Catal Huyuk – Scars (2026)

L’atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell’antenato evolutivo di un individuo. L’atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima.

Se nel 1994 l’anarco-primitivista John Zerzan parlò di un futuro primitivo, oggi nel 2026 i Catal Huyuk preferiscono concentrarsi sull’idea di un futuro atavico, ovvero un futuro in cui possano ritornare caratteristiche, abilità, coscienze e pratiche ancestrali di homo sapiens e che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia evolutiva, sia da un punto di vista materiale che spirituale. Un’idea di atavismo che si traduce nella musica suonata dal duo di Portland in sonorità ipnotiche, atmosfere primordiali e un’immaginario così primigenio da perdersi nei meandri della preistoria. Il nome stesso scelto dalla band è un richiamo Çatalhöyük, uno dei primi grandi insediamenti dell’umanità che risale ai tempi del neolitico, in quel periodo della storia umana segnato dal passaggio da una vita nomade a quella stanziale. Quello suonato da Marisa e Marios è uno stile minimalista ma estremamente personale e sfaccettato, che si articola tra le melodie e i ritmi costruiti con soli tre strumenti: box guitar, cymbal e tamburo. Oscuro, ipnotico, psichedelico, ritualistico, il futuro atavico affrescato dai Catal Huyuk ci invita a varcare la soglia del mondo visibile e lasciarci guidare da ciò che non possiamo vedere ma solo percepire, da ciò che sembra non esistere più ma che è inscritto nelle profondità del nostro ancestrale corredo culturale.

Questo minimalismo sonoro dipinge perfettamente scenari e atmosfere che ci catapultano immediatamente in una trance allucinata, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un antico rituale sciamanico in cui non siamo in grado di riconoscere nitidamente voci e suoni, in cui la realtà si mescola a visioni oniriche e i confini tra questo e l’altro mondo si fanno labili e attraversabili. Anche per questi motivi il viaggio che facciamo tappa dopo tappa per discendere negli abissi sonori di Scars è tutt’altro che rassicurante, visto che l’intera esperienza è attraversata visceralmente da pulsioni e tonalità orrorifiche e a tratti realmente angoscianti come solo una trance sciamanica o un rituale sacrificale possono essere. Un rituale in cui a guidarci troviamo la voce spettrale, mistica e cerimoniale di Marisa, che spesso si limita a emettere dei vocalizzi che assomigliano a dei lamenti utili a scandire la trance in cui siamo sprofondati. Ipnotica tanto la parte ritmica costruita dalle percussioni quanto le melodie composte dalla guitar box, entrambe caratteristiche che amplificano l’atmosfera psichedelica e primordiale evocata dalle otto canzoni e rendono ancora più spontaneo immergersi nell’esperienza di ascolto di un album come Scars.

Tra dark folk, psichedelia e richiami al folk horror, la musica dei Catal Huyuk riesce perfettamente nella sua impresa di voler suonare ancestrale e primitiva, così come nella sua intenzionalità di voler accompagnarci verso un futuro atavico tra suoni, sensazioni, immagini e scenari mentali ed emotivi. Non lasciatevi intimorire, varcate la soglia di questo presente distopico alla volta di un futuro atavico.

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