Bleater – Winter (2025)

Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.

Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.

Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.

I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Catal Huyuk – Scars (2026)

L’atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell’antenato evolutivo di un individuo. L’atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima.

Se nel 1994 l’anarco-primitivista John Zerzan parlò di un futuro primitivo, oggi nel 2026 i Catal Huyuk preferiscono concentrarsi sull’idea di un futuro atavico, ovvero un futuro in cui possano ritornare caratteristiche, abilità, coscienze e pratiche ancestrali di homo sapiens e che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia evolutiva, sia da un punto di vista materiale che spirituale. Un’idea di atavismo che si traduce nella musica suonata dal duo di Portland in sonorità ipnotiche, atmosfere primordiali e un’immaginario così primigenio da perdersi nei meandri della preistoria. Il nome stesso scelto dalla band è un richiamo Çatalhöyük, uno dei primi grandi insediamenti dell’umanità che risale ai tempi del neolitico, in quel periodo della storia umana segnato dal passaggio da una vita nomade a quella stanziale. Quello suonato da Marisa e Marios è uno stile minimalista ma estremamente personale e sfaccettato, che si articola tra le melodie e i ritmi costruiti con soli tre strumenti: box guitar, cymbal e tamburo. Oscuro, ipnotico, psichedelico, ritualistico, il futuro atavico affrescato dai Catal Huyuk ci invita a varcare la soglia del mondo visibile e lasciarci guidare da ciò che non possiamo vedere ma solo percepire, da ciò che sembra non esistere più ma che è inscritto nelle profondità del nostro ancestrale corredo culturale.

Questo minimalismo sonoro dipinge perfettamente scenari e atmosfere che ci catapultano immediatamente in una trance allucinata, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un antico rituale sciamanico in cui non siamo in grado di riconoscere nitidamente voci e suoni, in cui la realtà si mescola a visioni oniriche e i confini tra questo e l’altro mondo si fanno labili e attraversabili. Anche per questi motivi il viaggio che facciamo tappa dopo tappa per discendere negli abissi sonori di Scars è tutt’altro che rassicurante, visto che l’intera esperienza è attraversata visceralmente da pulsioni e tonalità orrorifiche e a tratti realmente angoscianti come solo una trance sciamanica o un rituale sacrificale possono essere. Un rituale in cui a guidarci troviamo la voce spettrale, mistica e cerimoniale di Marisa, che spesso si limita a emettere dei vocalizzi che assomigliano a dei lamenti utili a scandire la trance in cui siamo sprofondati. Ipnotica tanto la parte ritmica costruita dalle percussioni quanto le melodie composte dalla guitar box, entrambe caratteristiche che amplificano l’atmosfera psichedelica e primordiale evocata dalle otto canzoni e rendono ancora più spontaneo immergersi nell’esperienza di ascolto di un album come Scars.

Tra dark folk, psichedelia e richiami al folk horror, la musica dei Catal Huyuk riesce perfettamente nella sua impresa di voler suonare ancestrale e primitiva, così come nella sua intenzionalità di voler accompagnarci verso un futuro atavico tra suoni, sensazioni, immagini e scenari mentali ed emotivi. Non lasciatevi intimorire, varcate la soglia di questo presente distopico alla volta di un futuro atavico.

Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!

Quattro punti cardine ispirati da The Folk Union

rivisitazione dei quattro punti fondamentali per una scena musicale e culturale folk non reazionaria, non mercificata e non elitaria scritti da The Folk Union

MANTENERE APERTA LA SCENA FOLK

Il folk è cultura popolare creata dalla gente comune. Di Muschio e Pietra vuole costruire una scena e uno spazio accessibile e inclusivo.

CONTRO RAZZISMO, FASCISMO e ESCLUSIONE

No al nazionalismo. No all’elitarismo. No al capitalismo. Di Muschio e Pietra è un progetto che rifiuta e si oppone alle politiche reazionarie.

PROTEGGIAMO I BENI COLLETTIVI

Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

CURA DEL TERRITORIO E DEGLI ECOSISTEMI

Il Folk e il paesaggio sono profondamente legati. Di Muschio e Pietra è solidale e complice con chi si impegna nella difesa dei territori e nella tutela degli ecosistemi.

Suonare musica folk per opporsi all’impero ecocida – intervista ai Byssus

Quando ho scoperto i Byssus anni fa rimasi immediatamente affascinato dalla loro musica folk e dalle tematiche che trattano nei loro testi. Liriche in cui si parla delle interconnessioni tra le specie viventi, di devozione quasi animistica verso il mare e le foreste, di un sentimento ecologista profondo e radicale e di critica rabbiosa all’impero tecno-industriale principale attore dell’ecocidio in atto su quella terra che Gary Snyder chiamava Turtle Island per opporsi al termine coloniale “Stati Uniti d’America”. Di tutti questi argomenti e di molti altri ho avuto l’onore e il piacere di chiacchierare con Taylore, Burl e Michael, le tre menti dietro il progetto folk Byssus. Lascio la parola a loro, buona lettura!


Ciao ragazzi e ragazze! Grazie per aver accettato di rispondere a queste domande, lo apprezzo moltissimo. Vorrei iniziare questa intervista chiedendovi alcune informazioni biografiche sui Byssus: chi siete e da dove venite, quando avete fondato la band e con quali obiettivi?

Taylore: Ciao! Siamo davvero commossi dal calore e dall’accoglienza che ci hai riservato e siamo onorati di partecipare al tuo progetto. Allora, i Byssus sono attualmente un trio composto da me, Burl e Michael. In passato abbiamo collaborato con il nostro amico e violinista Wesley. Abbiamo in programma anche alcune collaborazioni future con altri amici.

Burl e io abbiamo iniziato a suonare insieme a Santa Cruz e Oakland, in California, nel 2015 insieme a un altro nostro amico, Jesse. Quel progetto si chiamava Inle Elni. Burl e io ci sentivamo davvero in sintonia nelle nostre visioni creative e, man mano che continuavamo ad approfondire la nostra collaborazione musicale, abbiamo deciso di dare vita a quello che poi è diventato Byssus. I Byssus sono ora una band della costa pan-pacifica (?) con due membri che vivono a Olympia, nello Stato di Washington, e un altro a Santa Cruz, in California, a circa 12 ore di macchina l’uno dall’altro.

Le canzoni che i membri scrivono indipendentemente finiscono sempre per condividere gli stessi temi, poiché condividiamo lo stesso contesto di ecocidio e colonialismo. Tutti noi desideriamo ardentemente un rapporto ricucito con il mondo vivente. Spesso diamo voce al dolore, all’orrore e alla disperazione mentre navighiamo tra il marciume della civiltà e dell’impero, ma dichiariamo anche il nostro amore e la nostra devozione per questa terra vivente.

Il nome del vostro progetto è davvero affascinante. Da quanto ho potuto leggere durante le mie ricerche, “Byssus” è un termine legato al mondo delle cozze e di altri molluschi bivalvi. Potreste spiegarmi cosa significa questa parola e per quali ragioni l’avete scelta come nome del vostro gruppo?

Taylore: Il progetto “Byssus” mira a mettere in luce le complesse relazioni interspecie che rendono la vita bella, significativa e resiliente. Il nome “byssus” si riferisce alla struttura anatomica che le cozze utilizzano per ancorarsi alla roccia e indica anche uno specifico tipo di tessitura realizzata con i fili dorati di una specie di cozza del Mediterraneo. Sono sicura che Burl abbia altro da aggiungere al riguardo…

Burl: La tessitura del byssus è una pratica tradizionale originaria delle coste del Mediterraneo (in particolare della Sardegna e di Taranto), dove i tessitori si immergono in profondità nell’oceano per raccogliere la seta marina dorata dalla specie di cozza Pinna nobilis e creare tessuti. La cura dei banchi di seta marina non danneggia le cozze, ma lo fa invece l’abuso del mare causato dall’inquinamento e dalle trivellazioni, e l’habitat del byssus ne ha subito gravi conseguenze. Sebbene siano rimasti pochissimi tessitori di byssus che portano avanti questa tradizione, siamo stati ispirati dall’impegno dei tessitori sopravvissuti nel tramandare questa bellissima forma d’arte e dalla loro dedizione nel coltivare un rapporto con il mare. La nostra musica è dedicata al mantenimento del nostro rapporto con la terra e il mare, e a ciò che significa vivere in armonia con essi. Quando quel legame viene reciso, perdiamo non solo i nostri mezzi di sopravvivenza, ma anche una parte di noi stessi. Quando ci consideriamo parte del paesaggio, iniziamo a comprendere il vero impatto dello sfruttamento e della devastazione ambientale.

Sul vostro sito web si legge “Musica folk dai boschi al mare”, una frase che sottolinea l’importanza di questi due ecosistemi. Qual è il vostro rapporto, sia come individui che come gruppo, con la foresta e il mare? Cosa rappresentano per voi questi due ambienti naturali e in che modo si riflettono nella vostra musica?

Taylore: Che domanda meravigliosa! Questi sono i paesaggi viventi in cui viviamo e che, per me, rappresentano la fonte da cui attingo ispirazione e forza. L’oceano induce all’umiltà, è fonte di stupore, infonde un senso di possibilità e di presagio. Quando la totalità del nostro incubo condiviso sembra diventare insopportabile, l’oceano mi ricorda la nostra origine comune, una dimora antica, e mi ricorda la profondità e l’invisibile. L’acqua fredda e salata del Pacifico è stata davvero un ottimo rimedio per il mio corpo e la mia anima nei momenti più bui. Anche la foresta è il luogo in cui dimorano gli antichi, una sorta di divinità o spiriti. È lì che si possono vedere e percepire le relazioni tra le specie. Essere un piccolo mammifero tra le sequoie che respirano la nebbia marina o tra i cedri rossi occidentali che si abbeverano alla pioggia fredda è una fonte di conforto.

Rimanendo in tema di musica, siete a tutti gli effetti un progetto dalle sonorità folk. Quali sono le vostre principali influenze e perché avete scelto di suonare proprio questo genere musicale?

Taylore: Beh, adoro la musica folk. Molti generi di musica folk. Dai brani tradizionali irlandesi alla musica degli Appalachi, dalla polifonia dell’Europa centrale e orientale al revival folk degli anni ’70, dall’americana al folk psichedelico più contemporaneo, al dark folk, ecc… Adoro partecipare a collaborazioni musicali che permettono a una varietà di influenze di arricchire la musica. Apprezzo molto il fatto che la musica folk sia duratura; si tratta di trasmetterla affinché venga coltivata da un’altra generazione, mantenendo vive le storie. La comunità musicale a cui mi sento più legata abbraccia diversi generi che si influenzano a vicenda. Penso che ci sia un nucleo controculturale che ci unisce tutti. Molti di noi provengono da un background punk e DIY e questo è sicuramente presente nel mix; c’è anche un’enfasi sull’ecologia, l’animismo e le competenze legate alla terra.

Burl: Penso che la musica folk sia per la gente e fatta dalla gente. È una musica accessibile che può essere suonata praticamente con qualsiasi tipo di strumentazione, e con oggetti che possono essere trasformati in strumenti come cucchiai, fischietti, zucche, scatole di sigari, ecc. Mi piace il fatto che quando si ascolta una canzone folk, si sta ascoltando una vecchia storia che è stata plasmata, arricchita o snellita, e modificata in base alle esperienze di vita dei musicisti e alle lotte della comunità. Ci possono essere oscurità e dolore, così come gioia e piacere.

Nei vostri testi emerge un sentimento che definirei ecologico nei confronti del mondo naturale che vi circonda, un messaggio tanto poetico quanto politico. Quale potenziale pensate che abbia la musica folk nel trasmettere certi messaggi “radicali” e sempre più urgenti, come il rispetto ecologico per i territori e gli ecosistemi?

Taylore: Cavolo, un’altra domanda fantastica! Per molti versi, ciò che stiamo effettivamente cercando di fare nelle nostre esibizioni e nelle nostre registrazioni è lanciare incantesimi nelle orecchie di chi è disposto ad ascoltarli. Per infondere coraggio, raccontare storie, dare un senso alle cose mentre viviamo insieme un mondo che va in pezzi. Penso che la musica folk, quando si inserisce in una controcultura più ampia, possa contribuire a ricucire i fili spezzati, mettendo in luce le realtà, gli esseri e le relazioni più sottili e spesso dimenticate, ma fondamentali, che necessitano di cura e attenzione. La musica permette di trasmettere non solo valori e convinzioni, ma anche lo spirito che sta dietro a tutto ciò.

Burl: Gran parte della nostra musica nasce dall’essere testimoni della distruzione ecologica e delle lotte per fermarla. La musica folk è sempre stata portatrice di una verità cruda su ciò che viene osservato e vissuto. Se ascolti le ballate folk dei Monti Appalachi, dell’Irlanda o della Scozia, possono risultare davvero brutali. Ci sono storie di omicidi, stupri, povertà, carestie, occupazioni e malattie. Possono avere un suono dolce, ma alla base c’è una verità crudele che viene condivisa attraverso le canzoni. Man mano che passano di voce in voce, le informazioni su queste esperienze si diffondono nella comunità più ampia e nelle regioni. Penso che noi, in quanto musicisti folk, dobbiamo condividere la realtà dei nostri tempi… anche se non sarà sempre facile da ascoltare.

Abbiamo parlato di territori, natura ed ecosistemi, e mi sento in dovere di farvi una domanda. Come viene vissuta la lotta per la terra dal punto di vista delle popolazioni indigene della vostra regione? Esiste qualche progetto indigeno che si batte per la riappropriazione delle terre ancestrali o per la difesa dallo sfruttamento industriale e dalla distruzione?

Taylore: Sì, ci sono tantissimi fronti nella lotta anticoloniale e si trovano sicuramente nei luoghi in cui viviamo attualmente.

Qui a Olympia c’è una lotta che dura da tempo per riottenere i diritti di pesca sulle terre ancestrali e per proteggere il salmone e l’ecosistema fluviale. Nel corso degli anni alcune battaglie sono state vinte: i diritti sanciti dai trattati sono stati tutelati dalla sentenza della Corte Boldt e l’accesso alla pesca è stato almeno parzialmente ripristinato per i popoli dei Nisqually, dei Puyallup, degli Squaxin e di molte altre tribù indigene di questa regione, a seguito di quelle che sono note come le «guerre del pesce». Questo, ovviamente, non ha segnato la fine della lotta, ma costituisce un precedente che dimostra come gli attivisti indigeni stiano guadagnando terreno in questa zona.

Esiste un progetto guidato dagli indigeni chiamato «Protectors of the Salish Sea» che lavora per difendersi dai continui danni causati dalle industrie estrattive e per ripristinare la salute del Mare di Salish, delle orche e dei salmoni che lo popolano.

Le foreste di seconda crescita sulle terre ancestrali degli Elwa Klallam sono attualmente minacciate dal disboscamento e ci sono persone sul campo che stanno lavorando per fermarlo. Recentemente c’è stata un’occupazione sugli alberi in una delle aree destinate al disboscamento.

Esistono inoltre progetti volti alla decolonizzazione della medicina e alla rivitalizzazione della cultura. “Canoe Journey Herbalists” ne è un esempio locale. Si tratta di un progetto collaborativo intertribale dei Coast Salish incentrato sulla salute e l’erboristeria, che fornisce medicinali e consulenze via canoa durante i viaggi e i raduni annuali in canoa.

Non esistono luoghi che non siano stati influenzati dal colonialismo e dalle industrie estrattive in questa zona. La deforestazione è il fenomeno più significativo nel contesto ecologico della foresta pluviale temperata del sud-ovest dello Stato di Washington, dove vivo. E la situazione sta peggiorando da quando un regime fascista ha preso il potere. Il nuovo Stato autoritario ha fatto della deregolamentazione delle politiche ambientali e della vendita dei terreni federali a fini di sfruttamento una priorità. Nel frattempo, persone prive di cittadinanza (e in molti casi in regola con i documenti) vengono rapite da un esercito politico mascherato, deportate in paesi con cui non hanno alcun legame o rinchiuse in campi di concentramento. Anche questa è una lotta anticoloniale. La maggioranza di queste persone è indigena di questo continente. Il confine ipermilitarizzato tra Stati Uniti e Messico ha avuto un impatto notevole sulle specie migratorie dell’ecosistema desertico e ha tracciato linee arbitrarie attraverso i territori di popoli indigeni come i Tohono O’odham.

La lotta per la sovranità indigena e la restituzione delle terre in questa nazione è indissolubilmente intrecciata alle lotte delle specie autoctone non umane. Le stesse forze che allontanano le persone dalla loro terra natale, arginano i fiumi impedendo ai salmoni di raggiungere le zone di riproduzione, avvelenano il mare, spogliano le cime delle montagne. Dopo 100 anni di soppressione degli incendi, aggravata dal cambiamento climatico globale e dal disboscamento e dalle piantagioni di legname, ora abbiamo incendi sempre più devastanti e letali nella parte occidentale del paese. Questi hanno raggiunto persino le principali aree metropolitane, bruciando interi quartieri a Los Angeles all’inizio di quest’anno. I popoli indigeni della California, dell’Oregon e di Washington, che hanno imparato a conoscere i regimi di fuoco di questi paesaggi dopo averli osservati per migliaia e migliaia di anni, ricorrono agli incendi controllati per prevenire questi incendi devastanti. Possiamo solo sperare che gli incendi controllati guidati dalle popolazioni indigene continuino a guadagnare terreno, dato che negli ultimi due decenni è emersa una maggiore collaborazione e un maggiore sostegno per questa pratica ecologica tradizionale.

Burl: La resistenza indigena sulla costa centrale della “California” vanta una lunga storia e continua ancora oggi. Tra i progetti attualmente guidati dalle popolazioni indigene vi è la creazione di numerosi fondi fiduciari per la tutela del territorio, volti a recuperare terreni e importanti siti culturali per riportarli sotto la gestione delle popolazioni indigene. A causa degli effetti duraturi del sistema delle missioni spagnole e del genocidio nella cosiddetta California, nonché della successiva occupazione dei territori da parte del governo federale statunitense e della revoca del riconoscimento federale di alcune tribù californiane, molte comunità tribali sono prive di terre e non godono di alcun riconoscimento né di diritti di uso del territorio. L’istituzione di fondi fiduciari formali protegge i territori da ulteriori interventi di sviluppo e li restituisce alle mani delle popolazioni indigene. Tra questi figurano l’Amah Mutsun Land Trust, con territori nell’area della baia di Monterey, il Sogorea Te’ Land Trust nella zona orientale della baia di San Francisco e il Muchia Te’ Indigenous Land Trust nella regione a sud di San Francisco. Più a nord, la tribù dei Winnemem Wintu sta lottando per impedire l’innalzamento della diga di Shasta, che distruggerebbe molti dei loro siti culturali rimasti, e ha avviato attivamente un programma per reintrodurre il salmone selvatico nel fiume McCloud.

Da appassionato ascoltatore di musica folk e neofolk, mi capita spesso di imbattermi in progetti legati a ambienti di estrema destra o ambigui dal punto di vista politico. Quanto ritenete importante suonare questa musica con messaggi e idee diametralmente opposti a quelli fascisti? Vi definite una band in qualche modo “politica”? E, in tal caso, come descrivereste questa dimensione politica?

Taylore: Penso che, soprattutto adesso, possa solo essere utile chiarire la propria posizione. Non credo che si perda profondità artistica o integrità quando si è sinceri riguardo alle proprie idee politiche, e non mi convince l’impulso a essere provocatori o scioccanti solo per il gusto di esserlo. Detto questo, penso che sia utile fare qualcosa di più che limitarsi a marcare la propria musica con il simbolo della A cerchiata e considerarla a posto. Sono un’anarchica, ma ciò che questo significa per me potrebbe significare qualcosa di diverso per qualcun altro. Penso sia importante articolare le proprie motivazioni, prospettive e convinzioni, e non limitarsi a etichettare un progetto con un’identità politica. Ritengo che la musica che facciamo sia politica, nel senso che è un’affermazione di ciò che per noi è sacro e di ciò che aborriamo. Il fascismo rientra sicuramente tra le cose che aborriamo. Nella mia comunità musicale c’è davvero un’abbondanza di persone che la pensano come me, di buon cuore e appassionate, che suonano in progetti che spaziano dal black metal al dark folk, alla musica elettronica, e sebbene sia consapevole che roba come l’NSBM e il neofolk da leccaculo esistano davvero, non mi capita spesso di imbattermi in esse. Il comportamento da “edge lord” che descrivevo sopra si è manifestato di tanto in tanto. Lo incontravo anche negli ambienti punk un po’ più trasgressivi della mia adolescenza, ma per fortuna anche lì è piuttosto raro. Penso che sia importante non lasciare che questo comportamento da idioti si appropri dei generi musicali, capisci cosa intendo?

Michael: Un contesto storico di cui un numero sorprendente di persone sembra ignorare l’esistenza è che il neofolk ha avuto origine nelle scene musicali industrial e post-punk del Regno Unito negli anni ’80. Questi movimenti artistici (in particolare quello industrial) erano dediti con passione alla trasgressione di tutte le norme sociali e si opponevano con determinazione al conservatorismo sociale britannico durante l’era Thatcher. I precursori del genere neofolk sono tutti emersi da questo contesto culturale. Con il passare del tempo si sono formate alcune band neofolk i cui membri sembrano ignorare il contesto culturale originario del genere, interpretando alcuni dei suoi tropi estetici in modo molto letterale e utilizzandoli per proiettare i propri valori e la propria visione del mondo.

I Byssus non hanno in realtà punti in comune dal punto di vista culturale con questo tipo di progetti, quindi non c’è alcuna tensione in tal senso. Non suoniamo in concerti con questo tipo di band e non conosciamo queste persone. Inoltre, i Byssus non sono un progetto neofolk e le band neofolk non figurano tra le nostre influenze musicali originarie.

E a proposito dell’estrema destra e del fascismo: qui negli Stati Uniti abbiamo un governo apertamente di estrema destra e autoritario, sostenuto da un movimento sociale teocratico che sta chiaramente prendendo le redini del potere in questo Paese. A mio avviso, in quest’epoca, chiunque si comporti come un ambiguo “cripto-fascista” che sostiene sinceramente idee di destra sta fallendo completamente nel suo intento di essere un autoritario di destra, perché la sua fazione è al potere e non c’è motivo di nascondersi.

Un’altra frase che mi ha colpito molto sul vostro sito è la seguente: «La nostra musica è dedicata agli intrecci interspecie che sfidano la logica dell’impero». Potreste approfondire la vostra idea di cosa siano la logica dell’impero e gli intrecci interspecie? E in che modo queste intercconnesioni interspecie (tra esseri umani, non umani e piante) possono insegnarci a pensare a nuovi mondi radicalmente diversi dalle logiche del capitalismo e della civiltà tecno-industriale?

Taylore: Cavolo. Un’altra bella domanda. L’Impero è spinto a separare, atomizzare e soggiogare; è una logica che si oppone alla vita. Ritiene che l’individualismo e la supremazia siano naturali e auspicabili. Gli intrecci tra le specie sfidano questa logica attraverso il mutualismo da cui tutta la vita emerge e viene sostenuta: il microbioma intestinale, la micorriza che collega le radici degli alberi nella foresta, l’impollinazione fornita da vespe, mosche, pipistrelli, falene, il castoro che costruisce habitat per uccelli e pesci. Il mondo senza questi intrecci crolla e noi stiamo vivendo quel lento (ma accelerante) crollo da quando la civiltà industriale ha preso piede.

Secondo voi, come possiamo “guarire” questa profonda ferita che è la moderna disconnessione dal mondo naturale, al punto da farci sentire, come esseri umani, qualcosa di separato dalla natura? Quali sono le pratiche possibili per recuperare questa interconnessione e invertire la rotta verso l’abisso?

Taylore: Credo che ci siano molti passi da compiere che andranno oltre la durata della vita di questa generazione. Il primo è prestare attenzione al mondo vivente, stare a contatto con gli esseri che popolano le nostre case e imparare dai luoghi in cui ci troviamo. Contribuire alla costruzione di una cultura che metta al centro la terra e l’ecologia. Agire in solidarietà con i popoli delle Prime Nazioni che stanno lavorando per ripristinare le pratiche tradizionali di cura ecologica. In una certa misura, per me, ciò comporta anche l’apprendimento di alcune abilità tradizionali e il ricorso alle mie radici ancestrali per attingere a saggezza e storie, per quanto complesse e frammentarie possano essere. Non posso semplicemente importare uno stile di vita pagano europeo basato sulla natura e inserirlo in questo paesaggio, ma posso imparare dai modi antichi che trovano risonanza in me.

Al di fuori dei Byssus, nei territori in cui vivete siete impegnati in altri progetti musicali e non musicali legati o connessi ai temi trattati finora? Vi andrebbe di parlarcene?

Taylore: Canto in un coro folk stagionale che si esibisce in occasione di raduni legati ai solstizi, agli equinozi e alle festività di metà stagione, che in genere sono eventi di raccolta fondi a sostegno di progetti locali. Sono anche impegnata nell’organizzazione di iniziative di mutuo soccorso, principalmente fornendo cure a base di erbe. Nella nostra zona ci sono due festival che sostengono musicisti e artisti che condividono la nostra stessa visione: il Cascadian Midsummer e il Cascadian Yule. Michael ha una serie di progetti di cui può parlarvi. Michael e io gestiamo anche un’etichetta discografica chiamata Stonebreaker Media, che al momento comprende esclusivamente i nostri progetti musicali, ma speriamo di coinvolgere altri amici in futuro.

Burl: Sono onorata di aver fatto parte per alcuni anni del team medico dell’iniziativa Run4Salmon, guidata dalla comunità indigena, e di aver potuto offrire il mio contributo come operatore sanitario a sostegno dei residenti a basso reddito e senza fissa dimora di Santa Cruz e dell’area della Baia di San Francisco.

Michael: Faccio parte delle comunità Cascadian Yule / Midsummer dal 2006 e ho partecipato a numerosi progetti musicali e a molti eventi nati da questa scena. Oltre a Byssus, i progetti attuali e attivi di cui faccio parte sono le band metal cascadiane Alda e Returning. Sono un membro fondatore degli Alda e siamo in attività ormai da 18 anni, il che mi sembra incredibile se ci penso, mentre sono entrato a far parte dei Returning nell’estate del 2024. Tutti i progetti di cui ho fatto parte in questa comunità condividono lo stesso contesto e lo stesso scopo.

Quali sono invece le realtà, gli artisti, i collettivi e le band che suonano musica folk più interessanti e attivi nelle vostre zone? Esiste una vera e propria scena definibile come “folk” dalle vostre parti? E, se sì, come si sviluppa e come si organizza?

Taylore: C’è una vera e propria scena folk. Nel Nord-Ovest ci sono diversi grandi raduni che attirano gente da tutto il Paese. Il festival Fiddle Tunes a Port Townsend e il Folk Life a Seattle, solo per citarne un paio. La maggior parte della musica folk che si suona è o “Old Time” degli Appalachi o musica tradizionale irlandese, con qualche cantautore qua e là. Poi c’è la comunità multigenere di tipi stravaganti di cui ho parlato prima. Personalmente, mi piace tutto questo. Alcune delle persone e dei musicisti con cui collaboro qui nel nord-ovest del Pacifico fanno parte di progetti che si potrebbero definire metal o vari generi di musica heavy, oppure cori polifonici o gruppi che suonano brani irlandesi. haha. All’estero, i progetti folk contemporanei che apprezzo di più sono Mama’s Broke, Sangre De Muerdago e Lankum.

Burl: Santa Cruz vanta una storia piuttosto ricca di gruppi folk e di una comunità musicale incentrata sulla difesa delle foreste, l’occupazione abusiva degli immobili e la politica anarchica. Negli ultimi anni le cose sono decisamente cambiate, dato che sempre più persone sono costrette ad abbandonare Santa Cruz a causa dell’aumento dei prezzi, ma credo che i fili conduttori di quelle collaborazioni iniziate 10-20 anni fa continuino a vivere nei progetti musicali e siano ancora attivi qui e in altri luoghi.

Il vostro ultimo splendido album, In Foras, è uscito nel 2022. Avete in programma di pubblicare nuova musica a breve o vi state dedicando ad altro? Quali sono i vostri obiettivi per il prossimo futuro?

Taylore: Al momento stiamo lavorando a un altro album! Abbiamo intenzione di registrarlo in autunno o in inverno. Speriamo di riuscire a organizzare un altro tour nel 2026.

Siamo giunti alla fine dell’intervista; grazie mille ancora per il tempo che mi avete dedicato e per le vostre risposte. Vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Vi mando un grande abbraccio caloroso dai boschi della provincia di Milano!

Taylore: Grazie per le tue domande bellissime e profonde. Un grande abbraccio selvaggio dal Mare di Salish!

Burl: Abbracci selvaggi dalle maree della costa centrale e grazie per esserti messo in contatto con noi!

Canzoni per un futuro non così distante – intervista ai Tüül

La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Così scrivevo nella recensione di Moorland, ultimo bellissimo disco dei Tüül con cui mi sono effettivamente infatuato della band e delle loro sonorità folk oscure e decadenti. Per una serie di riflessioni e sensazioni che la loro musica mi ha suscitato ho deciso quindi di intervistarli per parlare anche e soprattutto della loro visione del mondo in questi bui tempi di ecocidio e del loro rapporto con i territori di cui parlano nelle loro canzoni. Buona lettura!


Ciao ragazzi e benvenuti sul primo numero di Muschio e Pietra! Vorrei iniziare l’intervista chiedendovi quando avete deciso di fondare i Tüül e in quali circostanze è nato il progetto. Vi va di condividere qualche nota biografica su di voi e sul vostro progetto?

Grazie mille per averci invitato! Ci siamo conosciuti come membri del collettivo “freak folk” Shitfaced Mermaids, con cui ci siamo divertiti un sacco a suonare in squat, fattorie, festival, tra cui diverse edizioni dell’Anarcha Folk Festival. Dopo un po’ abbiamo sentito il desiderio di fare qualcosa di diverso insieme. Ispirati da band come Lankum e Cinder Well, abbiamo iniziato a sperimentare un sound più cupo utilizzando banjo e fisarmonica, con entrambi alla voce. Il risultato ci è piaciuto molto. Ma soprattutto, ci ha dato lo spazio per affrontare attraverso la musica alcune questioni urgenti, in particolare la cascata di crisi ambientali in corso e il futuro preoccupante che ci attende. 

Leggendo qua e là su Internet, ho scoperto che nella lingua proto-finlandese “tuul” significa “vento”. Avete scelto il nome ispirandovi a questa parola o ha un altro significato? E se sì, cosa significa per voi la parola Tüül?

Sì! L’abbiamo presa dal finlandese “tuuli”, che significa proprio “vento”. La parola ci è venuta in mente, ci ha colpito, per così dire, e abbiamo deciso di tenerla. Non c’è un significato più profondo, solo intuizione.

Sul vostro Bandcamp si legge nella biografia che suonate “canzoni da un futuro non troppo lontano…”. Vi va di approfondire il concetto e il significato di questa frase che trovo tanto evocativa quanto attuale? Qual è questo “futuro non troppo lontano” a cui vi riferite e come lo immaginate?

Cantiamo di cose che non fanno ancora parte della nostra vita quotidiana ma che sono già presenti. Il cambiamento climatico e il degrado ambientale non sono preoccupazioni di un futuro lontano; per molte persone, specialmente nel Sud del mondo, sono già una realtà quotidiana. In Occidente, potremmo ancora vivere in un mondo che riesce a tenere questa realtà preoccupante al di fuori dei confini dell’esperienza quotidiana. Ma le crepe in quel muro (a cui si fa riferimento in una delle nostre canzoni) si stanno allargando, accelerate dalla crescente successione di siccità, forti piogge (come nella valle dell’Ahr), ecc. Quindi, anche se i nostri testi possono sembrare descrivere un futuro lontano e apocalittico, la fine di un regime climatico stabile è già qui, con tutti gli effetti sociali e politici che avrà (e che ha già avuto). Stiamo cercando di fare i conti con questa “fine del mondo” e di immaginare cosa ci aspetta dopo.

Dal punto di vista musicale, ciò che mi ha colpito di voi è la combinazione di dark folk, sfumature doom, suoni drone e un’atmosfera con connotazioni apocalittiche. Perché avete deciso di suonare proprio musica folk e quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Perché avete scelto di evocare paesaggi e scenari post-apocalittici e desolati con la vostra musica?

Ci piace molto la direzione che stanno prendendo molti progetti folk attuali, che non si soffermano su un passato immaginario idilliaco, ma si confrontano con le difficoltà della nostra vita quotidiana e affrontano i fantasmi dei sistemi oppressivi ancora in atto, oltre a sperimentare suoni e strumenti tradizionali e moderni. Poiché il presente (delle persone e della collettività) è piuttosto cupo, il dark o il doom folk ci sembrano appropriati. Ma le fisarmoniche sono perfette anche per creare suoni drone.

Leggendo ciò che scrivete e ascoltando i testi delle vostre canzoni, direi che i Tüül sono un progetto fortemente politico, nel senso di essere critici nei confronti del mondo in cui viviamo, della catastrofe ecologico-ambientale causata dalla civiltà capitalista-industriale e dei tempi bui che dovremo affrontare come specie umana in un futuro non troppo lontano. Vi andrebbe di raccontarmi cosa significa per voi parlare di certi temi e se vi sentite una band “politica” in questo senso? Quali sono le vostre idee sul presente e sul futuro di questo pianeta condannato?

Certo, per molti versi la storia che raccontiamo è molto politica, anche se non in modo esplicito. Segue un vagabondo solitario attraverso paesaggi devastati in un contesto post-civiltà immaginario (ma molto reale e attuale, vedi sopra) nell’Europa occidentale settentrionale. Ma tralasciamo molte cose: come la causa (il complesso industriale occidentale) o quali potrebbero essere le soluzioni per andare controcorrente rispetto alla distruzione (una politica dei beni comuni, una politica informata dalla scienza, un’agricoltura rigenerativa come la permacultura e così via). I fatti della crisi ambientale di cui sentiamo tanto parlare a volte nascondono un altro lato, ovvero i sentimenti di dolore, terrore, paura. La storia che volevamo raccontare riguarda molto di più questo aspetto. Abbiamo paura. Facciamo incubi.

Moorland, il vostro ultimo splendido album, è nato proprio da queste riflessioni sulle terre che chiamate casa. Vi va di raccontarci la genesi di questo disco, i temi che avete deciso di affrontare e cosa vi ha influenzato nella scrittura dei brani, sia dal punto di vista personale che da quello più ampio, politico e globale?

Il luogo in cui viviamo (il nord dei Paesi Bassi e la Germania nord-occidentale) non offre un facile attaccamento alla terra. Per gran parte della storia umana, la maggior parte di esso è stato mare o zone umide. Ciò che esiste ora sono vasti deserti agricoli, attraversati da dighe che tengono fuori l’acqua (e che dovranno farlo con crescente urgenza in un futuro non troppo lontano, con l’innalzamento del livello del mare). Il processo di indijking (costruzione di dighe e bonifica dei terreni) è stato, per molti versi, un progetto ecocida, che ha distrutto gran parte degli ecosistemi originari che un tempo prosperavano in questa zona. Ciò rispecchia il drenaggio su larga scala delle zone umide della regione, come il Bargerveen (un tempo una delle zone umide più grandi d’Europa), drenato non solo per l’estrazione della torba, ma anche per creare spazi “ordinati” adatti alla civiltà. L’indijking (come il drenaggio delle zone umide) ha prodotto un paesaggio che, pur apparendo rigoglioso e verde, è in realtà un deserto dal punto di vista della biodiversità. È anche un paesaggio sempre più inadatto alle future condizioni climatiche (particolarmente vulnerabile, ad esempio, alla salinizzazione del suolo). In questi tempi difficili, ciò a cui siamo legati sono le poche zone umide che ancora esistono (“resistono”) e le storie che si raccontano su questi luoghi. Ci sono tante belle storie da raccontare sulle zone umide.

Anche nel vostro precedente lavoro, Dead Wood, emerge un fascino che diventa un’ode alle terre incolte e ai paesaggi abbandonati dalla civiltà umana e che la natura si riprende, in modo selvaggio e inaspettato, contrastando così con la distruzione causata dall’industria e dal capitalismo. Qual è il vostro rapporto con questi spazi incivili e selvaggi? Quale potenziale vedete in questi paesaggi selvaggi abbandonati e riconquistati per immaginare un mondo radicalmente diverso da quello attuale?

Sì, hai ragione! Dead Wood racconta una storia simile ma in qualche modo diversa, quella delle foreste morenti d’Europa, o meglio, delle poche vere foreste che ci sono rimaste. La maggior parte di ciò che oggi chiamiamo bosco è costituito da piantagioni piuttosto che da ecosistemi naturali ricchi di biodiversità. Queste piantagioni, spesso costituite da specie non autoctone a crescita rapida come l’abete di Sitka, l’abete di Douglas e l’abete rosso, sono state piantate per la produzione di legname e per motivi di efficienza economica. Tuttavia, questi alberi sono poco adatti ad affrontare i cambiamenti climatici e sono sempre più vulnerabili alla siccità, alle malattie e ai parassiti. In Germania, ad esempio, vaste monocolture di abeti rossi sono state decimate da infestazioni di coleotteri della corteccia, lasciando dietro di sé resti scheletrici silenziosi, che in un certo senso sono piuttosto belli con i “disegni” dei coleotteri della corteccia su di essi. Da questa morte nasce anche la rara opportunità di spazio per alberi e piante autoctoni.  In Dead Wood, un vagabondo solitario attraversa vasti paesaggi deserti dove questa trasformazione sta lentamente avvenendo, dove le rovine di una civiltà ecocida e una nuova vita coesistono fianco a fianco.

Sia in Moorland che in Dead Wood raccontiamo quindi storie sui paesaggi in cui viviamo. Anche se possono sembrare rigogliosi e piove (ancora) molto, sono vasti deserti verdi. Molte persone sono comunque affezionate a questi paesaggi; pensano che siano belli, e spesso lo pensiamo anche noi. C’è qualcosa di simile a un’analfabetismo ecologico. Non riusciamo più a immaginare come fossero o come siano i paesaggi naturali ricchi di biodiversità. C’è qualcosa di simile a un’amnesia della natura e, anche se cerchiamo di fare meglio, non siamo sicuramente “alfabetizzati”. In questo senso, nei pochi appezzamenti di brughiera e boschi rimasti, troviamo ispirazione per immaginare un mondo diverso.

La musica folk, da quella tradizionale a quella più recente, è sempre stata un mezzo di resistenza, opposizione e cambiamento forte e radicale, non diversamente da quanto hanno fatto la musica e la cultura punk. Qual è il potenziale della musica folk per voi nel 2025? Può fungere da mezzo per affrontare questioni urgenti o per trasmettere alcune idee radicali?

Il folk è fantastico! Come hai notato, è sempre appartenuto al popolo. È una tradizione comunitaria radicata nella condivisione e nella reinterpretazione. Resiste naturalmente all’attenzione dell’industria musicale capitalista per l’individualismo e il commercialismo. Un esempio interessante è Ored Recordings, un’etichetta discografica con un approccio unico alla raccolta delle tradizioni folk. Non solo documenta la musica tradizionale del Caucaso settentrionale, ma si impegna anche nella resistenza culturale, nella conservazione della memoria e nella decolonizzazione in una regione plasmata dal colonialismo russo. La chiamano etnografia punk. Mi piace molto. Lally Macbeth fa qualcosa di simile in The Lost Folk, quando si tratta di raccogliere le tradizioni folk delle isole britanniche. Penso anche che la scena folk anarchica sia un movimento bellissimo che rivendica giustamente il folk come qualcosa di e per i suoi partecipanti, al di fuori dell’egemonia capitalista della cultura musicale mainstream.

L’annuale Anarcha Folk Festival, che si tiene ogni anno in una località diversa, è una prova evidente che una tradizione folk non conservatrice e anticapitalista è ancora molto viva. Questo è particolarmente importante in tempi come questi, in cui abbiamo particolarmente bisogno di comunità che alimentino sia la cultura dell’attivismo che il senso di appartenenza affettiva.

In stretta connessione con la domanda precedente, volevo chiedervi se pensate che si possa parlare di un vero e proprio movimento folk/neofolk di sinistra, anarchico e critico nei confronti del mondo attuale, e se vi sentite parte di tale movimento/scena.

Sembra che sia in crescita! Speriamo di farne parte. Al momento non siamo molto coinvolti a causa della mancanza di risorse, ma ci piace molto ciò che le persone stanno facendo e realizzando in questo momento all’interno di questo movimento.

Quali sono le realtà, i progetti e gli artisti che ritenete più interessanti nell’attuale scena folk/anarcho folk/neofolk? Con quali avete più rapporti e legami, sia personali che musicali?

Siamo particolarmente ispirati dai Lankum, ma ascoltiamo spesso anche artisti come Cinder Well, Byssus, Mama’s Broke, Slack Bird, ØXN e Stick in the Wheel. Non è necessariamente un’influenza per i tüül, ma la band polacca Hanba è fantastica. Anche i Ruen sono un nuovo progetto molto interessante (un membro che conosciamo faceva parte degli Shitfaced Mermaids). Al di là della scena folk, abbiamo anche ottimi rapporti con la comunità antifascista black metal tedesca, in particolare con la band No Sun Rises. Sono musicisti fantastici e persone adorabili. Abbiamo registrato insieme una canzone (“Bury Me”) che appare nel loro ultimo album Harmisod, e siamo davvero orgogliosi del risultato. Grazie a questi contatti, l’anno scorso abbiamo suonato al festival Culthe di Münster, ed è stato fantastico.

Quali sono i progetti futuri dei Tuul? Avete in programma concerti, festival o nuove registrazioni? Quali obiettivi vi siete prefissati per il prossimo futuro?

Siamo davvero entusiasti di suonare all’Anarcha Folk Festival di quest’anno in Galles! Ci sono così tante band fantastiche in programma! Con un bambino piccolo nella nostra vita, il tempo è molto limitato e suonare in un concerto può essere piuttosto complicato. Abbiamo alcune idee per nuove canzoni, quindi speriamo che dopo l’estate avremo un po’ di tempo per lavorarci e, chissà, registrarle in un futuro luminoso e non ancora apocalittico.

L’intervista è finita, ragazzi, grazie ancora per aver dedicato del tempo a rispondere a queste domande. Spero di avervi presto come ospiti qui nel nord Italia per vedervi suonare dal vivo e incontrarvi di persona. Nel frattempo vi lascio questo spazio finale per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente e che desideriate condividere.

Un abbraccio selvaggio

Preservate le paludi! E grazie per il tuo interesse, Stefano!

Tüül – Moorland (2024)

<<Moorland trae ispirazione dalle “unlands” selvagge, quei vasti paesaggi paludosi delle terre basse che chiamiamo “casa”.>> Così ci viene presentato questo secondo album dell’affascinante progetto olandese Tüül, un duo folk composto dal banjo di Johanna Brücher, dalla fisarmonica di Teun Joshua Brandt e dalle loro voci. Johanna e Teun sono una coppia anche nella vita oltre che sul lato musicale e questo si percepisce immediatamente dall’affinità e la complicità con cui si costruiscono e si presentano le cinque composizioni che danno forma a Moorland. L’album, da un punto di vista lirico e concettuale, prende le mosse dalle riflessioni emerse sui territori e sui paesaggi in cui vivono Johanna e Teun; riflessioni che ruotano attorno alla presa di coscienza che questi paesaggi , nel corso del XIX secolo, sono stati trasformati dall’industria agricola in vere e proprie lande deserte, lasciando dietro di sé solamente isolati lembi di brughiera. La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Le sonorità e le armonie create dall’intreccio tra il banjo e la fisarmonica dipingono atmosfere desolanti e sofferte ma che lasciano sempre intravedere uno spiraglio di luce, una crepa in cui germoglia l’erbaccia che rivendica la sua esistenza in un mondo completamente addomesticato, assoggettato alla logica del controllo e dell’utilitarismo, così come del mito di un progresso suicida e distopico. E’ un folk dalle tinte oscure e cupe, a tratti apocalittiche, con un particolare gusto per arrangiamenti ambientali, derive doom-drone e armonie che sembrano poterci perseguitare anche dopo aver concluso l’ascolto dell’album. Cinque sono le tappe in cui ci conducono, come dei vagabondi erranti, i Tüül, partendo dall’ammaliante e intensa Bury Me che rimane in testa fin dal primo ascolto, grazie soprattutto alla ripetizione a due voci della formula “don’t you worry…” per gran parte della durata del brano. Musicalmente in Moorland vengono evocati gli spettri di altri progetti folk recenti, da quelli più tradizionali come gli irlandesi Lankum a quelli più legati ad un’etica anarchica e diy come le Cistem Failure, passando per i dischi meno recenti del progetto Cinder Well o degli statunitensi Byssus. Potremmo definire, senza troppi errori, le sonorità costruite dal duo olandese come doom-folk, composizioni che si muovono in bilico tra una leggerezza apparentemente sognante e una desolazione apocalittica e priva di speranze, tra cantilene monotone e lente e passaggi dalle tinte funeree. I ritmi sono sempre rallentati, cadenzati e volutamente ripetitivi per trascinare l’ascoltatore in una sorta di trance sonora che facilità la discesa in paesaggi della mente dominati da lande deserte, paesaggi in rovina, luoghi abbandonati, cercando tra paludi e brughiere immagini reali di vite non-addomesticate e radicalmente diverse.

No Surprises o Pulling Bracken son solamente due delle cinque splendide e intense tappe che ci troveremo ad affrontare durante l’ascolto di Moorland, disco che ascolto dopo ascolto rafforza tutta la sua intensità e bellezza, lasciandoci con una sensazione di spaesamento e decadenza che non spaventa ma nutre un immaginario sempre più concreto di luoghi, spazi e tempi sottratti alla morsa dell’addomesticamento, della civilizzazione e della devastazione ecologica. In definitiva Moorland è il disco che mi ha fatto infatuare dei Tüül e quindi non posso essere totalmente oggettivo nel dirvi che merita ascolti ripetuti e attenti, oltre che di essere diffuso il più possibile. A presto su queste pagine virtuali, forse, arriverà anche un’intervista a Johanna e Teun… quindi tenetevi pronti se volete approfondire le loro idee, riflessioni e influenze musicali e non solo!