Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



FLŌD – FLŌD (2025)

Termine proveniente, con molta probabilità, dall’antica lingua anglo-sassone e che sta ad indicare l’onda o la marea, FLŌD è anche il nome scelto per questo nuovo progetto solista di stanza in Bretagna, Francia, impegnato a suonare musica folk. Progetto che ho scoperto questo pomeriggio, catturato immediatamente dal bellissimo artwork di copertina che accompagna il primo omonimo album e dall’affascinante musica folk che sgorga dalle nove tracce che lo compongono.

Non folk-punk, semplicemente folk. Una musica che, nell’intento del menestrello Klemm (mente, voce, cuore e braccia dietro al progetto), si posiziona come punto d’incontro tra le sonorità tradizionali irlandesi, il folk ambientale e tendenze anarchiche prese in prestito dall’anarcho punk, più nell’attitudine e nel mood generale che nel suono. E’ questo sostanzialmente ciò che ci ritroveremo ad ascoltare addentrandoci tra i flutti e le note di questa prima fatica in studio targata FLŌD, un viaggio attraverso ballate allegre, lente arie, lamenti, melodie e componimenti che si rifanno ad una precisa tradizione musicale che guarda con attenzione in terra irlandese e altrettanto al folk marittimo, con un gusto spiccato per arrangiamenti decadenti ma allo stesso tempo delicati e orecchiabili, a tratti addirittura vicini a certe sonorità indie folk più moderne. Ne è un esempio abbastanza attendibile una bellissima traccia come Ghosts and Shadows, che nelle sue affascinanti armonie sia strumentali che della voce, riesce ad evocare facilmente lo spettro di artisti quali gli Ye Vagabonds o Daniel Norgren. Ma il registro dell’album torna subito su sentieri più tradizionali con la successiva The Shipwreck, brano completamente strumentale che si ispira in maniera palese ai jig e ai reel, due dei più classici stili musicali e di canzoni irlandesi; dove la prima parte del brano in questione è più lenta e malinconica, la seconda si assesta su un’atmosfera danzereccia e ritmi più sostenuti e allegri. Klemm, nelle note che accompagnano il brano, ci racconta che l’ispirazione per comporre quest’aria gli è venuta facendo visita ad un suo caro amico sull’isola di Inisheer, dove rimase rapito dalla bellezza del paesaggio e del relitto di un’imbarcazione che giaceva sulla spiaggia. Tutto il disco è infatti influenzato, a livello lirico-tematico, da storie di mare, dai paesaggi e dalla fauna marini, come da tradizione delle canzoni irlandesi-scozzesi.

A questa fascinazione per il mare, lungo cui si sviluppa tutto il disco, il nostro bardo francese aggiunge qua e là sfumature anarchiche-libertarie, specialmente a livello poetico e lirico, a volte recitate con toni sofferenti, altre con sprezzante decisione; è questo il caso dell’avvincente e ammaliante traccia introduttiva Seabirds, in cui la voce di Klemm recita: “Non serviremo nessuno / Staremo in piedi e ci terremo stretti con gioia / Seguiremo incautamente alcuni sogni dimenticati / E navigheremo verso il vasto mare aperto”. Altre tracce molto evocative, a livello di immagini e paesaggi della mente, grazie allo stile poetico che contraddistingue il cantastorie bretone, sono sicuramente Chimeras, con la sua struggente richiesta al fiume di portare via con sè le speranze e dubbi, The Secret Land, dalle tonalità vagamente americano-appalachiane, e la conclusiva Gone Free, un lamento funebre che si tramuta in canto liberatorio, dedicato alla memoria di una sua cara amica di nome Delphine. Sicuramente è forte e presente l’ispirazione della secolare tradizione musicale irlandese, ma quà e là durante l’ascolto di questo album mi son balzati alla mente svariati artisti che negli ultimi anni stanno provando a dare nuova linfa, in maniera personale e non scontata alla musica folk: Lankum, Mama’s Broke, Matt Elliot, Lisa O’Neill e in ambito più anarchico i più recenti Ancient Hostility e Tüül.

Per concludere questo flusso di pensieri e parole sul primo disco del progetto FLŌD, scoperto per caso e che mi ha immediatamente folgorato, posso semplicemente dire che se volete ascoltare un bellissimo disco di folk tradizionale, anarchico e ambientale allo stesso tempo, mentre vi fate cullare dal lento sciabordio del mare o sognate di naufragi tra i flutti schiumosi tra tuoni, baleni e fulmini, non dovete far altro che lasciarvi incantare dalla voce e dalla musica di Klemm. 

Tüül – Moorland (2024)

<<Moorland trae ispirazione dalle “unlands” selvagge, quei vasti paesaggi paludosi delle terre basse che chiamiamo “casa”.>> Così ci viene presentato questo secondo album dell’affascinante progetto olandese Tüül, un duo folk composto dal banjo di Johanna Brücher, dalla fisarmonica di Teun Joshua Brandt e dalle loro voci. Johanna e Teun sono una coppia anche nella vita oltre che sul lato musicale e questo si percepisce immediatamente dall’affinità e la complicità con cui si costruiscono e si presentano le cinque composizioni che danno forma a Moorland. L’album, da un punto di vista lirico e concettuale, prende le mosse dalle riflessioni emerse sui territori e sui paesaggi in cui vivono Johanna e Teun; riflessioni che ruotano attorno alla presa di coscienza che questi paesaggi , nel corso del XIX secolo, sono stati trasformati dall’industria agricola in vere e proprie lande deserte, lasciando dietro di sé solamente isolati lembi di brughiera. La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Le sonorità e le armonie create dall’intreccio tra il banjo e la fisarmonica dipingono atmosfere desolanti e sofferte ma che lasciano sempre intravedere uno spiraglio di luce, una crepa in cui germoglia l’erbaccia che rivendica la sua esistenza in un mondo completamente addomesticato, assoggettato alla logica del controllo e dell’utilitarismo, così come del mito di un progresso suicida e distopico. E’ un folk dalle tinte oscure e cupe, a tratti apocalittiche, con un particolare gusto per arrangiamenti ambientali, derive doom-drone e armonie che sembrano poterci perseguitare anche dopo aver concluso l’ascolto dell’album. Cinque sono le tappe in cui ci conducono, come dei vagabondi erranti, i Tüül, partendo dall’ammaliante e intensa Bury Me che rimane in testa fin dal primo ascolto, grazie soprattutto alla ripetizione a due voci della formula “don’t you worry…” per gran parte della durata del brano. Musicalmente in Moorland vengono evocati gli spettri di altri progetti folk recenti, da quelli più tradizionali come gli irlandesi Lankum a quelli più legati ad un’etica anarchica e diy come le Cistem Failure, passando per i dischi meno recenti del progetto Cinder Well o degli statunitensi Byssus. Potremmo definire, senza troppi errori, le sonorità costruite dal duo olandese come doom-folk, composizioni che si muovono in bilico tra una leggerezza apparentemente sognante e una desolazione apocalittica e priva di speranze, tra cantilene monotone e lente e passaggi dalle tinte funeree. I ritmi sono sempre rallentati, cadenzati e volutamente ripetitivi per trascinare l’ascoltatore in una sorta di trance sonora che facilità la discesa in paesaggi della mente dominati da lande deserte, paesaggi in rovina, luoghi abbandonati, cercando tra paludi e brughiere immagini reali di vite non-addomesticate e radicalmente diverse.

No Surprises o Pulling Bracken son solamente due delle cinque splendide e intense tappe che ci troveremo ad affrontare durante l’ascolto di Moorland, disco che ascolto dopo ascolto rafforza tutta la sua intensità e bellezza, lasciandoci con una sensazione di spaesamento e decadenza che non spaventa ma nutre un immaginario sempre più concreto di luoghi, spazi e tempi sottratti alla morsa dell’addomesticamento, della civilizzazione e della devastazione ecologica. In definitiva Moorland è il disco che mi ha fatto infatuare dei Tüül e quindi non posso essere totalmente oggettivo nel dirvi che merita ascolti ripetuti e attenti, oltre che di essere diffuso il più possibile. A presto su queste pagine virtuali, forse, arriverà anche un’intervista a Johanna e Teun… quindi tenetevi pronti se volete approfondire le loro idee, riflessioni e influenze musicali e non solo!