L’ira del bosco – L’ira del bosco (2026)

Per anni ho sognato da solo e in compagnia di pochissimi complici di organizzare un concerto ai Murmur Mori in qualche squat anarchico milanese o in qualche bosco di provincia. Un sogno che è rimasto sempre sepolto nel cassetto del mio cuore e della mia immaginazione, ma che mi ha accompagnato ogni volta che ascoltavo la musica suonata da Silvia e Mirko, menti, anime e mani dietro al progetto piemontese impegnato a ricostruire, riscoprire e riproporre musica medievale italiana ed europea.

Quest’anno verso febbraio, come un invernale brezza improvvisa che fa tremare i rami secchi e spogli, mi imbatto nel nuovo progetto solista di Mirko, un progetto dall’affascinante titolo L’ira del bosco e ne rimango immediatamente rapito. L’album omonimo è di un fascino unico e raro, suonato esclusivamente dalla lira, senza parole cantate ma con i suoni del bosco registrati dallo stesso Mirko nei luoghi che abita e attraversa. Così la voce del bosco e dei suoi molteplici abitanti non umani e vegetali diventano co-protagonisti e co-compositori nel paesaggio sonoro dipinto da Mirko; questo minimalismo sonoro non è però privo di sfumature e complessità, non solo musicali ma anche e soprattutto di intenzioni, tensioni, ideali e atmosfere.

Come dicevo, gli undici brani presenti nell’album sono composti da Mirko facendo affidamento solo sulla sua amata lira, strumento che suona con una dolcezza e una purezza disarmanti, costruendo grazie alle melodie di questo inusuale strumento medievale paesaggi della mente evocativi ma allo stesso tempo malinconici, sognanti ma contemporaneamente dal sapore dolce-amaro. Le atmosfere evocate dalle varie composizioni sono attraversate da un animo romantico che fa esperienza del sublime, da un senso di riverenza e rispetto ancestrale verso la Natura e il suo mistero e da una spiritualità antica legata al ciclo delle stagioni invece che a falsi dogmi, a divinità onnipotenti e a poteri costituiti.

Se non ve ne foste già accorti, vorrei farvi notare l’interessante gioco di parole contenuto nel nome del progetto, dove le parole lira e l’ira si mescolano evocando un significato più ampio e intenti specifici. Mirko infatti vive in un piccolo paese delle Alpi piemontesi avvolto dai boschi e passa molto del suo tempo in questi luoghi boschivi, sia per ripulirli dalle scorie e dai rifiuti della nostra società industriale-consumista sia per ascoltare i suoni della Natura in cui trova ristoro e ispirazione. Proprio per questo la musica che compone e suona con la suo lira del periodo altomedievale vuole rappresentare una vera e propria presa di posizione critica e radicale nei confronti di una società moderna che si è abituata così tanto ai suoni disarmonici delle macchine da non essere più in grado di ascoltare il canto armonioso dell’avifauna, abituata così profondamente ad amare il caos meccanico che cancella la melodia degli uccelli. A sottolineare questo carattere critico e politico in un senso ecologista del progetto, Mirko ci tiene ad evidenziare che il 50% dei ricavati della vendita virtuale dell’album verranno donati ad associazioni che si impegnano nella salvaguardia degli ecosistemi in giro per il mondo.

Perchè, prendendo in prestito le sue parole, non importa chi siamo e quali siano i nostri interessi, senza le foreste e i boschi saremo tutti morti. E questa presa di coscienza ci accompagna per tutto l’album, perchè solo tenendo a mente la centralità della Natura nelle nostre esistenze addomesticate dalla civiltà del progresso-regresso senza fine, potremmo invertire la rotta in questi bui tempi di ecocidio e antropocene. Sediamoci dunque sotto ad una quercia, vicino al fiume e ascoltiamo la voce del bosco che sicuramente saprà indicarci quali sentieri sono da battere e quali da abbandonare per sempre.

Sally and the Mystical Seafloor – Le Tre Armi del Mondo (2026)

13 luglio 2025, concerto dei Ruen e dei Salivation nella cornice di SOS Fornace in quel di Rho. A fine serata mi ritrovo a parlare con due giovani creature magiche che sembrano appena fuoriuscite da un sottobosco incantato. Aurora e Sasha i loro nomi, dicono di avere un duo folk punk e mi basta questo per innamorarmi di loro seduta stante. Da quell’incontro magico nella notte estiva rhodense, a distanza di pochi mesi nasce Stinky Tribe, un nuovo collettivo anarcho folk DIY milanese che da allora ha iniziato a spargere il germe puzzolente del folk punk nella scena milanese e in provincia, tra squat malfatti e boschi fatati. Da quel primo incontro avrò visto svariati concerti e strimpellate dei Sally and the Mystical Seafloor (questo lo strambo nome del loro progetto folk punk) e ogni volta sono stati più forti e bravi della volta precedente. Finalmente a Maggio hanno pubblicato il loro nuovo album totalmente autoprodotto dal titolo Le Tre Armi del Mondo, che segue a distanza di un solo anno il già godibile debutto Rubedo Juice.

Eccomi quindi qui a parlarvi di questo nuovo bellissimo disco folk punk italiano di due delle persone più belle e autentiche che ho avuto il piacere di conoscere nell’ultimo anno. Un disco che può vantare brani di impatto immediato come Borgotaro Blue o Sottosale, brani che si stampano in testa dopo mezzo ascolto e che funzionano dalla prima all’ultima nota, dalla prima all’ultima parola cantata, dalla prima all’ultima melodia. Tra Days n Daze, The Hills and the Rivers e Ramshackle Glory, la musica dei Sally and the Mystical Seafloor è immediata, istintiva, melodica e soprattutto profondamente personale al punto che non sarebbe un errore dire che non assomiglia a nient’altro ascoltato in ambito folk punk, né qui né all’estero. Un folk punk che ha in uno dei suoi punti di forza l’alternarsi delle due voci, quella più angelica e dolce di Aurora e quella più grunge e decadente di Sasha. Per quanto ad un primo ascolto la musica dei SATMS può sembrare semplice e di facile ascolto, i loro brani e le loro liriche sono però ricchi di sfaccettature e influenze; si passa infatti da melodie pop punk a soluzioni blues, così come a citazioni alla musica leggera italiana e quelle più tipicamente folk punk a la Days n Daze. Chitarra, washboard, kazoo sono l’equipaggiamento base di Aurora e Sasha, ma tanti altri strumenti (che lascio scoprire al vostro orecchio attento) appaiono nel nuovo album e che conferiscono alle loro nuove otto canzoni ulteriori sfumature, rendendolo più fresche e originali rispetto al passato.

Tra disillusione, intimità, emotività, speranza sogni, ricerca di un senso nella vita, critica sociale e ironia, i testi rimangono a mio parere la parte più importante e divertente della band; per esempio in Borgotaro Blue, con sottile ironia ai limiti del non sense, i nostri magici menestrelli punx del sottobosco danno forma ad una critica nei confronti dei cacciatori mettendoli in ridicolo, tra richiami evidenti alla vita rurale come castagne e salami. In Sottosale, canzone più intima e dolce, l’argomento centrale è la ricerca costante di comprensione delle persone e lo smarrimento che ne segue quando ci si accorge di sentirsi distanti e diversi nel non “aspirare ogni cosa che si respira” nello stesso modo. E poi c’è la hit estiva da festivalbar (se fossimo nei primi anni duemila) Real Trulli Lovers che se all’inizio sembra richiamare un atmosfera da musica country-americana, lascia subito spazio ad un’influenza tanto evidente quanto inaspettata, ovvero Adriano Celentano e allo stesso tempo, nella struttura generale e nello stile quasi rappato delle strofe, sembra un proseguo naturale di Masha and the Mexican Seafood, altra canzone clamorosa apparsa sul loro precedente disco. La musica dei Sally and the Mystical Seafloor è folk punk in un senso classico solamente ad un ascolto distratto e veloce, perchè, come già detto, pur nella loro immediatezza e semplicità, i loro brani sono pieni zeppi di richiami a tradizioni musicali e a generi totalmente non prevedibili. Ne è un esempio perfetto Big Swans Taranta in cui in maniera super funzionante e godibile riescono a rivisitare la tradizione folkloristica della taranta in una chiave fresca e non banale.

Potrei continuare a raccontarvi anche delle altre canzoni che completano Le Tre Armi del Mondo, ma credo che quanto detto finora su questi quattro brani possa bastare per farvi immediatamente correre ad ascoltare l’album dall’inizio alla fine e poi in un loop infinito finchè non vi ritroverete a canticchiarle tutte senza nemmeno più rendervene conto. Viva i Sally and the Mystical Seafloor, viva questi due magici umani membri della tribù che puzza!

Rue Froide – Ce Qui’il Reste (2026)

Clarinetto, banjo, violoncello, chitarra, contrabbasso e flauto traverse che dialogano tra loro e costruiscono trame folk tipiche della tradizione della chanson francese mescolate con un tocco più smaccatamente folk punk e un altro che lambisce territori swing. Tracciati sonori che riportano alla mente uno stile tanto ammaliante quanto immediato, dove a ritagliarsi il ruolo da protagoniste assoluto sono la voce maschile e quella femminile che raccontano storie con una vena poetica tipiche dei cantastorie da taverna o dei bardi da strada. Eccoli allora i Rue Froide, menestrelli francesi che con questo Ce Qu’il Reste arrivano al terzo disco in studio e proseguono nel loro sentiero musicale tanto tradizionale quanto personale ed originale, capaci come sono di reinventare la chanson francese iniettandole dosi massicce di attitudine radicalmente punk. Come dicono loro stessi, e di certo non si smentiscono nelle dodici nuove canzoni presenti su questo album, cantano poesie punk che ruotano attorno a temi come la speranza, la ribellione giocosa, le avventure senza meta e gli amori non corrisposti. Tematiche e argomenti che vengono affrontate con un misto di spensieratezza e spontaneità, gioia e rabbia, malinconia e consapevolezza senza mai eccedere in nessuno dei due estremi. Sul lato delle fonti di ispirazione musicale, durante tutto l’ascolto di Ce Qu’Il Reste sono affiorati alla mia mente gruppi come Tintamare, BGKO, Rail Yard Ghosts e, in maniera ovvia e scontata, la band che più si avvicina allo stile dei Rue Froide, ovvero La Rue Ketanou. Non il solito folk punk quello suonato dai Rue Froide, ma proprio per questo un ottimo lavoro che ha il sapore dell’aria fresca in una stanza che è stata chiusa per troppi anni. Come ci suggerisce la splendida copertina del disco, scegliamo di partire all’avventura per mare o ritroviamoci in comunità rurali stretti alle persone che amiamo. Vi saluto con un consiglio: lasciatevi sedurre da questo album e vi ritroverete facilmente a canticchiare e danzare al ritmo della musica chanson-punk suonata dai Rue Froide!

Yanka Dyagileva – Продано! / Sold! (1989)

A 24 anni deve essere difficile essere una cantautrice punk anarchica in un Unione Sovietica al tramonto e accompagnarti a personaggi istrionici come Egor Letov. Nel maggio del 1991 esci per una passeggiata e una sigaretta nell’immensità desolante e sublime del paesaggio siberiano e non fai più ritorno. Otto giorni dopo il tuo corpo viene ritrovato senza vita nel fiume Inya e nessuno ancora sa con certezza se la tua morta sia stata un incidente, un suicidio legato alle tue tendenze depressive o un omicidio di Stato. Il tuo nome era Yanka Dyagileva e risuona ancora nel vento che ulula per le steppe della Siberia, come un fantasma che non trova pace e minaccia di tormentare i vivi.

Tre anni prima della sua morte, Yanka pubblicava il suo album acustico intitolato Продано (Venduto!, in italiano), registrato interamente in un’appartamento con sole voce e chitarra acustica e distribuito illegalmente in pochissime copie, in un periodo in cui l’underground musicale sovietico era obbligato a vivere ancora in clandestinità. Un album manifesto non solo della poetica e della politica di Yanka, ma anche di un modo del tutto unico e irripetibile di essere anarchici e punk in uno degli stati più totalitari, repressivi e sorveglianti mai esistiti. Un album che è un manifesto anarchico e nichilista, ma allo stesso tempo intimista, pessimista, rabbioso e disicantato, come solo i grandi dischi di musica folk sanno essere. Non è sicuramente un disco allegro, visti anche i temi ricorrenti della poetica di Yanka: disillusione, depressione, malessere e disperazione la fanno da padrone in quasi la totalità delle composizioni presenti nell’album e l’intreccio della sua voce e della sua chitarra sanno come evocare perfettamente queste emozioni in chi ascolta.

Musicalmente si potrebbe accomunare lo stile di Yanka Dyagileva a quello di altre grandissime cantautrici controculturali come Patti Smith o Janis Joplin; se sicuramente da un lato c’è un’influenza di certo folk-rock occidentale sessantiano-settantiano, dall’altro la componente folk di matrice russa è centrale e dona un’identità unica alle composizioni della cantautrice siberiana. Identità rafforzata anche dallo stile poetico delle sue liriche, in un equilibrio perfetto tra un’intimità urgente e dirompente, un dolce nichilismo, un rabbioso orgoglio e un pessimismo aggressivo quanto seducente, il tutto avvolto da un manto nero che evoca certe tensioni dell’anarcho punk più cantautoriale britannico e una generale anedonia di fondo. Forse con un po’ di banalità ma altrettanta precisione si potrebbe descrivere la poetica di Yanka con il titolo di una sua stessa canzone, forse una delle più belle e intense: Il mio dolore è luminoso.

In un album come Продано non c’è nulla di punk nel senso stretto del termine, per lo meno dal punto di vista musicale. Ma la musica di Yanka è radicalmente e profondamente punk tanto per le tematiche trattate quanto per le atmosfere ed emozioni evocate, che non possono non far pensare alla disillusione nichilista del primo movimento punk nei confronti di un futuro che non esisteva più e di una condanna ad una vita priva di gioia e significato. Ma è anche questa immediatezza espressiva e questa urgenza comunicativa, accompagnata solamente dalla sua voce imperfetta quanto incantevole e dalla semplicità di accordi e melodie della sua chitarra acustica a sottolineare un’attitudine visceralmente punk, per cui il messaggio ha sempre più importanza della tecnica esecutiva.

Tirando le somme e senza nascondere un profondo legame affettivo che mi lega a questo disco e alla figura di Yanka Dyagileva, quello che più di tutto rimane dopo l’ascolto (svariati ascolti, per meglio dire) di un album come questo è l’estrema autenticità delle emozioni messe in musica e della persona che è stata Yanka fino alla fine dei suoi giorni e l’urgenza con cui ci parla del personale e del politico ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni. Un album e una cantautrice che a mio parere hanno influenzato inconsciamente moltissimo quel movimento musicale contemporaneo che ci piace definire anarcho-folk o folk punk.

Il sole dell’avvenire è tramontato per sempre sull’impero sovietico, ora è il nostro dolore a splendere luminoso nella notte buia di questi tempi senza futuro.

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



FLŌD – FLŌD (2025)

Termine proveniente, con molta probabilità, dall’antica lingua anglo-sassone e che sta ad indicare l’onda o la marea, FLŌD è anche il nome scelto per questo nuovo progetto solista di stanza in Bretagna, Francia, impegnato a suonare musica folk. Progetto che ho scoperto questo pomeriggio, catturato immediatamente dal bellissimo artwork di copertina che accompagna il primo omonimo album e dall’affascinante musica folk che sgorga dalle nove tracce che lo compongono.

Non folk-punk, semplicemente folk. Una musica che, nell’intento del menestrello Klemm (mente, voce, cuore e braccia dietro al progetto), si posiziona come punto d’incontro tra le sonorità tradizionali irlandesi, il folk ambientale e tendenze anarchiche prese in prestito dall’anarcho punk, più nell’attitudine e nel mood generale che nel suono. E’ questo sostanzialmente ciò che ci ritroveremo ad ascoltare addentrandoci tra i flutti e le note di questa prima fatica in studio targata FLŌD, un viaggio attraverso ballate allegre, lente arie, lamenti, melodie e componimenti che si rifanno ad una precisa tradizione musicale che guarda con attenzione in terra irlandese e altrettanto al folk marittimo, con un gusto spiccato per arrangiamenti decadenti ma allo stesso tempo delicati e orecchiabili, a tratti addirittura vicini a certe sonorità indie folk più moderne. Ne è un esempio abbastanza attendibile una bellissima traccia come Ghosts and Shadows, che nelle sue affascinanti armonie sia strumentali che della voce, riesce ad evocare facilmente lo spettro di artisti quali gli Ye Vagabonds o Daniel Norgren. Ma il registro dell’album torna subito su sentieri più tradizionali con la successiva The Shipwreck, brano completamente strumentale che si ispira in maniera palese ai jig e ai reel, due dei più classici stili musicali e di canzoni irlandesi; dove la prima parte del brano in questione è più lenta e malinconica, la seconda si assesta su un’atmosfera danzereccia e ritmi più sostenuti e allegri. Klemm, nelle note che accompagnano il brano, ci racconta che l’ispirazione per comporre quest’aria gli è venuta facendo visita ad un suo caro amico sull’isola di Inisheer, dove rimase rapito dalla bellezza del paesaggio e del relitto di un’imbarcazione che giaceva sulla spiaggia. Tutto il disco è infatti influenzato, a livello lirico-tematico, da storie di mare, dai paesaggi e dalla fauna marini, come da tradizione delle canzoni irlandesi-scozzesi.

A questa fascinazione per il mare, lungo cui si sviluppa tutto il disco, il nostro bardo francese aggiunge qua e là sfumature anarchiche-libertarie, specialmente a livello poetico e lirico, a volte recitate con toni sofferenti, altre con sprezzante decisione; è questo il caso dell’avvincente e ammaliante traccia introduttiva Seabirds, in cui la voce di Klemm recita: “Non serviremo nessuno / Staremo in piedi e ci terremo stretti con gioia / Seguiremo incautamente alcuni sogni dimenticati / E navigheremo verso il vasto mare aperto”. Altre tracce molto evocative, a livello di immagini e paesaggi della mente, grazie allo stile poetico che contraddistingue il cantastorie bretone, sono sicuramente Chimeras, con la sua struggente richiesta al fiume di portare via con sè le speranze e dubbi, The Secret Land, dalle tonalità vagamente americano-appalachiane, e la conclusiva Gone Free, un lamento funebre che si tramuta in canto liberatorio, dedicato alla memoria di una sua cara amica di nome Delphine. Sicuramente è forte e presente l’ispirazione della secolare tradizione musicale irlandese, ma quà e là durante l’ascolto di questo album mi son balzati alla mente svariati artisti che negli ultimi anni stanno provando a dare nuova linfa, in maniera personale e non scontata alla musica folk: Lankum, Mama’s Broke, Matt Elliot, Lisa O’Neill e in ambito più anarchico i più recenti Ancient Hostility e Tüül.

Per concludere questo flusso di pensieri e parole sul primo disco del progetto FLŌD, scoperto per caso e che mi ha immediatamente folgorato, posso semplicemente dire che se volete ascoltare un bellissimo disco di folk tradizionale, anarchico e ambientale allo stesso tempo, mentre vi fate cullare dal lento sciabordio del mare o sognate di naufragi tra i flutti schiumosi tra tuoni, baleni e fulmini, non dovete far altro che lasciarvi incantare dalla voce e dalla musica di Klemm. 

Tüül – Moorland (2024)

<<Moorland trae ispirazione dalle “unlands” selvagge, quei vasti paesaggi paludosi delle terre basse che chiamiamo “casa”.>> Così ci viene presentato questo secondo album dell’affascinante progetto olandese Tüül, un duo folk composto dal banjo di Johanna Brücher, dalla fisarmonica di Teun Joshua Brandt e dalle loro voci. Johanna e Teun sono una coppia anche nella vita oltre che sul lato musicale e questo si percepisce immediatamente dall’affinità e la complicità con cui si costruiscono e si presentano le cinque composizioni che danno forma a Moorland. L’album, da un punto di vista lirico e concettuale, prende le mosse dalle riflessioni emerse sui territori e sui paesaggi in cui vivono Johanna e Teun; riflessioni che ruotano attorno alla presa di coscienza che questi paesaggi , nel corso del XIX secolo, sono stati trasformati dall’industria agricola in vere e proprie lande deserte, lasciando dietro di sé solamente isolati lembi di brughiera. La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Le sonorità e le armonie create dall’intreccio tra il banjo e la fisarmonica dipingono atmosfere desolanti e sofferte ma che lasciano sempre intravedere uno spiraglio di luce, una crepa in cui germoglia l’erbaccia che rivendica la sua esistenza in un mondo completamente addomesticato, assoggettato alla logica del controllo e dell’utilitarismo, così come del mito di un progresso suicida e distopico. E’ un folk dalle tinte oscure e cupe, a tratti apocalittiche, con un particolare gusto per arrangiamenti ambientali, derive doom-drone e armonie che sembrano poterci perseguitare anche dopo aver concluso l’ascolto dell’album. Cinque sono le tappe in cui ci conducono, come dei vagabondi erranti, i Tüül, partendo dall’ammaliante e intensa Bury Me che rimane in testa fin dal primo ascolto, grazie soprattutto alla ripetizione a due voci della formula “don’t you worry…” per gran parte della durata del brano. Musicalmente in Moorland vengono evocati gli spettri di altri progetti folk recenti, da quelli più tradizionali come gli irlandesi Lankum a quelli più legati ad un’etica anarchica e diy come le Cistem Failure, passando per i dischi meno recenti del progetto Cinder Well o degli statunitensi Byssus. Potremmo definire, senza troppi errori, le sonorità costruite dal duo olandese come doom-folk, composizioni che si muovono in bilico tra una leggerezza apparentemente sognante e una desolazione apocalittica e priva di speranze, tra cantilene monotone e lente e passaggi dalle tinte funeree. I ritmi sono sempre rallentati, cadenzati e volutamente ripetitivi per trascinare l’ascoltatore in una sorta di trance sonora che facilità la discesa in paesaggi della mente dominati da lande deserte, paesaggi in rovina, luoghi abbandonati, cercando tra paludi e brughiere immagini reali di vite non-addomesticate e radicalmente diverse.

No Surprises o Pulling Bracken son solamente due delle cinque splendide e intense tappe che ci troveremo ad affrontare durante l’ascolto di Moorland, disco che ascolto dopo ascolto rafforza tutta la sua intensità e bellezza, lasciandoci con una sensazione di spaesamento e decadenza che non spaventa ma nutre un immaginario sempre più concreto di luoghi, spazi e tempi sottratti alla morsa dell’addomesticamento, della civilizzazione e della devastazione ecologica. In definitiva Moorland è il disco che mi ha fatto infatuare dei Tüül e quindi non posso essere totalmente oggettivo nel dirvi che merita ascolti ripetuti e attenti, oltre che di essere diffuso il più possibile. A presto su queste pagine virtuali, forse, arriverà anche un’intervista a Johanna e Teun… quindi tenetevi pronti se volete approfondire le loro idee, riflessioni e influenze musicali e non solo!