Mi sono imbattuto da pochissimi giorni nella campagna/ movimento inglese Right to Roam e ne sono rimasto affascinato per una serie di motivi differenti. Innanzitutto il verbo inglese to roam che tendiamo a tradurre semplicemente come vagare o vagabondare ha un significato ben più sfumato e immaginifico e si accompagna strettamente al libero accesso alle aree naturali, rurali e/o selvatiche; in secondo luogo perchè da buon amante della vita all’aria aperta, avendo goduto più volte della libertà di girovagare per sentieri di montagna e boschi o di accamparmi sotto le stelle davanti a un falò, ritengo che questo diritto di poter accedere liberamente a luoghi e territori naturali in cui poter vivere certe esperienze a stretto contatto con il mondo selvatico debba essere difeso e ristabilito ovunque; inoltre perchè ritengo che il diritto ad accedere, vagare, attraversare e abitare anche solo temporaneamente colline, sentieri, campi, brughiere, radure, boschi e quant’altro rientri in un più ampio diritto di poter godere dei beni comuni, ovvero tutte quelle risorse collettive come paesaggi, territori, fiumi, foreste che resistono alla privatizzazione e alla ricerca di profitto di pochi ricchi proprietari terrieri, di grandi multinazionali o dello Stato; infine perchè, come dice il titolo di questo articolo, il diritto a vagare liberamente va di pari passo con il diritto, e il bisogno sempre più urgente in quest’epoca ecocida, di riconnettersi alla Terra, ai luoghi, agli abitanti non umani e vegetali che sono insediati nei territori e infine a noi stessi in quanto parte della Natura e non qualcosa di separato da essa.
Mesi fa lessi su Dark Mountain Project un articolo intitolato “Where Does the Night Start?” in merito ad una lotta per l’accesso alla terra a Dartmoor, ultimo luogo in Inghilterra in cui si può campeggiare liberamente. Nel Parco Nazionale di Dartmoor un proprietario terriero multimilionario era riuscito a far abolire questo diritto al campeggio libero, ma per fortuna la campagna di protesta ha raggiunto la Corte Suprema del Regno Unito che si è espressa in favore dei partecipanti alla protesta, garantendo il diritto di dormire sotto le stelle nel territorio di Dartmoor. In fin dei conti il diritto di muoversi liberamente in un luogo naturale fatto di brughiere, boschi e colline è in tutto e per tutto una delle incarnazioni in cui si manifesta un sentire sempre più diffuso e urgente: quello dell’accesso alla Terra, senza permessi speciali, soldi da spendere, cancelli da superare e biglietti da pagare. Senza che i territori rurali, siano essi la montagna, la campagna, le colline o i boschi, diventino luoghi elitari e di esclusione. Ennesimi luoghi in cui si incarna l’idea che tutto è e deve essere mercificato, messo a profitto, reso produttivo e quindi sfruttato.
Right to Roam è un gruppo di persone che dal 2021 si occupa di difendere questo diritto di accesso libero ai territori rurali e alle aree naturalistiche; per protestare contro la tendenza sempre più diffusa alla privatizzazione di questi luoghi, ha fin da subito utilizzato la tattica dell’incursione e dell’occupazione pacifica in queste vaste aree rurali da cui le persone comuni vengono escluse per interessi di natura privata e/o governativa. Una pratica quella dell’incursione in aree private che ha una lunga tradizione nella storia inglese di protesta per l’accesso alla terra e ai territori. Si può infatti tranquillamente affermare che nessuno dei diritti di accesso sanciti nelle ultime generazioni sia stato conquistato senza la disponibilità della gente comune a oltrepassare i confini delle proprietà private.
L’ideale che anima Right to Roam è il libero acceso alla natura che si traduce anche con l’attitudine e la pratica di prendersene cura direttamente avendo un impatto ecologico quanto più possibile vicino allo zero. Nella loro visione le campagne e le zone rurali in futuro non saranno solo fonti di benessere fisico, mentale e spirituale per le persone, ma anche luoghi di cui divenire custodi e costruire comunità attorno a questi beni comuni sempre più minacciati. Se la Terra ha perso i suoi guardiani e le sue guardiane nel corso dei secoli, non saranno i padroni e i loro soldi sporchi a proteggerla o difenderla, ma le persone comuni pronte a far sentire la propria voce e mettere in pericolo la propria libertà.
Quello che Right to Roam sta cercando di fare negli ultimi anni non è valido e urgente solo nel territorio anglosassone, ma può essere preso ad esempio e messo in atto ovunque l’avanzata del capitalismo, della privatizzazione, della sete di profitto sembra inarrestabile e famelica nel divorare ogni spazio naturale-selvatico-rurale non ancora del tutto piegato alla logica della proprietà privata, dello sfruttamento o del consumo. Perchè l’accesso libero ai territori rurali, alle campagne, ai boschi e così via, in un mondo al collasso ecologico, non è importante solo per i benefici che l’esperienza del mondo naturale ha sulla nostra salute psico-fisica, ma perchè può permetterci di ritrovare la strada per riconnetterci alla Terra in un ottica di non sfruttamento, di reciprocità e di resistenza. Per costruire comunità ecologiche attorno ai beni collettivi, invece di concedere sempre più spazio alla cultura ecocida che sfrutta, disbosca, cementifica, mercifica, devasta e saccheggia i territori che abitiamo insieme alle altre tribù di animali non umani e vegetali.
Perchè senza l’esperienza diretta della Natura, senza aver il diritto di girovagare, sostare o riposare in un boschetto, tra i sentieri di campagna o sulle anse di un fiume, cosí come al chiaro di luna o sotto una pioggia improvvisa, come si potrebbe pensare di difendere questi luoghi quando diventano obiettivi di nuove mire espansionistiche del Capitale?
Una breve cronistoria delle più importanti incursioni e occupazioni di aree private nel Regno Unito, liberamente tradotto dal sito di Right to Roam:
1871-78 Foresta di Epping, Londra/Essex – I tentativi di recintare i terreni e abolire i diritti dei cittadini comuni sulla foresta incontrarono una resistenza feroce e prolungata. Gli invasori furono condannati dalla stampa. Tuttavia, il sostegno dell’opinione pubblica rimase forte e, nel 1878, fu approvata l’Epping Forest Act, che proteggeva la foresta dalla recinzione e dallo sviluppo edilizio e sanciva il diritto di accesso pubblico a tempo indeterminato.
1887 Latrigg, Cumbria – A seguito di un tentativo da parte dei proprietari terrieri locali di chiudere l’accesso a Latrigg Fell, alle porte di Keswick, nel 1887, si verificò un’occupazione di massa guidata dallo scrittore di viaggi Henry Jenkinson, da Hardwicke Rawnsley, cofondatore del National Trust, e dal deputato Samual Plimsoll. Circa 2000 persone contribuirono ad abbattere le nuove recinzioni e raggiunsero la vetta che domina Derwent Water. Il percorso che seguirono è oggi diventato un diritto di passaggio pubblico e poco più della metà della collina è terreno di libero accesso. Altri sentieri sul versante meridionale boscoso sono accessibili solo previa autorizzazione e non sono ancora messi in sicurezza.
1896 Winter Hill, Lancashire – La più grande invasione di massa della storia britannica ha visto coinvolti, secondo quanto riportato, 10.000 residenti di Bolton che si sono recati presso il loro punto di riferimento locale per protestare contro la chiusura del sito da parte del proprietario terriero. I principali promotori dell’iniziativa hanno perso in seguito la causa intentata contro il proprietario, ma hanno mantenuto un enorme sostegno da parte dell’opinione pubblica. Ciononostante, ci sono voluti 100 anni prima che il sentiero contestato fosse dichiarato “diritto di passaggio” e che l’intera collina diventasse terreno di libero accesso nel 2000.
1932 Kinder Scout, Derbyshire – Sebbene si sia trattato di un’azione di occupazione abusiva di minore entità in termini numerici, l’iniziativa guidata da Benny Rothman il 24 aprile 1932 è passata alla storia ed è oggi celebrata – persino dai gruppi che all’epoca l’avevano condannata! La violenza inflitta dai guardiacaccia del duca di Devonshire e la punizione sproporzionata inflitta in seguito a diversi partecipanti contribuirono a rafforzare il sostegno pubblico alla riforma dell’accesso ai terreni di caccia. Da questo evento è nata anche la canzone folk The Manchester Rambler scritta nel 1932 da Ewan MacColl che aveva partecipato alla protesta.
irruzione e occupazione di Kinder Scout, Derbyshire nel 1932
Da sempre dico che non sono uno scrittore di recensioni musicali e il fatto che dal nulla mi è venuta la voglia di parlarvi di un disco semi sconosciuto pubblicato quattro anni fa né è la dimostrazione più palese. Diciamo che sono più un racconta storie che scrive di ciò che gli piace quando l’ispirazione arriva all’improvviso, ecco forse questa è una definizione che non mi dispiace. Venendo a noi, oggi il protagonista di questa storia risponde al nome di Appennino Oltremare, album pubblicato nel 2022 dal progetto Lunarsy e che sono sicuro in pochi conoscete.
Dietro al duo Lunarsy troviamo Marina Girardi, cantautrice selvatica e illustratrice nomade, e Vincent Croes, che con le loro voci e chitarre acustiche danno forma ad un album di musica folk dolce, magico e che profuma intensamente di sottobosco. Il progetto è nato durante le lunghi notti pandemiche sull’Appennino, quando Marina e Vincent si ritrovavano intorno a stufe fumose di vecchie case in pietra, tra crinali rovinosi e strade precarie. Sono nate così quindi le undici canzoni che compongono Appennino Oltremare, più che una raccolta di brani una sorta di racconto diviso in capitoli e immagini che hanno la forza evocativa di accompagnarci nel bosco, tra odore di resina e pigne, cortecce che scricchiolano sotto i piedi, scoiattoli che si rincorrono tra i rami come funamboli e il vento che spoglia i rami sussurrando storie antiche alle nostre orecchie. Questo viaggio all’interno della selva è incantato e solenne, non spaventoso né superficiale o distratto; a farci da guida tra alberi maestosi, radici che si snodano come serpenti sinuosi e un’oceano di foglie secche degli autunni passati, c’è la dolce ed evocativa voce di Marina che ci indica dove appoggiare i nostri piedi, dove dirigere lo sguardo e tendere l’orecchio.
Quello suonato dai Lunarsy è un folk selvatico, che loro stessi definiscono agro folk appenninico; è infatti un folk radicato nella terra, che parla la ligua del bosco e degli animali selvatici, che appartiene al paesaggio degli Appennini tanto quanto la dura roccia, il faggio o il lupo. Una musica che viene direttamente dalla terra e alla terra ci riporta più consapevoli del nostro posto nel mondo, dove la voce di Marina e le chitarre suonate da lei e Vincent si fanno solamente tramiti di qualcosa di più ancestrale e incantato. C’è infatti nella loro musica una dimensione spirituale legata alla terra oltre che un tono generale di devozione nei confronti della natura non vista come entità astratta ma come casa, come luogo a cui l’umano appartiene dalla notte dei tempi. Ed emerge anche nelle canzoni un sentimento e/o una tensione ecologica, che si traduce in una relazione con la terra fatta di attenzione e cura, di reciprocità e non sfruttamento. Tutto questo viene concretizzato dalla scelta delle parole usate, dalla poetica dei testi scritti, dalle immagini dipinte dalle loro voci e dalle armonie suonate dalle chitarre acustiche, così come dalle illustrazioni di copertina e da quelle che accompagnano il disco, disegnate dalla stessa Marina.
Canzoni intime che chiamano a raccoglierci attorno ad un fuoco in compagnia di poche amate persone, da ascoltare seduti in un bosco all’ombra delle fronde di un albero o al calore di una stufa nelle ultime sere d’autunno attendendo l’arrivo dell’inverno. Canzoni da sussurrare mentre si cammina nel bosco, così che le altre tribù non umane possano sapere che stiamo percorrendo di nuovo quel sentiero verso la selvatichezza che avevamo smarrito; un sentiero che può invertire la rotta della distruzione e del saccheggio della nostra cultura antropocentrica e riavvicinarci ad una relazione di reciprocità con la Terra. Un sentiero che potrebbe insegnarci a re-incantarci e di conseguenza re-incantare il mondo.
Anarcho Herbane è un collettivo che si occupa di erboristeria anarchica, queer e diy, nato nel pieno del lockdown pandemico. L’obiettivo fin da subito è quello di riappropriarsi dei sapere legati alla salute e all’autocura, attraverso il ricorso alle erbe spontanee e all’ancestrale conoscenza erboristica. L’erboristeria non come fine ma come pratica anzitutto anticapitalista e antipatriarcale e che possa promuovere una reale pratica di autodeterminazione e autonomia. L’intervista che segue fatta al collettivo è stata pubblicata originariamente sul numero 77 di Nunatak nell’estate del 2025.
Ciao ragazzx, grazie per aver accettato di rispondere a queste domande. Vorrei partire chiedendovi come nasce il vostro collettivo e successivamente come vi è venuta l’idea di pubblicare e diffondere la fanzine Punkaggine?
La nostra collettiva è nata nel pieno della pandemia, mentre ci trovavamo sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove ci eravamo “rifugiate” durante le restrizioni alla libertà di movimento (periodo zona rossa 2020). È stato un periodo in cui abbiamo potuto rallentare, prendere tempo per noi stessx: ci piaceva fare passeggiate per riconoscere e raccogliere erbe spontanee, assaporarne i sapori e sperimentare nuove ricette. In seguito, abbiamo iniziato a interrogarci su come trovare alternative alla biomedicina e farmaceutica. Sentivamo l’urgenza di approfondire la conoscenza dei nostri corpi e di ripensare l’autogestione della salute al di fuori delle logiche di controllo, con la volontà di sottrarre il nostro benessere alla totale delega a uno stato (la minuscola è voluta) sempre più repressivo e votato alla sorveglianza. Molte delle piante commestibili che raccoglievamo avevano anche proprietà medicinali e da lì è nata l’idea di scrivere Punkaggine, nome che prende ispirazione da un’”erbaccia” molto comune e infestante, la Piantaggine, e dal Punk. La diffusione della fanzine è avvenuta in maniera graduale dato che in quel periodo era molto difficile spostarsi, organizzare iniziative e, sopratutto, trovare degli spazi di scambio e condivisione.
Ciò che mi ha incuriosito molto del vostro collettivo è la scelta di identificarvi con le erbacce spontanee, quelle non addomesticate e generalmente considerate selvatiche e infestanti, e quindi problematiche per la cultura della proprietà privata agricola. Quali sono le caratteristiche comunemente affibbiate alle erbacce in cui vi riconoscete e perché ritenete le erbe infestanti un elemento così importante per voi?
Le erbacce, dal punto di vista agronomico, sono piante che interferiscono con la produzione delle colture ‘da reddito’ in quanto occupano spazio, fanno ombra, assorbono nutrienti e l’acqua disponibile nel suolo. In altre parole, disturbano l’ordine, danno fastidio, creano caos e sabotano un sistema agricolo fondato sulla produttività e sul profitto. Da un punto di vista politico ci siamo riconosciute in loro: riteniamo abbiano un’attitudine profondamente punk e ammiriamo la loro resistenza spontanea e militanza erboristica all’interno di un sistema capitalistico come l’agricoltura intensiva. Anche in città non sono gradite: crescono come e dove gli pare, forti e indipendenti, non si dispongono in file ordinate, infestano e sovvertono l’ordine imposto a giardini e aiuole ben curate. Oltre al loro essere forti e libere, amiamo le piante infestanti perchè ci offrono cure e sostegno, dimostrando che la salute può sfuggire alla logica del profitto.
Come vi siete avvicinate nelle vostre vite alla conoscenza erboristica e che significato ha per voi questo sapere in senso anticapitalista, ecologista e anarchico? E’ solo una pratica o l’erboristeria può dare spunti di riflessione e di azione sovversiva all’interno del movimento anarchico in senso più ampio?
Ognuna di noi all’interno della collettiva si è approcciata all’erboristeria anticapitalista in modo diverso. Per noi, è importante sottolineare non solo l’incontro delle nostre conoscenze erboristiche e botaniche, ma anche quello delle nostre prospettive politiche. L’erboristeria non è il fine ultimo della nostra lotta, ma uno strumento per mettere in discussione le dinamiche oppressive della società capitalista. Ci piace definirla anarcoerboristeria: intendiamo un approccio all’erboristeria di tipo orizzontale, basato sulla condivisione dei saperi in maniera non gerarchica, in cui si pratica l’autocura, rendendo le persone responsabili della propria salute e in grado di raccogliere o coltivare le proprie medicine. Attraverso la condivisione delle nostre conoscenze mettiamo in comune le nostre informazioni e risorse per imparare, esplorare e migliorare la nostra salute insieme. Per noi non esistono gerarchie o sistemi piramidali che detengano il potere della conoscenza: l’erboristeria deve essere aperta e accessibile a tuttx. È la nostra lotta anti-specista e anti-capitalista, dalla conoscenza delle piante comincia l’emancipazione personale, alimentare, farmaceutica e della cosmesi. Sviluppare l’autoconoscenza e la saggezza erboristica comunitaria ci renderà molto più liberx e consapevolx. Un esempio di come l’erboristeria può diventare un concreto strumento solidale di azione sovversiva è il progetto Solidarity Apothecary gestito da Nicole Rose, da cui ci piacerebbe prendere ispirazione.
Il progetto supporta materialmente le lotte rivoluzionarie e le comunità attraverso la distribuzione gratuita di rimedi medicinali a base di erbe e diffondendo saperi sulla loro preparazione, concentrandosi in particolare sul sostegno alle persone che subiscono la violenza dello Stato. Questo include prigionierx, ex prigionierx e le loro famiglie, rifugiatx e richiedenti asilo e altro ancora, organizzando carovane per portare i kit erboristici direttamente nei luoghi di resistenza, come le frontiere. Questo progetto non si limita a una logica assistenzialista, ma mira a rafforzare l’autonomia collettiva, l’autodifesa e la resilienza contro il cambiamento climatico, il capitalismo e la violenza dello Stato, promuovendo la partecipazione attiva attraverso workshop per l’autoproduzione dei rimedi, incoraggiando la pratica di un’autogestione della salute a livello collettivo.
Vi definite un collettivo transfemminista e antispecista. Che ruolo hanno queste due dimensioni all’interno del vostro progetto e che punti d’incontro avete trovato tra il transfemminismo, l’antispecismo, il mondo delle erbe spontanee e l’ancestrale sapere erboristico?
Il transfemminismo e l’antispecismo sono alla base del nostro progetto, poiché ci permettono di affrontare le oppressioni in modo intersezionale e di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e gli altri esseri viventi. Il transfemminismo smantella le strutture patriarcali che limitano l’autodeterminazione dei corpi, mentre l’antispecismo mette in discussione il dominio umano sul non umano e critica l’antropocentrismo, rifiutando ogni gerarchia tra le specie. Recuperare il sapere erboristico significa sfidare le logiche capitaliste e patriarcali, riaffermando un rapporto di cura collettiva e autogestita. Vediamo storicamente una connessione tra lo sfruttamento delle persone che si identificano come donne e quello della natura, entrambe relegate a ruoli subalterni dal patriarcato e dal capitalismo, che le hanno ridotte a risorse da controllare, domare, mercificare. L’ambiente e il selvatico non sono qualcosa da subordinare al dominio umano, ma spazi di autonomia e resistenza da sottrarre alla logica dello sfruttamento. Nel nostro approccio erboristico, opponiamo a questa visione un rapporto basato sul rispetto e sulla reciprocità, lontano dalla logica del profitto e della mercificazione. L’antispecismo per noi significa riconoscere il diritto di ogni essere vivente a esistere liberx da sfruttamento e violenza, rifiutando pratiche come la vivisezione e l’uso degli animali non umani nella ricerca farmaceutica. Ci opponiamo a un sistema che sfrutta indiscriminatamente persone, animali non umani e ambiente. Il sapere e la pratica erboristica possono quindi essere intesi come un atto di liberazione, che rifiuta la mercificazione del vivente e promuove un modello di vita basato sull’autodeterminazione, sulla connessione con il selvatico e sul rispetto di ogni forma di esistenza. Questi principi guidano una visione della salute e della cura che rompe con il dominio patriarcale, capitalistico e antropocentrico, radicandosi nella libertà e nella resistenza.
Anche per questioni lavorative oltre che di ideali, ritengo fondamentale la dimensione del selvatico e del rapporto costante e profondo con esso, distruggendo la dicotomia tipicamente occidentale e moderna tra natura e cultura che pone l’essere umano al di fuori dell’ambiente selvatico. Quali sono le vostre idee o riflessioni su questo tema?
Per noi il selvatico non è qualcosa di separato, ma è una parte intrinseca della nostra esistenza. La dicotomia tra natura e cultura, che viene dalla modernità occidentale, è una costruzione artificiale che ci allontana dal nostro legame con l’ambiente selvatico. Noi crediamo che l’umano sia una parte di esso, non qualcosa di esterno o superiore. Lavorare con le erbe spontanee e vivere in sintonia con il selvatico significa rifiutare questa separazione e riconoscere che siamo profondamente legatx all’ambiente che ci circonda. La nostra lotta è anche una lotta per ripristinare un rapporto di reciproco rispetto e comprensione con la “natura”, senza vederla come un territorio da sfruttare o dominare, ma come un essere vivente con cui coesistere. Il nostro approccio mira a conoscere, rispettare e comprendere il selvatico, a farlo diventare un nostro alleato e non a cercare di domarlo o distruggerlo.
Avete scritto un articolo sul tema della raccolta consapevole delle erbe spontanee per uso medicinale o alimentare. Come potremmo riappropriarci di una pratica come la raccolta delle erbe in senso ecologista e di non sfruttamento del terreno e dell’ambiente? In che modalità la raccolta può essere consapevole e anticapitalista?
Non si tratta di raccogliere indiscriminatamente, ma solo quello che ci serve; imparare a riconoscere quando e come le piante sono pronte, quando è il loro tempo balsamico, in modo da non danneggiarle né sopraffare l’ecosistema in cui vivono. Ogni raccolto deve rispettare la biodiversità e la salute del terreno, evitando di danneggiare l’habitat delle piante e degli altri esseri viventi che ne dipendono. Raccogliamo solo le parti e le quantità di cui abbiamo bisogno, meglio informarsi se ciò che si raccoglie è una pianta rara, in via d’estinzione o poco comune. E’ sempre bene inoltre cercare di lasciare le radici o spargere i semi per permettere alle piante di continuare a propagarsi. La raccolta consapevole è anche un atto di resistenza contro chi sfrutta la terra e le risorse naturali senza rispetto per l’equilibrio ecologico. La raccolta diventa un gesto politico, una forma di resistenza alla logica di sfruttamento delle risorse naturali e di disconnessione dalle pratiche tradizionali e comunitarie di cura.
Il sapere erboristico, riappropriato in senso anticapitalista come state facendo voi negli anni, potrebbe apparire, ad una lettura o sguardo superficiali, come qualcosa di antiscientifico o comunque radicalmente critico nei confronti del sistema farmaceutico e della scienza medica ufficiale. Sono critiche che avete ricevuto e se si, come le affrontate? Qual è la vostra posizione su questo tema? Quali sono le critiche che avanzate alla medicina ufficiale e alla farmaceutica?
Il nostro approccio non è contro la scienza, ma contro un certo tipo di scienza, quella che è stata colonizzata dalle logiche capitaliste, che privilegiano il profitto e il controllo piuttosto che la cura e il benessere autentico. Siamo critichx nei confronti della medicina ufficiale e dell’industria farmaceutica perché queste spesso riducono la salute a un prodotto da vendere, ignorando le cause sociali e ambientali delle malattie. Molte pratiche e terapie che la medicina ufficiale considera “scientifiche” sono condizionate dagli interessi economici delle grandi multinazionali, che manipolano la ricerca per i propri fini. In contrasto, il nostro approccio si concentra sulla cura e sull’autogestione, valorizzando l’ascolto del corpo e l’uso delle piante come alleate nella prevenzione e nel trattamento dei malesseri quotidiani. Non siamo contrarx alla scienza in sé, ma a quella che ha perso il contatto con le persone e con l’ambiente. Le nostre critiche vanno quindi alla medicalizzazione della vita e alla mercificazione della salute.
Non dobbiamo dimenticarci che la biomedicina si è costruita sull’appropriazione violenta di saperi e corpi. Ha saccheggiato le conoscenze erboristiche e curative di donne, comunità indigene ed emarginalizzate, spogliandole del loro valore per ricodificarle in un sistema gerarchico e patriarcale. Ha sfruttato i corpi di persone razzializzate e di chi era consideratx inferiore per esperimenti medici, spesso senza consenso, trasformando la sofferenza in progresso scientifico per pochi privilegiati. Colonialismo, espropriazione dei saperi tradizionali e sfruttamento sono il fondamento della biomedicina, non un’anomalia del passato. Riconoscerlo significa smascherare il mito della scienza neutrale e aprire spazi per una cura che sia orizzontale, autodeterminata e sottratta alle logiche del dominio.
Avete recentemente preso parte alla traduzione dell’Erbario Anticarcerario di Nicole Rose. Volete parlarci un po’ di questo testo, dell’autrice e di quali connessioni ci sono tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria? Ancora una volta vi chiedo: che similitudini vedete tra le erbacce selvatiche e la lotta contro ogni forma di carcerazione e gabbia?
Questo libro è per noi un testo molto importante, che ha avuto un grande impatto sulla formazione politica della nostra collettiva. Ci ha ispiratx così tanto da spingerci a voler conoscere l’autrice e a tradurlo in italiano insieme ad altrx compagnx. Intorno a questo testo si sono intrecciate infatti molteplici complicità: la traduzione di The Prisoner’s Herbal è il frutto di un processo collettivo di persone compagne provenienti da varie regioni e collettive italiane, che hanno unito le forze in un sostegno reciproco per tradurre, revisionare, progettare, diffondere e stampare questo testo, unite dalla passione per l’erboristeria, per l’autocura e per la lotta anticarceraria. Il ricavato delle vendite va per casse antirepressione e benefit per supportare persone prigioniere e inguaiate con la legge.
Nicole Rose è un’attivista anarchica antispecista e erborista inglese, che ha scontato 3 anni e mezzo di carcere durante un periodo di forte repressione contro i movimenti antispecisti impegnati nella campagna SHAC, una campagna internazionale contro il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa che pratica esperimenti su migliaia di animali non umani, commissionati dalle industrie farmaceutiche. Durante la sua prigionia, fu colpita dalla potenza delle erbacce che crescevano tra il cemento del carcere: fu proprio l’affetto per queste piante che le permise di affrontare quel periodo di reclusione. Studiare le erbacce e conoscerne i poteri curativi le diede l’opportunità di autogestirsi e di sopravvivere all’interno di un sistema carcerario che negava qualsiasi tipo di cura e assistenza sanitaria. In un contesto di totale privazione della libertà, segnato dalla violenza sistemica del sistema carcerario e dalla difficoltà di accedere persino alle cure di base, le erbe rappresentavano un’alternativa: un modo per riappropriarsi delle pratiche di cura e rivendicare l’autodeterminazione sulla propria salute.
Una volta uscita dal carcere, Nicole ha continuato a studiare erboristeria e ha deciso di scrivere questo libro sulla sua esperienza, in modo che potesse diventare una risorsa accessibile ad altre persone prigioniere: The Prisoner’s Herbal, l’Erbario Anticarcerario. Nel libro ci racconta come possiamo praticare l’autogestione della salute e trovare quello che lei chiama un “alleato vegetale” che ci aiuti ad autodeterminarci e darci la forza di andare avanti. Ci parla delle piante più comuni che crescevano nei cortili e tra il cemento della prigione e dei rimedi che possiamo ricavare da esse.
Il legame tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria è evidente: entrambe rappresentano un atto di resistenza contro il controllo, la coercizione e l’oppressione sistemica. Le erbacce, come le persone incarcerate, sono forze che resistono e che vivono nei luoghi più inospitali. La nostra connessione con il selvatico e le erbe, proprio come la lotta contro ogni forma di carcerazione, è un cammino di liberazione, di riappropriazione della nostra autonomia e della nostra salute, lontano dalla logica di sfruttamento e controllo che caratterizza il sistema capitalistico e carcerario.
Concludiamo con una citazione di Nicole: “Vedevo un’enorme quantità di violenza nei confronti delle persone in carcere, episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, ero circondata dall’orrore e le piante sono state per me un antidoto. Erano vive e vibranti e in qualche modo resistevano all’oppressione della prigione perché si ostinavano a crescere. Anche se il personale della prigione cercava di diserbarle, tornavano sempre. Ed è stata quella connessione con qualcosa che va oltre il cemento a tenermi in vita, a tenermi in contatto con la terra e a tenermi in contatto con la vita fuori dalla prigione. Per me è stato come sentirmi connessa a qualcosa che era vivo e forte e che alla fine era molto più potente del sistema carcerario, del capitalismo, di qualsiasi tipo di società progettata dall’uomo, costruita sull’oppressione. Abbiamo molto da imparare da loro.”
Sul quinto numero della vostra zine è presente un articolo dal titolo “Erbe per la salute mentale contro i mali del capitalismo”. Quali sono questi mali del capitalismo a cui fate riferimento ed è davvero possibile affrontarli e tentare di alleviarli/curarli attraverso alcune erbe medicinali? Se si quali e come?
Nel nostro articolo, parliamo dei “mali del capitalismo” come delle molteplici forme di alienazione, stress, ansia e depressione che derivano dal vivere in una società che riduce l’individuo a un ingranaggio della macchina produttiva, dove il valore di una persona è misurato solo in termini di utilità economica. Il capitalismo ci impone un ritmo di vita frenetico, una continua competizione, e una costante insoddisfazione. Questi fattori sono strettamente legati alla salute mentale delle persone, contribuendo a disturbi come ansia, depressione e burnout. In questo senso, il capitalismo è un sistema che non solo sfrutta il nostro corpo, ma anche la nostra mente.
Le erbe medicinali possono giocare un ruolo importante nel contrastare alcuni di questi sintomi; non si tratta di una cura miracolosa, ma di uno strumento che può contribuire al benessere psicofisico, se usato in un contesto di autogestione e consapevolezza. Alcune erbe che possiamo usare includono:
Camomilla (Matricaria chamomilla): conosciuta per le sue proprietà calmanti e rilassanti, è un alleato per chi soffre di ansia e stress. Aiuta a favorire il sonno e a ridurre la tensione mentale.
Passiflora (Passiflora incarnata): è un potente ansiolitico naturale, che agisce sul sistema nervoso calmando l’ansia e migliorando la qualità del sonno.
Lavanda (Lavandula angustifolia): nota per il suo effetto calmante, può essere utilizzata per contrastare ansia, insonnia e stress. Il suo profumo ha un effetto rilassante anche in ambienti stressanti.
Valeriana (Valeriana officinalis): spesso usata per il trattamento dell’insonnia, la valeriana ha un effetto sedativo che può aiutare a ridurre l’ansia e migliorare il sonno.
Melissa (Melissa officinalis): conosciuta per le sue proprietà sedative e per il suo effetto positivo sul sistema nervoso, la melissa può essere utile per affrontare ansia e stress.
Queste erbe non sono un’alternativa ai trattamenti medici in caso di malattie gravi, ma offrono un sostegno per chi cerca un approccio più naturale e olistico al proprio benessere mentale. In un contesto di resistenza al capitalismo, l’uso di queste erbe è anche un atto di autogestione e di rifiuto di un sistema che ci impone soluzioni farmacologiche industriali. L’autocura, il rallentare, l’ascolto e il rispetto del nostro corpo e della nostra mente sono parte di una visione di liberazione totale.
In conclusione, possiamo dire che, sebbene le erbe non possano “curare” i mali profondi del capitalismo, possono sicuramente aiutarci a prenderci cura di noi stessx, a resistere e a promuovere il nostro benessere.
Vorrei concludere questa intervista chiedendovi quali obiettivi avete per il futuro come collettivo AnarchoHerbane e lasciarvi questo spazio per aggiungere altre vostre riflessioni che pensate possano essere interessanti e utili per tuttx.
Lunga vita alle erbacce, al selvatico e all’anarchia
Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.
Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.
Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.
I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?
Non e’ difficile rimanere affascinati e rapiti quando ci si imbatte nel progetto L’Errante, sia per la dimensione magica ed evocativa della sua musica e la bellezza dei suoi testi, che per l’intrigante scelta di esibirsi con una maschera di volpe. Ed è infatti quello che mi è successo la prima volta che ho ascoltato la sua demo Racconti del Vento (datata 2018) non molti mesi fa. Per fortuna, poco tempo dopo averlo scoperto, è stato pubblicato il nuovo album intitolato E altri animali da palcoscenico, un disco di musica folk capace di evocare un’atmosfera sognante, selvatica e boschiva, animato da uno spessore lirico difficile da trovare altrove. Tra dimensione onirica, rapporto con la Natura, animismo e tanto altro ho avuto il piacere di chiacchierare con L’Errante. Buona lettura!
Ciao! Che bello poterti ospitare sulle pagine di Di Muschio e Pietra. Ti andrebbe di raccontarci un po’ la genesi del progetto, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare musica e soprattutto che significato si cela dietro il nome L’Errante?
Ciao! È una bellezza reciproca! Diciamo che è importante specificare “questo” tipo di musica, prima suonavo tutt’altro genere, tra urla e distorsioni. L’Errante nasce dall’esigenza di smettere di urlare la rabbia e il dolore ad un microfono.. Quindi ho deciso di raccontarla. Il termine Errante è nato in concomitanza con il brano Erranti, il brano sui sogni lucidi.. In passato per me indicava “colui che vaga tra i mondi“, il nostro mondo e quello onirico per esempio. Ma non basta, la prima frase di quel brano più o meno lo racconta : “Siamo erranti senza meta, in questo viaggio mai chiesto..“. Siamo tutti qui a condividere tutti questa esperienza di vita, di “viaggio”.. Basta far caso a chi arriva e chi se ne va per sentirsi un po’ tutti “di passaggio”. Poi vabbè.. Se Don Chichiotte è il cavaliere Errante vuol dire che io sarò il cantastorie Errante.
Il progetto è nato come solista ma nell’ultimo album hai una nuova compagna di avventura, Sara, impegnata al flauto e alle voci. Come vi siete conosciuti, com’è nata l’idea di collaborare e cosa pensi abbia apportato alla musica la sua presenza?
Ahah.. Rido molto! Il progetto nasce come solista ma ho avuto modo di condividere la sala con tante persone. Con Sara c’è un’ottima sintonia sia musicale che di amicizia. Sopportare me ed il mio genere non è una via affatto semplice.
“Questo progetto musicale racconta segreti e i misteri della natura e della magia.” Ti andrebbe di ampliare questo splendido concetto e raccontarci a cosa fai riferimento quando parli di misteri e segreti legati alla Natura? Che ruolo svolge la dimensione onirica nella tua visione musicale e concettuale?
Quella frase l’ho scritta proprio agli albori.. Manca un dettaglio fondamentale che ho iniziato ad aggiungere ultimamente per essere ancora più preciso: racconta segreti e i misteri della natura e della magia – del quotidiano -. Per me è fondamentale scovare lo “schema” nelle cose di tutti i giorni, studiarlo, rielabolarlo e racchiuderlo in un brano. Per esempio in “Profumo di bosco” racconto dell’invisibilità del vento. Ciò non vuol dire che il vento non esista, semplicemente che ne si può vedere solamente l’effetto che fa. Un po’ come l’amore, la malinconia, la rabbia, il dolore… Anche una canzone è invisibile… Ad occhio nudo, per essere puntigliosi.
La dimensione onirica è molto importante per me. Per quanto abbia momentaneamente rinunciato ad indurre sogni lucidi, ho sempre prestato molta attenzione ai sogni. Non mi interessa particolarmente cercarne il significato. Poi certo, offrono un sacco di informazioni profonde e nascoste su di noi.. Ma dei miei sogni mi piace ricordarmi i piccoli dettagli e soprattutto come mi hanno fatto sentire.
La tua musica e i tuoi testi hanno una profonda devozione verso la Natura e la Terra in tutte le sue incarnazioni (animali non umani, elementi vegetali, stagioni e paesaggi). Da cosa nasce questa tensione e questo amore per la Natura? Pensi si possa definire la tua musica come animata da un sentimento ecologista?
La natura ha un enorme fascino su di me! Ho consumato i libri di Stefano Mancuso.. C’è anche un piccolo video su YouTube che mi piace tantissimo, si chiama “È vero che le piante sono intelligenti?” che spiega sicuramente tutto molto meglio di me…
Ma vorrei aggiungere che, per quanto azzardata sia questa opinione, anche noi siamo la natura, probabilmente lo è anche il nostro inquinamento. Dico nostro perché si, in un certo senso i miei brani sono animati da questo sentimento, ma sono il primo ad usare la macchina per spostarmi. Diciamo che c’è la voglia di lasciare un messaggio più che lanciarlo.. Ultimamente ho iniziato ad avere addirittura una leggera eco-ansia per i disastri ambientali arrivati addirittura qui nel Mediterraneo. Se oggi voglio fare qualcosa, allora il mio qualcosa è scriverlo in una canzone.. Non possiamo tutti salvare il mondo nello stesso modo.
Che rapporto hai con un luogo come il bosco che viene evocato spesso dalla tua musica?
Tempo fa ci andavo molto più spesso, la mia meta preferita è la Sambuca Pistoiese! Ma anche Monte Morello, persino la Calvana che è una piccola collina. Ma addirittura Villa Montalvo, un parco dietro casa mia ha in un certo senso la “dimensione” del Bosco. Diciamo che sono abbastanza fortunato (il che è tutto un dire) a vivere a Campi Bisenzio, sono abbastanza circondato dal verde…
Per spiegarlo in modo molto riduttivo, il bosco nella mia musica è semplicemente il contesto e il luogo dove ho scelto di mettere i miei pensieri. Sicuramente mi rappresenta di più di qualsiasi altro luogo. Per restare in tema, ho sempre pensato che sarebbe fantastico fare un evento/concerto in un bosco. L’uomo ha smesso di viverlo probabilmente da quando ha iniziato ad attraversarlo solo in macchina, me compreso ultimamente..
Fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto ne L’Errante son rimasto rapito e incuriosito dalla maschera di volpe con cui sei solito esibirti. Ti andrebbe di raccontare da dove ti è venuta l’idea e cosa rappresenta per te la volpe?
Mi piace sempre dire che la maschera non nasconde l’identità ma la rivela! È il miglior modo per esprimere la mia identità. Diciamo che la maschera la indosso più per il pubblico che per me stesso: io so di essere una volpe cantastorie, ma se non avessi mai indossato una maschera sarebbe stato un po’ difficile o ripetitivo raccontarlo. Nei primi live tra uno spiegone e l’altro ne parlavo spesso. Ultimamente preferisco lasciarlo come cosa non detta: sono una volpe cantastorie punto. Perché? Perché no? Ahah
Più ascolto e mi immergo nella tua musica, più ne leggo i testi, e più mi sembra di trarne un sottotesto animista. Pensi che ci sia una componente animista nel tuo progetto e se si, che significato hanno per te questa parola e questa attitudine?
Assolutamente si, particolarmodo il Vento che è quasi un protagonista dei miei brani.. Ma anche la Luna, il Mare, il Sole, il Fuoco. Non per scadere nel new age spicciolo, ma tutti questi nomi, con parole diverse, sono presenti in tutto il globo e fanno la stessa identica cosa un po’ ovunque...
Sul lato prettamente musicale, è facile trovare nel tuo suono una chiara influenza dei Sangre de Muerdago. Che ruolo ha avuto il gruppo galiziano nel comporre e pensare la tua musica e quali altri artisti annoveri tra le tue fonti di ispirazione?
Oserei dire totale e aggiungerei che mi sento un po’ in colpa forse, non perché li imito ma perché i primi tentativi di scrittura sembravo la loro parodia più che un fan accanito… Appena li scoprii, sono praticamente andato fuori di testa. Il primo brano in assoluto fu Xordas. Anche Gianmaria Testa è un altro fondamentale punto di riferimento.
Nell’ultimo album “e Altri animali da palcoscenico” hai scelto di affrontare temi abbastanza profondi e intensi. Uno su tutti è quello della guerra nel brano Come di Incanto, in cui dai come una soluzione il tornare a relazionarsi con la terra da parte dell’essere umano. Ti andrebbe di approfondire questo rapporto tra il ritorno alla terra e la guerra?
Un mio sogno è probabilmente un ritorno alle origini, non so, tipo una rivoluzione ma di quelle che poi rimangono nel comportamento, nel tempo… Utopia forse? Ho scritto questo brano ormai anni fa e l’avrebbe potuto scrivere anche un altro cantastorie, lo stesso brano, 50 anni fa. Adoro la frase “Una canzone è folk se non sa di nuovo e non invecchia mai“.Forse, però, sarebbe bello se magari tra 50 anni questo brano verrà considerato qualcosa di veramente antico e anacronistico.. Spero di aver reso l’idea! *
Più in generale, dal punto di vista sociale, politico e personale, cosa ti ha ispirato nella scrittura dei testi? Che messaggi vorresti passare con le tue liriche e con i temi che affronti?
Introspezione e immedesimazione portata in tutti e tre i contesti! I miei brani non sono scritti per altre persone, ovvero, non li scrivo per “altri”. Ma di certo li scrivo per poi farli ascoltare. Per me chiudere un brano mi fa sentire come Archimede che urla per strada “Eureka”. E, spero, di portare la stessa meraviglia che ho avuto quando ho “perso tempo” a chiudere un brano in un sacco nell’esatto momento in cui lo riapro.
Grazie mille del tempo che dedicherai a queste domande. Questo spazio è tutto tuo per poter aggiungere qualsiasi cosa pensi sia importante e che non abbiamo affrontato.
Grazie a voi ragazzi, non vedo l’ora di suonare per voi! Un abbraccio felpato!
*una poesia scritta da L’Errante che accompagna la canzone Come di Incanto e che aggiungo volentieri:
“Vorrei che sparisse la poesia da questo mondo
Vorrei che sparissero i maestosi faggi che creano l’ombra per pararsi dal sole cocente d’estate
Vorrei sparissero i fiori e con loro le api e il vento, che permettono a loro di fare l’amore.
Senza legna e senza erbe, che sparisse anche il fuoco e che nessun falò venga mai più acceso
Vorrei sparisse la musica e con lei tutte le danze ballate intorno ad un fuoco, ormai inesistente
Vorrei sparissero gli astri, le stelle e i pianeti, che ci fosse solo buio e oscurità nelle nostre terre aride come il nostro spirito.
Vorrei sparissero i baci, ma non le parole, per poter ancora raccontare quanto era bello il mondo prima
Un anno fa, l’allora nascente collettivo Stinky Tribe riuscì nell’impresa di organizzare nel giro di una settimana una taz totalmente acustica in un boschetto di una sperduta località della provincia ovest di Milano. A distanza di un anno, quello stesso magico collettivo che si fa chiamare tribù che puzza, ha organizzato un’altra situazione folk punk e acustica a pochi metri di distanza da quel boschetto di frassini e robinie. Questa volta la cornice incantevole è stato l’Orto Naturale Comunitario, un orto abbandonato da un paio di anni e riabitato (occupato) dal marzo 2026 che è diventato sia luogo di socialità legato all’agricoltura naturale che a situazioni per sperimentare un modo radicalmente altro di fare comunità e stare insieme. Un orto comunitario chiuso nell’abbraccio di un canaletto e di un torrente, tra orrendi campi coltivati a monocultura, boschetti e un Lazzaretto seicentesco. Un orto comunitario abitato non solo da umani ma anche da altre tribù di animali non umani come ricci e aironi, rane e conigli. Un orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune autogestito lontano da concetti deleteri di proprietà privata, di gerarchia e di permessi burocratici tipici della nostra deleteria cultura dello Stato e del Capitale.
In questa cornice unica, Stinky Tribe ha avuto la folle e ardita idea di organizzare l’ultima data (di giovedì!) del tour dei Kraaklustig, collettivo anarcho folk proveniente dai Paesi Bassi in giro per l’Europa per raccogliere fondi a favore delle persone trans detenute in carcere. A supporto di questo grandioso gruppo di esseri umani, hanno suonato altrettante belle persone che rispondo al nome di Italo Goto, Lost Harvest Brigade e gli stupendi membri della tribù che puzza noti come Sally and the mystical Seafloor.
Prima della musica però c’è stato un momento di fondamentale importanza perché l’anarcho folk è anche e soprattutto politico. I Kraaklustig infatti hanno tenuto una chiacchierata sul tema delle persone trans in carcere, specialmente una loro cara amica conosciuta a Berlino per cui stanno raccogliendo fondi. La chiacchierata è iniziata in una maniera unica che ha rotto quel rischio di renderla un momento frontale e verticale; siamo infatti stati invitati dai Kraaklustig a cantare tutti insieme il ritornello di Immigration Van, canzone del duo anarcho folk inglese Ancient Hostility, un canto di resistenza che ci esorta ad usare la nostra voce dinanzi alle ingiustizie a cui assistiamo e che viviamo quotidianamente nel peggiore dei mondi possibili. La chiacchierata è stata per fortuna molto partecipata e attiva e sono stati tantissimi i contatti raccolti per supportare le persone trans in galera, da avvocati a reti di solidarietà transfemminista, passando per collettivi, spazi politici, ecovillaggi e molto altro.
Che dire della serata? Un concerto intimo, con una quarantina di persone giunte in provincia, in un luogo sconosciuto lontano dalla metropoli milanese, per supportare le band e il benefit, in un’atmosfera che definire magica sarebbe al contempo banale ma estremamente preciso e corretto. La serata si è aperta con il cantautorato esistenziale del menestrello Italo Goto, autore di canzoni uniche nel loro genere accompagnate solo dalla sua voce e la sua chitarra acustica. Uno stile personalissimo e sicuramente straniante, tanto nel suo modo di cantare che di suonare che rigetta la tecnica dell’arpeggio, ma che ha catturato l’interesse dei presenti tutti e tutte molto attenti. E poi ha anche suonato una cover di Patricia Ama il Cobra a Sette Teste dei Kalashnikov, cosa potevamo volere di più?
A seguire ci hanno pensato Aurora e Sasha in arte Sally and the mystical Seafloor a fare cantare e salire la presa bene, con il loro originalissimo modo di intendere e suonare il folk punk, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Washboard, kazoo, chitarra acustica e due voci, una più dolce e l’altra più grunge, per un set che ha fatto cantare i presenti in un clima veramente disteso, di gioia diffusa e di affetto per queste due belle personcine. E poi hanno anche fatto una cover di Celentano, cosa potevamo chiedere di più? C’è poco altro da aggiungere se non: “Smegma piscia, accipicchia!”
È arrivato poi il momento tanto atteso da tutti e tutte, quello dei Kraaklustig. L’atmosfera si è fatta immediatamente più seriosa e a tratti ritualistica, per accompagnare i 6 bardi olandesi e la loro formula anarcho folk che pesca tanto da sonorità doom quanto da quelle crust. Armati di violini, contrabbasso, bodhran, banjo, fisarmonica e chitarra acustica, i Kraaklustig hanno dato vita ad un set indimenticabile, tanto ipnotico quanto incantato. Accompagnati in sottofondo da un concerto di cicale, rane e assioli che abitano nei pressi dell’orto, la loro musica si è inserita perfettamente nel luogo come se ne facesse parte da sempre e fosse radicata lì tanto quanto una robinia o una cespica. La loro musica e le loro voci hanno evocato in maniera vivida un insieme di emozioni che spaziano dalla rabbia alla frustrazione, dalla speranza alla malinconia, riuscendo a rendere tangibile un senso comunitario di affrontare questi sentimenti e queste tensioni. Una musica che suona attuale e originale pur mantenendo un legame con l’attitudine antica della musica popolare, ovvero un attitudine di lotta, resistenza, autogestione e comunità. Per farvi capire la qualità della musica suonata dai Kraaklustig non posso che citando un amico anarchico ad un altro recente concerto folk punk: “mi ero dimenticato cosa significasse ascoltare qualcuno che sa davvero suonare e cantare.” Momento e atmosfera che sto facendo fatica a descrivervi a parole, ma può venirci in aiuto un messaggio che ho ricevuto durante il concerto: “sto ascoltando seduta sulla paglia, che magia!“. Che dire se non un grande grazie ai Kraaklustig?
Kraaklustig
A concludere questa serata incredibile e accompagnarci verso le meritate sacre nanne ci ha pensato la compagine bolognese meglio nota come Lost Harvest Brigade, venuti a suonare in formazione ridotta ma con un’attitudine e una voglia di fare parte della situazione da fare invidia a moltissimi. Presenti in versione trio, la brigata seppur dimezzata ha comunque offerto strimpellate originali e cover che hanno fatto la gioia di tutti e tutte, tra citazioni ai Blackbird Raum e altre canzoni a base di fisarmonica, banjo e washboard. I nostri tre menestrelli del cuore sarebbero potuti andare avanti ore accompagnati dall’oscurità della notte, dalla luce della luna e dalla compagnia delle cicale, se non fosse stato per le corde del banjo che han deciso di ammutinarsi e rompersi sul finale. Per fortuna una nobile anima della tribù che puzza aveva con sé il suo personale mini banjo che ha prontamente prestato ai Lost Harvest Brigade, permettendo loro di strimpellare ancora un paio di brani prima di spedirci tutti a letto.
Senza palco, suonando in piedi tra le persone sedute per terra sull’erba, quella di Folk nell’Orto è stata la quintessenza di cosa significa suonare musica folk: in maniera orizzontale, dalla gente per la gente tra la gente, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta è più labile di quanto si potrebbe pensare, in un contesto realmente comunitario, autogestito e solidale, legati alla Terra e immersi nella natura, fuori dai tentacoli delle metropoli e dalla sua distopia di cemento, lontani da una socialità mediata dal denaro, dal consumo e dal profitto. Con un po’ di romanticismo, quella sera ha preso forma ciò che da un po’ di tempo mi piace definire anarchia rurale, un concetto che forse prima o poi cercherò di spiegare meglio, ma che, sono sicuro, i e le presenti alla serata abbiano toccato con mano, visto con gli occhi e sentito nel cuore.
Viva sempre il folk e l’anarchia, viva l’Orto Naturale Comunitario ma soprattutto viva il collettivo Stinky Tribe!
Da marzo 2026, insieme ad alcune persone fidate e affini nel desiderare di mettere in pratica un’esistenza radicalmente altra rispetto a quella della civilizzazione capitalista, tecno-industriale ed ecocida, abbiamo occupato un orto abbandonato e abbiamo aperto un progetto di Orto Comunitario seguendo i principi dell’Agricoltura Naturale teorizzati da Fukuoka. In questo piccolo pezzo di terra tra torrenti e boschetti in una sperduta provincia di Milano, che stiamo provando a rigenerare ed inselvatichire, oltre che ad autogestire come luogo anche sociale e comunitario, stiamo praticando una vera e propria forma di resistenza verso una cultura della Terra basata sullo sfruttamento, sulla produttività, sul saccheggio delle risorse e sulla distruzione di tutto ciò che non è utile ai bisogni umani. Un’orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune slegato dai tentacoli dello Stato e della proprietà privata capitalista e che vorrebbe essere un rifugio per costruire un modo radicalmente diverso di essere e fare comunitàe di resistere al capitalismoe alla distruzione che porta con sè.
La musica e la cultura folk hanno un antico e profondo legame con i “commons” (i cosidetti beni comuni) poichè essi rappresentano qualcosa di accessibile a tutti e tutte e in netto contrasto con la proprietà privata di pochi a danno dei molti. Perchè sono orizzontali e autogestiti dalla comunità stessa senza padroni. Citando e modificando in parte uno dei quattro punti cardine di The Folk Union: “Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.
Per tutti questi motivi ho tradotto il testo “Commoning and Scarcity, a manifesto against capitalism” scritto nel 2013 dall’anarchico Peter Gelderloos. Alla volta di un presente radicalmente diverso, contro il capitalismo e per l’autogestione, coltiviamo comunità e smantelliamo le gerarchie!
I beni comuni rappresentano un mondo a sé stante rispetto al capitalismo. Sono una fonte di sostentamento condivisa dalle persone. Prima della diffusione del capitalismo, la maggior parte del pianeta era costituita da beni comuni. Le culture che consideravano i beni comuni come un dono della natura da trattare con rispetto tendevano ad avere i beni comuni più abbondanti e, di conseguenza, i minori problemi di sopravvivenza. Le culture che consideravano i beni comuni come proprietà o come una risorsa da sfruttare, in genere li esaurivano, provocando il proprio collasso o dovendo ricorrere alla guerra e alla conquista per sopravvivere. Alcune di queste culture avrebbero poi dato origine al capitalismo.
Il capitalismo teorizza e crea la scarsità. Il capitalismo ha prosperato distruggendo o privatizzando i beni comuni ovunque essi sorgessero. Finché le persone hanno accesso ai beni comuni, possono godere di una certa autosufficienza e non possono essere costrette a vendere la propria forza lavoro ai ricchi per sopravvivere. Per la gente comune, il capitalismo è un ricatto: lavorare o morire di fame. I beni comuni offrono un’altra opzione: l’autosufficienza attraverso la raccolta dei doni della natura. Poiché la base dei beni comuni è il dono spontaneo, le persone che vivono nei o dei beni comuni spesso ricreano l’economia del dono; condividendo, cooperando e aiutandosi a vicenda per raggiungere un elevato tenore di vita. Anche per questo motivo, i beni comuni sono nemici del capitalismo.
L’accumulazione primitiva — la privatizzazione della terra o l’appropriazione della ricchezza per alimentare gli investimenti, l’industria e, in una parola, il capitalismo — non è solo una fase iniziale del capitalismo, come teorizzato da Adam Smith o Karl Marx. La privatizzazione, il furto legalizzato, la schiavitù e l’imposizione della disciplina del lavoro sono attività costanti in ogni momento del capitalismo, dal XV al XXI secolo.
Allo stesso modo, i beni comuni non sono una realtà antica e superata, ma una possibilità sempre presente che irrompe ripetutamente nella nostra vita quotidiana, contraddicendo il mito della scarsità del capitalismo. Dopo che i terreni coltivabili furono privatizzati e recintati — in Europa dal XV al XVII secolo, in India e in altre colonie nel XVIII e XIX secolo, e in alcune parti dell’Africa oggi — foreste, boschi, paludi e pascoli divennero i principali beni comuni perché il capitalismo non era ancora in grado di sfruttare efficacemente quelle aree. In questi beni comuni, le persone raccoglievano frutti, noci, piante medicinali, combustibile e materiali da costruzione, pascolavano il bestiame, cacciavano e pescavano. Forse non riuscivano a procurarsi il pane quotidiano dalle foreste e dai pascoli, ma potevano soddisfare la maggior parte delle loro altre necessità.
Oggi, per funzionare, il capitalismo deve basarsi su una produzione di massa esagerata e imprecisa. Ciò genera un’enorme quantità di rifiuti che il capitalismo non è ancora in grado di sfruttare in modo efficace. Questi rifiuti costituiscono i nuovi beni comuni: milioni di persone in tutto il mondo rovistano tra i rifiuti per raccogliere cibo, vestiti, materiali da costruzione o oggetti che possono essere smontati e venduti per ricavarne denaro. Molte delle persone che vivono in questo modo sviluppano culture cooperative basate sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, relazionandosi attraverso la solidarietà piuttosto che attraverso rapporti commercializzati.
Anche le competenze, la cultura e la saggezza tradizionale costituiscono un bene comune. Rappresentano strumenti che aiutano le persone a relazionarsi con il proprio ambiente, a guadagnarsi da vivere e a migliorare la propria qualità di vita. In passato, questi strumenti erano condivisi all’interno della società. Da circa un secolo, il capitalismo sta cercando sempre più di privatizzare la conoscenza e la cultura. Molte persone si oppongono alla privatizzazione dei beni comuni intellettuali e culturali. Alcuni distruggono i campi di colture geneticamente modificate di proprietà di aziende che cercano di brevettare la vita stessa; alcune comunità indigene tengono lontani antropologi, biologi e altri ricercatori che tentano di catalogare e brevettare la loro musica tradizionale, la medicina popolare o i semi autoctoni; altre persone condividono la propria musica e la propria arte attraverso licenze “Creative Commons” anziché tramite i diritti d’autore.
Mentre i pirati originari liberavano beni che erano stati sfruttati nel massiccio processo di accumulazione primitiva noto come colonialismo (liberando schiavi, rubando oro e argento estratti con il lavoro degli schiavi, impadronendosi di rum e zucchero provenienti dalle piantagioni), una delle principali forme di pirateria moderna è la liberazione della cosiddetta proprietà intellettuale (come film e musica) utilizzando nuovi strumenti su Internet.
La scarsità su cui si basa il capitalismo non nasce mai in modo naturale. A volte è il risultato delle scelte sbagliate di una società, che distrugge il proprio suolo, pratica la pesca o la caccia eccessiva, senza bilanciare la propria popolazione. Spesso la scarsità è imposta direttamente e intenzionalmente dallo Stato. Durante la carestia delle patate in Irlanda, il Paese fu costretto dall’occupazione militare britannica a produrre cibo destinato all’esportazione. La Grande Carestia in Ucraina fu causata dal governo sovietico, che modificò con la forza il tradizionale modo di fare agricoltura. Il governo statunitense sterminò le mandrie di bisonti apparentemente infinite affinché i Lakota e i Cheyenne delle Grandi Pianure (che avevano sconfitto gli Stati Uniti in una guerra importante) perdessero la loro fonte di cibo. I governi di tutto il mondo non si sono fermati davanti a nulla, uccidendo milioni di persone, al fine di rendere impossibile l’autosufficienza. Se riusciamo a provvedere a noi stessi, non abbiamo bisogno del governo, né di lavorare per i ricchi che il governo protegge.
Una funzione legata a ciò dello Stato è quella di distruggere i beni comuni ovunque essi sorgano. I primi codici giuridici moderni in Europa servirono a criminalizzare l’uso tradizionale dei beni comuni. Una delle principali applicazioni della pena di morte nell’Inghilterra del XVIII secolo era quella di punire la caccia, la raccolta di prodotti selvatici e altri usi tradizionali delle foreste che in precedenza erano legali e che erano persino protetti dalla Magna Carta. Oggi, la Banca Mondiale e il FMI costringono i paesi debitori a modificare le proprie leggi e a criminalizzare gli usi tradizionali dei beni comuni, consentendone la privatizzazione da parte delle multinazionali. Nel 1994, l’accordo NAFTA con gli Stati Uniti e il Canada ha costretto il Messico a modificare la propria Costituzione e a rimuovere la tutela della proprietà fondiaria comunitaria. Un altro importante punto di collaborazione tra i governi mondiali riguarda la repressione della pirateria o della condivisione dei beni comuni creativi, la cosiddetta proprietà intellettuale. Più in generale, gli Stati Uniti e altri governi di spicco vogliono domare completamente Internet affinché non sia più uno spazio di condivisione e anonimato — un bene comune — ma piuttosto uno spazio commercializzato, facilmente controllabile dalla polizia e sfruttabile dalle multinazionali. Questo è simile a come le foreste e le paludi furono disboscate e bonificate contemporaneamente per ragioni economiche e militari. A causa della loro opacità e dei vantaggi difensivi che offrivano, questi spazi erano inaccessibili allo sviluppo commerciale ed erano anche il luogo in cui spesso si nascondevano ribelli, banditi e rivoluzionari.
In genere, lo Stato sostiene di proteggerci quando distrugge i beni comuni o disbosca le aree selvagge, che spesso sono gli unici spazi in cui possiamo ancora essere liberi. Nel 2008, un naufragio al largo delle coste inglesi ha portato a riva migliaia di tonnellate di travi di legno. Il legno non poteva più essere venduto ai principali acquirenti, poiché presentava macchie di acqua di mare, ma era comunque perfettamente utilizzabile come combustibile o per l’edilizia. Il naufragio aveva dato vita a un nuovo bene comune e in breve tempo la gente si recò sul posto per raccogliere il legno. Il governo intervenne immediatamente e proibì la raccolta del legno, invocando lo stato di emergenza nazionale. La loro motivazione? Si rischiava di procurarsi schegge, quindi raccogliere il legno era pericoloso.
Per quanto riguarda la diffusione del fenomeno del “commons” dei rifiuti, diversi governi in tutto il mondo stanno lavorando per criminalizzarlo e reprimerlo. Negli Stati Uniti, diverse città hanno arrestato persone per aver condiviso cibo recuperato gratuitamente dalle discariche. In Spagna, dove tradizionalmente i panettieri regalano le pagnotte invendute a fine giornata, le catene di panetterie hanno iniziato a contare tutte le loro pagnotte, restituendo e distruggendo (o vendendo al bestiame e ad altre industrie) ogni pagnotta che non è stata pagata. In molte città dei Paesi Bassi, i nuovi contenitori per i rifiuti conservano i rifiuti sottoterra, rendendone impossibile l’accesso. Ancora una volta, preferiscono che le persone muoiano di fame piuttosto che possano procurarsi qualcosa gratuitamente.
Con gli orti urbani e la piantumazione di alberi da frutto e da noci, molte città potrebbero avvicinarsi all’autosufficienza alimentare. Lo scienziato anarchico Kropotkin scrisse di questa possibilità emergente un secolo fa, prendendo Parigi come modello, ma da allora i governi e gli urbanisti si sono assicurati di impedire la nascita di questi nuovi beni comuni. A volte, gli orti urbani vengono sgomberati e rasi al suolo, come a Los Angeles. In generale, le città evitano di piantare piante commestibili negli spazi verdi urbani. Atene o Barcellona, ad esempio, sono abbellite da migliaia di aranci, ma la varietà che le amministrazioni comunali scelgono di piantare produce solo un tipo di arancia non commestibile.
Un’eccezione degna di nota a questa regola si riscontra a Seattle. Durante diversi mesi dell’estate, è possibile raccogliere una varietà di frutti e bacche commestibili e deliziosi dagli alberi e dai cespugli che crescono in città. Tuttavia, la maggior parte delle persone ha perso le competenze e le conoscenze tradizionali necessarie per svolgere questo semplice compito, o addirittura per rendersi conto che il cibo proviene dalla terra e non dal supermercato. Le persone sono così alienate che la maggior parte dei frutti e delle bacche va sprecata.
Questo triste fatto dimostra il legame tra conoscenza e materia. I beni comuni intellettuali o culturali e i beni comuni della terra o delle risorse sono indissolubilmente legati. Se lo Stato può appropriarsi della terra, inevitabilmente scomparirà anche il sapere necessario per vivere di essa. Se lo Stato riesce ad allontanare le persone dalle loro conoscenze tradizionali, queste non sapranno come utilizzare i beni comuni della terra o delle risorse, anche se si trovano proprio a due passi da loro.
Un altro fatto interessante riguardo alle città è che il cibo coltivato al loro interno risulterà contaminato dall’inquinamento automobilistico. Per questo motivo si potrebbe facilmente sostenere che coltivare cibo nelle città non sia comunque l’idea migliore. Ma non esiste alcun legame naturale tra città e automobili. Infatti, le città funzionano in modo molto più efficiente senza traffico automobilistico, utilizzando invece i mezzi pubblici e le biciclette.
Ma concentrarsi sull’efficienza trascura il fatto, storicamente rilevante, che lo Stato preferisce sovvenzionare e implementare quelle tecnologie che favoriscono la dipendenza, erodono i beni comuni e creano nuove opportunità per una gestione professionalizzata (in particolare all’interno di un paradigma di sicurezza o protezione). I treni creano nuovi spazi comuni e possono essere auto-organizzati dai loro operatori. Il traffico automobilistico, al contrario, è talmente atomizzato da richiedere l’intervento dello Stato per essere indirizzato e organizzato. Crea nuovi pericoli dai quali lo Stato deve proteggere i propri cittadini, con un numero assurdamente elevato di vittime della strada anche nelle società in cui i governi gestiscono efficacemente il traffico automobilistico. Non da ultimo, crea la possibilità — per la prima volta nella storia — di una folla di migliaia di persone che si trovano fianco a fianco, quando sono bloccate nel traffico, ma totalmente isolate le une dalle altre e prive di possibilità immanenti di azione collettiva.
In sintesi, i beni comuni occupano un posto centrale nella lotta contro il capitalismo. I beni comuni possono essere costituiti da terra, natura selvaggia, competenze ed esperienze, beni recuperati o spazi pubblici. Non esistono solo nelle società periferiche che possono ancora definirsi tradizionali; i beni comuni sono una possibilità sempre presente in ogni aspetto dell’esistenza umana, dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati.
I beni comuni sono sia una struttura che una pratica. Il comunitarismo è una delle forme di azione più diffuse e sovversive contro il capitalismo. Non è appannaggio dei rivoluzionari di professione, ma un’attività intrapresa istintivamente da persone in tutto il mondo.
Poiché il comunitarismo è istintivo, il comunismo è una frode. Il tentativo di astrarre i beni comuni o di mediare la pratica del comunitarismo attraverso un’ideologia, la strappa dalle condizioni uniche della vita quotidiana che le danno respiro e sostanza. I beni comuni si ricostituiranno in una forma diversa in ogni parte del mondo, per mano di quelle persone che sono più vicine alla materia e alla memoria disponibili, che possono essere trasformate nella base per la sopravvivenza collettiva. Il comunitarismo è il compito di coloro che entreranno a far parte di ogni nuovo bene comune.
Il capitalismo ha creato le classi, e queste classi non distruggeranno il capitalismo. Partendo dalla struttura delle caste feudali, coloro che potevano esercitare un vantaggio militare ed economico si sono costituiti come classe proprietaria e hanno imposto con la forza il proletariato come coloro che possedevano solo la propria forza lavoro e la propria capacità di riprodursi. Lo stesso rapporto di proprietà che ha recintato i beni comuni ha costretto coloro che non potevano opporsi a queste recinzioni a diventare la classe operaia. La società di classe e il capitale saranno aboliti da coloro che acquisiranno la forza di vedersi in relazione ai beni comuni e non in relazione alla proprietà.
Il nemico che disperde costantemente questa forza e calpesta i beni comuni ovunque essi sorgano è lo Stato. La nostra lotta deve mirare alla distruzione dello Stato, per aprire nuovi spazi in cui i beni comuni possano prosperare. La creazione di beni comuni non è di per sé proprietà di alcun partito o teoria, ma è il potenziale condiviso che rende possibile qualsiasi comunicazione. L’anarchia è un prerequisito per i beni comuni. Più forte è lo Stato, più ristretto è il margine entro cui possono sorgere nuovi beni comuni. E più abbondanti sono i nostri beni comuni, più forti e duraturi saranno i nostri attacchi contro lo Stato. Che lo Stato venga distrutto dagli anarchici non ha importanza, tranne che per quegli anarchici che condividono con i comunisti l’esigenza di elaborare il piano che verrà imposto al nuovo mondo.
Ciò che conta è che i nostri sogni mettano nuovamente radici nei beni comuni, che le nostre teorie prendano di mira lo Stato e che le nostre lotte creino nuovi beni comuni e rivitalizzino quelli vecchi.
traduzione dall’originale in lingua inglese scritto da Comrade Black e apparso nel 2014 su Profane Existence
Questo testo mi accompagna da una decina d’anni, dalla prima volta in cui mi ci sono imbattuto e da allora mi porta a riflettere. Visto che nel movimento musicale e culturale folk (nel senso più ampio del termine) la fascinazione e il legame con religioni e spiritualità pagane pre-monoteistiche è ampiamente diffuso e visto che Di Muschio e Pietra è animato da una profonda tensione ecologista radicale, trovo che sia importante tradurre questo testo e pubblicarlo qui. Perchè mentre facciamo esperienza quotidiana dell’ecocidio, la soluzione non è da ricercare in qualche divinità pagana ma nel tornare a relazionarci alla Terra e a tutti i suoi abitanti umani, non umani, vegetali e minerali con cui siamo interconnessi. Per la liberazione della Terra, arrampichiamoci su un cazzo di albero invece di scegliere l’ennesima divinità a cui inginocchiarci. Tocchiamo l’umido muschio e la fredda pietra, non onoriamo antichi dei.
Sempre più persone hanno iniziato a rifiutare il cristianesimo, l’islam e altre religioni monoteistiche, orientandosi invece verso quelle che sono considerate forme di spiritualità più antiche e legate alla terra.
Nel frattempo viviamo in una società in cui il 90% delle foreste secolari è stato abbattuto, mentre il mondo che ci circonda diventa sempre più artificiale, inquinato e urbanizzato. In risposta a ciò si è registrato un crescente interesse per le religioni politeiste europee come alternativa alle gerarchie della Chiesa con i suoi concetti gnostici astratti.
Tuttavia, queste religioni politeiste sono spesso altrettanto problematiche quanto ciò che viene rifiutato. C’è stato un forte revisionismo, che presenta molte di queste religioni patriarcali – in cui dominano divinità maschili bellicose – come se fossero tutt’altro: le dee vengono ora descritte come se i primi praticanti fossero stati matriarcali e le divinità maschili fossero solo personaggi secondari. Viene inoltre ignorato l’eterosessismo intrinseco di queste religioni, in cui spesso le dee femminili sono tutte legate alla fertilità.
Il problema più grave, però, è più profondo. In un post che ho appena letto sull’Asatru (il culto di Odino), l’autore sottolinea che queste «antiche» religioni si sono sviluppate «dall’Età del Ferro fino all’epoca vichinga – ovvero, da alcuni secoli prima di Cristo fino all’incirca all’800-1200 d.C.» (Riconosco i problemi legati all’uso di queste fasi antropologiche come indicatori di «progresso»). Questo è proprio il punto che volevo sottolineare. Le antiche religioni politeiste europee erano comunque religioni che si svilupparono durante un periodo di violente conquiste, prime colonizzazioni, guerre, e molto tempo dopo l’avvento dell’agricoltura, quando le persone avevano iniziato a dominare la terra e a condurre uno stile di vita sedentario piuttosto che nomade o seminomade, basato sulle relazioni e sull’ecologia. Definire quindi queste religioni politeiste «basate sulla natura» è come definire il cristianesimo, nel suo contesto attuale, «basato sui valori della comunità».
La realtà è che, prima che esistessero religioni politeiste che veneravano divinità simboliche del raccolto, della guerra, della fertilità o della morte, esisteva una religione non teistica più antica, radicata nel territorio. Se vuoi venerare la natura, non hai bisogno di una ruota solare, di un pentacolo o di una dea per farlo: esci e arrampicati su un cazzo di albero, siediti tra i suoi rami, impara l’ecologia, ascolta il vento che fa frusciare le foglie tra i rami, osserva gli scoiattoli, spogliati e nuota nel fiume mentre il sole tramonta. Poi fai tutto il necessario per fermare quei bastardi che vogliono abbattere quell’albero perché vedono solo dollari. Non hai bisogno di un dio o di una dea europei che ti dicano che la vita è sacra.
Meno di una settimana fa ero all’oscuro rispetto a questo progetto e questo album, poi sono entrato in Villa Occupata a Milano e qualcosa di magico è successo. Nella cornice del compleanno della Villa, nella zona dedicata ai concerti acustici dove hanno suonato quelle bellissime persone di Sally and the Mystical Seafloor, mi imbatto in questo crust punx mai visto prima. Ci scambio due chiacchiere e scopro che arriva dalla Finlandia e che pochi giorni prima aveva conosciuto alcune persone della Villa. Mentre continuiamo a parlare mi racconta che vorrebbe suonare anche lui qualcosa di suo, così tra un cambio palco e l’altro nella zona dove hanno suonato le band, prende accordi con gli altri musicanti e facendosi prestare la chitarra acustica inizia a strimpellare e cantare. Il nome del suo progetto solista è Vihanto e ha pubblicato giusto sei mesi fa un album dal titolo Mostly Rain Clouds. Un album che nasce dalla sofferenza, dalla depressione, dalle angoscie della vita che vengono tradotte in una musica sofferente ma che lascia trasparire una flebile luce in fondo al tunnel; una musica che affonda le radici in un cantautorato esistenziale e intimo, tra richiami folk, vaghi accenni country e la crudezza istintiva e decadente del grunge.
Un album profondamente intimo e personale che, ci racconta l’ultimo anno della vita di Roni (questo il nome del nostro caro crust punx finnico), un anno caratterizzato da svariate difficoltà e come l’ha definito lui stesso “l’anno del lutto, del cuore spezzato e della morte”. Le dodici canzoni sono come delle tappe di un percorso in cui veniamo guidati dalla voce e dalla chitarra acustica, e in ogni tappa ci troviamo faccia a faccia con la tristezza, la depressione, l’ ansia e altre emozioni difficile e intense vissute da Roni e che ci colpiscono come un pugno nello stomaco rendendoci solidali e partecipi al suo dolore; ma questo album non è solo una discesa nell’abisso del malessere umano, poichè tappa dopo tappa ci sembra sempre più chiaro di star accompagnando Roni nel suo percorso verso la guarigione, verso il ritrovamento di un senso e di una speranza in questa condanna a cui abbiamo dato il nome di vita. Inutile che vi stia qui a evidenziare questa o quell’altra canzone, perchè proprio come un lungo e difficoltoso viaggio verso la rinascita, ogni passo ha una sua importanza e non può essere raccontato senza tenere conto di quello precedente e di quello successivo. La voce di Roni è sofferta e decadente, la chitarra dipinge atmosfere malinconiche e nel suo insieme la musica ha quel sapore delle giornate di pioggia passate a letto a fissare il soffitto senza obiettivi.
Un album che nasce da un bisogno viscerale di fare i conti con il malessere e le difficoltà, con il buio interiore ed esteriore, con i colpi che la vita ci infligge senza preavviso. Per questi motivi siamo al cospetto di un album semplice nella forma e nella struttura compositiva, quanto complesso e intenso dal punto di vista emotivo e personale. Siamo invitati a fare compagnia a Vihanto e abbiamo il privilegio di poter ascoltare il suo dolore tradotto in musica, in un’esperienza profondamente intima e melancolica in cui possiamo solamente lasciarci sprofondare senza aggiungere parole che sarebbero superflue. Una piacevole scoperta, tanto umana quanto musicale.
Stinky Tribe ritorna con un nuovo raduno di creature magiche, strambi personaggi e animaletti del sottobosco, pronti a sopravvivere tutti insieme a questa ennesima estate terribile a colpi di folk punk e anarcho folk! Strimpellate acustiche nell’orto con:
Kraaklustig, collettivo anarcho doom folk in tour dall’Olanda Sally and the mystical seafloor, sappy sottobosco folk punk duo che farà il release party del loro nuovo album! Lost Harvest Brigade, sgangherato gruppo folk punk da Bologna Italo Goto, poesie esistenziali solo voce e chitarra
Dove? all’Orto Naturale Comunitario, nel parco del Lazzaretto di Lainate (Milano) Quando? Giovedì 23 luglio, concerti a partire dalle 19.
Alle 18 si inizierà con una chiacchierata collettiva sui e sulle prigioniere trans perché i Kraaklustig sono in tour per raccogliere fondi a sostegno delle loro spese legali.
Cibo e beveraggio bellavita, porta quello che vorresti trovare e condividilo. Post serata jam acustica, porta il tuo strumento e suoniamo insieme!
Maggiori info sul luogo, parcheggi, entrate del parco sul canale telegram Stinky Tribe.
Rispetta l’orto e i suoi abitanti, umani e non umani e portati via la spazzatura!