e sentire nel profondo delle viscere.

Siamo stati tutti degli idealisti adolescenti e post-adolescenti anarchici, ma anche se l’insurrezione non è ancora arrivata come ce la sognavamo, noi possiamo e dobbiamo continuare a costruire l’anarchia nelle nostre vite e con le persone che più amiamo e abbiamo vicine. Grazie Giz per questo disco, per queste parole e per questa musica sincere.

Ancient Hostility – Sing As Loud As You Can (2025)

Canta più forte che puoi. Questo il titolo del primo disco degli Ancient Hostility pubblicato lo scorso anno. Non solo un titolo, perchè la scelta di usare questa frase sembra più un invito a chi ascolta e un chiara presa di posizione. Difatti il duo inglese formato da Simon Barr dei Dawn Ray’d (defunta band black metal) e Ash Ludd degli All in Vain (anarcho folk punk) non nasconde le proprie radici profondamente ancorate nella storia del pensiero e della lotta anarchica; proprio per questo un titolo come Sing As Loud As You Can appare non solo ovvio e sensato ma anche come una chiamata alle armi per non restare in silenzio dinanzi alle ingiustizie e usare la propria voce come un arma contro ogni forma di oppressione che vediamo attorno a noi quotidianamente. Anche il nome stesso scelto da Simon e Ash sembra voler richiamare un sentimento di ostilità nei confronti dei ricchi, dei potenti e degli oppressori più antico ancora della filosofia anarchica, come quello radicato nelle lotte contadine durante la Guerra Civile inglese del 1600 o altri esempi simili di insubordinazione e rivolta di cui è disseminata la storia fin da quando esistono i padroni e gli sfruttati.

Sul lato musicale la proposta degli Ancient Hostility si caratterizza per una riproposizione del canto folk tradizionale, tanto che grandi protagoniste dell’intero album sono le due voci e il loro canto armonico, inframezzate da brevi momenti in cui fanno capolino la concertina e il violino, unici due strumenti suonati nelle varie canzoni in grado di donare maggiori sfumature alla proposta del duo di Liverpool attraverso sonorità di matrice drone folk. In questo minimalismo sonoro costruito sapientemente dalla concertina e dal violino, oltre che dal canto polifonico di Simon e Ash, si possono quindi sentire tanto le influenze della musica folk popolare britannica quanto la riscoperta folk del revival anni sessanta. La scelta di ripercorrere la tradizione del canto folk armonico è stata intrapresa non in un’ottica di nostalgia del passato, ma come strumento per rafforzare la diffusione di messaggi di lotta e resistenza nel qui e ora in una maniera accessibile e riconoscibile. Il passato e la tradizione visti quindi non come mezzi reazionari, ma come messaggeri di storie ed eventi che possono indicarci la via da seguire per continuare a lottare e camminare in una lunga tradizione di resistenze e insurrezioni.

Alcune canzoni come Hammer assomigliano a delle vere e proprie ballate della tradizione folk inglese, anche se poi nel testo si sviscera tutta l’originalità, l’urgenza e l’attualità del messaggio che il duo britannico vuole diffondere: l’odio nei confronti degli oppressori, la violenza dello Stato, la solidarietà tra gli oppressi e gli ultimi che diventa un’arma di resistenza e un sentiero da percorrere per organizzare l’offensiva. In Immigration Van invece il tema centrale è l’immigrazione e la solidarietà nei confronti di persone reali che hanno vite segnate da sogni infranti, speranze, violenze subite e difficoltà materiali che troppo spesso vengono rappresentate solamente come minaccia dalla propaganda reazionaria, fascista e razzista da un lato e come un numero da gestire per le politiche migratorie degli Stati nazione dall’altro. Accanto ai brani più politici e radicali, trovano spazio anche liriche dalla vena più intima e personale come Leaving, in cui si parla di relazioni umane, di sentimenti come l’amore e delle emozioni contrastanti che esso crea, specialmente quando si rischia di farsi del male provando a volersi bene. In un album intenso e sfaccettato come Sing As Loud As You Can, c’è spazio anche per la rivisitazione di Police Patrol, una canzone antimilitarista e contro la polizia, scritta dall’artista revival folk Bob Davenport nel 2005.

Un album che nella sua interezza e nel suo alternarsi tra emozioni di rabbia e tristezza, di tensioni rivoltose e lacrime amare, è allo stesso tempo profondamente personale e radicalmente politico. Gli Ancient Hostility ci invitano così non solo a gridare a gran voce la nostra voglia di resistere e opporci agli orrori perpetuati quotidianamente dallo Stato e dal Capitalismo, ma anche a renderci conto che veramente la solidarietà è l’arma più importante che abbiamo come oppressi per mettere davvero in pratica una vita radicalmente diversa. E allora mentre di questo mondo iniziamo a vederne le macerie, torniamo liberi e selvaggi nelle piazze, torniamo a ballare insieme alla luce di un falò in nome dell’anarchia!

Cuttin’ at the Point – Rough and Raw (2023)

Dalle vette degli Appallachi alle montagne bergamasche il passo è più breve di quel che ci insegna la geografia fisica. Non a caso ascoltando la musica suonata dai Cuttin’ at the Point si viene immediatamente trascinati nelle zone più rurali della regione appalachiana o dei territori del sud degli Stati Uniti d’America, anche se il duo formato da Alioscia e Stefano è originario di Bergamo. Questo perchè i Cuttin’ at the Point pescano a piene mani nella antica tradizione musicale popolare americana anche conosciuta con l’etichetta di “old time mountain music“, quelle sonorità tipiche delle zone rurali e montane apparse a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Ballate, danze e composizioni dal sapore antico, energico, sporco e genuino allo stesso tempo, accompagnate da melodie e ritmi ruvidi e immediati che hanno fatto la fortuna delle canzoni popolari della tradizione folk a stelle e strisce. Una musica profondamente e fieramente “ruvida e grezza” come ci indica il titolo stesso del loro primo album pubblicato nel 2023 e registrato in una stanza suonando di seguito tutte le canzoni senza ritocchi ulteriori, per donare al suono una natura più autentica e vera.

Mentre Stefano si occupa di strimpellare la chitarra, Alioscia si dedica al fiddle e al banjo, strumenti tipici della musica che propongono, dell’epoca storica a cui fanno riferimento e dell’immaginario a cui si richiamano. Come dicono loro stessi, la loro musica è suonata in maniera semplice e diretta, senza troppi fronzoli o virtuosismi e che vuole andare “Dritto al Punto”, per tenere fede al significato originale del nome del loro duo. In questa rivisitazione di ballate e canzoni popolari americane emergono in maniera tangibile i paesaggi dei monti Appallachi e la vita quotidiana della gente comune nelle zone rurali alla fine del 1800 tra miserie, difficoltà, speranze e ben pochi momenti di divertimento e spensieratezza. Musicalmente, ascoltando un album come Rough and Raw, vengono facilmente alla mente artisti contemporanei così come quelli più datati che hanno seguito lo stesso sentiero di Alioscia e Stefano nel diffondere, riproporre e rifarsi alla tradizione della musica popolare americana e appalacchiana: Joseph Decosimo, Matt Heckler, Daniel Sherill, Les Blackwell o Blaze Foley.

Canzoni da suonare, cantare e ballare attorno al fuoco in compagnia, in un bosco o in una festa popolare sparsi tra i monti, così come per le strade di paese o nel giardino di una casa di campagna in compagnia di pochi amici intimi. Niente più e niente meno è la musica dei Cuttin’ at the Point e tanto basta per renderla sempre fresca e divertente pur rifacendosi ad una tradizione musicale che porta su di sè il peso di due secoli di storia. Musica popolare dal popolo per il popolo, ruvida e grezza come le esistenze quotidiane della gente semplice e genuina. Perchè alla fine in una vita di fatiche e miserie, i Cuttin at the Point vogliono ricordarci l’essenza stessa della musica: energia, espressione, euforia e comunicazione.