Bleater – Winter (2025)

Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.

Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.

Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.

I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?

“Siamo erranti senza meta in questo viaggio mai chiesto” – Intervista con L’Errante

Non e’ difficile rimanere affascinati e rapiti quando ci si imbatte nel progetto L’Errante, sia per la dimensione magica ed evocativa della sua musica e la bellezza dei suoi testi, che per l’intrigante scelta di esibirsi con una maschera di volpe. Ed è infatti quello che mi è successo la prima volta che ho ascoltato la sua demo Racconti del Vento (datata 2018) non molti mesi fa. Per fortuna, poco tempo dopo averlo scoperto, è stato pubblicato il nuovo album intitolato E altri animali da palcoscenico, un disco di musica folk capace di evocare un’atmosfera sognante, selvatica e boschiva, animato da uno spessore lirico difficile da trovare altrove. Tra dimensione onirica, rapporto con la Natura, animismo e tanto altro ho avuto il piacere di chiacchierare con L’Errante. Buona lettura!

Ciao! Che bello poterti ospitare sulle pagine di Di Muschio e Pietra. Ti andrebbe di raccontarci un po’ la genesi del progetto, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare musica e soprattutto che significato si cela dietro il nome L’Errante?

Ciao! È una bellezza reciproca! Diciamo che è importante specificare “questo” tipo di musica, prima suonavo tutt’altro genere, tra urla e distorsioni. L’Errante nasce dall’esigenza di smettere di urlare la rabbia e il dolore ad un microfono.. Quindi ho deciso di raccontarla. Il termine Errante è nato in concomitanza con il brano Erranti, il brano sui sogni lucidi.. In passato per me indicava “colui che vaga tra i mondi“, il nostro mondo e quello onirico per esempio. Ma non basta, la prima frase di quel brano più o meno lo racconta : “Siamo erranti senza meta, in questo viaggio mai chiesto... Siamo tutti qui a condividere tutti questa esperienza di vita, di “viaggio”.. Basta far caso a chi arriva e chi se ne va per sentirsi un po’ tutti “di passaggio”. Poi vabbè.. Se Don Chichiotte è il cavaliere Errante vuol dire che io sarò il cantastorie Errante.

Il progetto è nato come solista ma nell’ultimo album hai una nuova compagna di avventura, Sara, impegnata al flauto e alle voci. Come vi siete conosciuti, com’è nata l’idea di collaborare e cosa pensi abbia apportato alla musica la sua presenza?

Ahah.. Rido molto! Il progetto nasce come solista ma ho avuto modo di condividere la sala con tante persone. Con Sara c’è un’ottima sintonia sia musicale che di amicizia. Sopportare me ed il mio genere non è una via affatto semplice. 

Questo progetto musicale racconta segreti e i misteri della natura e della magia.” Ti andrebbe di ampliare questo splendido concetto e raccontarci a cosa fai riferimento quando parli di misteri e segreti legati alla Natura? Che ruolo svolge la dimensione onirica nella tua visione musicale e concettuale?

Quella frase l’ho scritta proprio agli albori.. Manca un dettaglio fondamentale che ho iniziato ad aggiungere ultimamente per essere ancora più preciso: racconta segreti e i misteri della natura e della magia – del quotidiano -. Per me è fondamentale scovare lo “schema” nelle cose di tutti i giorni, studiarlo, rielabolarlo e racchiuderlo in un brano. Per esempio in “Profumo di bosco” racconto dell’invisibilità del vento. Ciò non vuol dire che il vento non esista, semplicemente che ne si può vedere solamente l’effetto che fa. Un po’ come l’amore, la malinconia, la rabbia, il dolore… Anche una canzone è invisibile… Ad occhio nudo, per essere puntigliosi. 

La dimensione onirica è molto importante per me. Per quanto abbia momentaneamente rinunciato ad indurre sogni lucidi, ho sempre prestato molta attenzione ai sogni. Non mi interessa particolarmente cercarne il significato. Poi certo, offrono un sacco di informazioni profonde e nascoste su di noi.. Ma dei miei sogni mi piace ricordarmi i piccoli dettagli e soprattutto come mi hanno fatto sentire.

La tua musica e i tuoi testi hanno una profonda devozione verso la Natura e la Terra in tutte le sue incarnazioni (animali non umani, elementi vegetali, stagioni e paesaggi). Da cosa nasce questa tensione e questo amore per la Natura? Pensi si possa definire la tua musica come animata da un sentimento ecologista?

La natura ha un enorme fascino su di me! Ho consumato i libri di Stefano Mancuso.. C’è anche un piccolo video su YouTube che mi piace tantissimo, si chiama “È vero che le piante sono intelligenti?” che spiega sicuramente tutto molto meglio di me… 

Ma vorrei aggiungere che, per quanto azzardata sia questa opinione, anche noi siamo la natura, probabilmente lo è anche il nostro inquinamento. Dico nostro perché si, in un certo senso i miei brani sono animati da questo sentimento, ma sono il primo ad usare la macchina per spostarmi. Diciamo che c’è la voglia di lasciare un messaggio più che lanciarlo.. Ultimamente ho iniziato ad avere addirittura una leggera eco-ansia per i disastri ambientali arrivati addirittura qui nel Mediterraneo. Se oggi voglio fare qualcosa, allora il mio qualcosa è scriverlo in una canzone.. Non possiamo tutti salvare il mondo nello stesso modo.

Che rapporto hai con un luogo come il bosco che viene evocato spesso dalla tua musica? 

Tempo fa ci andavo molto più spesso, la mia meta preferita è la Sambuca Pistoiese! Ma anche Monte Morello, persino la Calvana che è una piccola collina. Ma addirittura Villa Montalvo, un parco dietro casa mia ha in un certo senso la “dimensione” del Bosco. Diciamo che sono abbastanza fortunato (il che è tutto un dire) a vivere a Campi Bisenzio, sono abbastanza circondato dal verde… 

Per spiegarlo in modo molto riduttivo, il bosco nella mia musica è semplicemente il contesto e il luogo dove ho scelto di mettere i miei pensieri. Sicuramente mi rappresenta di più di qualsiasi altro luogo. Per restare in tema, ho sempre pensato che sarebbe fantastico fare un evento/concerto in un bosco. L’uomo ha smesso di viverlo probabilmente da quando ha iniziato ad attraversarlo solo in macchina, me compreso ultimamente..

Fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto ne L’Errante son rimasto rapito e incuriosito dalla maschera di volpe con cui sei solito esibirti. Ti andrebbe di raccontare da dove ti è venuta l’idea e cosa rappresenta per te la volpe?

Mi piace sempre dire che la maschera non nasconde l’identità ma la rivela! È il miglior modo per esprimere la mia identità. Diciamo che la maschera la indosso più per il pubblico che per me stesso: io so di essere una volpe cantastorie, ma se non avessi mai indossato una maschera sarebbe stato un po’ difficile o ripetitivo raccontarlo. Nei primi live tra uno spiegone e l’altro ne parlavo spesso. Ultimamente preferisco lasciarlo come cosa non detta: sono una volpe cantastorie punto. Perché? Perché no? Ahah

Più ascolto e mi immergo nella tua musica, più ne leggo i testi, e più mi sembra di trarne un sottotesto animista. Pensi che ci sia una componente animista nel tuo progetto e se si, che significato hanno per te questa parola e questa attitudine?

Assolutamente si, particolarmodo il Vento che è quasi un protagonista dei miei brani.. Ma anche la Luna, il Mare, il Sole, il Fuoco. Non per scadere nel new age spicciolo, ma tutti questi nomi, con parole diverse, sono presenti in tutto il globo e fanno la stessa identica cosa un po’ ovunque...

Sul lato prettamente musicale, è facile trovare nel tuo suono una chiara influenza dei Sangre de Muerdago. Che ruolo ha avuto il gruppo galiziano nel comporre e pensare la tua musica e quali altri artisti annoveri tra le tue fonti di ispirazione?

Oserei dire totale e aggiungerei che mi sento un po’ in colpa forse, non perché li imito ma perché i primi tentativi di scrittura sembravo la loro parodia più che un fan accanito… Appena li scoprii, sono praticamente andato fuori di testa. Il primo brano in assoluto fu Xordas. Anche Gianmaria Testa è un altro fondamentale punto di riferimento.

Nell’ultimo album “e Altri animali da palcoscenico” hai scelto di affrontare temi abbastanza profondi e intensi. Uno su tutti è quello della guerra nel brano Come di Incanto, in cui dai come una soluzione il tornare a relazionarsi con la terra da parte dell’essere umano. Ti andrebbe di approfondire questo rapporto tra il ritorno alla terra e la guerra? 

Un mio sogno è probabilmente un ritorno alle origini, non so, tipo una rivoluzione ma di quelle che poi rimangono nel comportamento, nel tempo… Utopia forse? Ho scritto questo brano ormai anni fa e l’avrebbe potuto scrivere anche un altro cantastorie, lo stesso brano, 50 anni fa. Adoro la frase “Una canzone è folk se non sa di nuovo e non invecchia mai“. Forse, però, sarebbe bello se magari tra 50 anni questo brano verrà considerato qualcosa di veramente antico e anacronistico.. Spero di aver reso l’idea! *

Più in generale, dal punto di vista sociale, politico e personale, cosa ti ha ispirato nella scrittura dei testi? Che messaggi vorresti passare con le tue liriche e con i temi che affronti?

Introspezione e immedesimazione portata in tutti e tre i contesti! I miei brani non sono scritti per altre persone, ovvero, non li scrivo per “altri”. Ma di certo li scrivo per poi farli ascoltare. Per me chiudere un brano mi fa sentire come Archimede che urla per strada “Eureka”. E, spero, di portare la stessa meraviglia che ho avuto quando ho “perso tempo” a chiudere un brano in un sacco nell’esatto momento in cui lo riapro.

Grazie mille del tempo che dedicherai a queste domande. Questo spazio è tutto tuo per poter aggiungere qualsiasi cosa pensi sia importante e che non abbiamo affrontato. 

Grazie a voi ragazzi, non vedo l’ora di suonare per voi! Un abbraccio felpato! 

*una poesia scritta da L’Errante che accompagna la canzone Come di Incanto e che aggiungo volentieri:

“Vorrei che sparisse la poesia da questo mondo

Vorrei che sparissero i maestosi faggi che creano l’ombra per pararsi dal sole cocente d’estate

Vorrei sparissero i fiori e con loro le api e il vento, che permettono a loro di fare l’amore. 

Senza legna e senza erbe, che sparisse anche il fuoco e che nessun falò venga mai più acceso 

Vorrei sparisse la musica e con lei tutte le danze ballate intorno ad un fuoco, ormai inesistente 

Vorrei sparissero gli astri, le stelle e i pianeti, che ci fosse solo buio e oscurità nelle nostre terre aride come il nostro spirito. 

Vorrei sparissero i baci, ma non le parole, per poter ancora raccontare quanto era bello il mondo prima

Quando esisteva la magia.”

“Sing as loud as you can”, cronache da Folk nell’Orto!

Un anno fa, l’allora nascente collettivo Stinky Tribe riuscì nell’impresa di organizzare nel giro di una settimana una taz totalmente acustica in un boschetto di una sperduta località della provincia ovest di Milano. A distanza di un anno, quello stesso magico collettivo che si fa chiamare tribù che puzza, ha organizzato un’altra situazione folk punk e acustica a pochi metri di distanza da quel boschetto di frassini e robinie. Questa volta la cornice incantevole è stato l’Orto Naturale Comunitario, un orto abbandonato da un paio di anni e riabitato (occupato) dal marzo 2026 che è diventato sia luogo di socialità legato all’agricoltura naturale che a situazioni per sperimentare un modo radicalmente altro di fare comunità e stare insieme. Un orto comunitario chiuso nell’abbraccio di un canaletto e di un torrente, tra orrendi campi coltivati a monocultura, boschetti e un Lazzaretto seicentesco. Un orto comunitario abitato non solo da umani ma anche da altre tribù di animali non umani come ricci e aironi, rane e conigli. Un orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune autogestito lontano da concetti deleteri di proprietà privata, di gerarchia e di permessi burocratici tipici della nostra deleteria cultura dello Stato e del Capitale.

In questa cornice unica, Stinky Tribe ha avuto la folle e ardita idea di organizzare l’ultima data (di giovedì!) del tour dei Kraaklustig, collettivo anarcho folk proveniente dai Paesi Bassi in giro per l’Europa per raccogliere fondi a favore delle persone trans detenute in carcere. A supporto di questo grandioso gruppo di esseri umani, hanno suonato altrettante belle persone che rispondo al nome di Italo Goto, Lost Harvest Brigade e gli stupendi membri della tribù che puzza noti come Sally and the mystical Seafloor.

Prima della musica però c’è stato un momento di fondamentale importanza perché l’anarcho folk è anche e soprattutto politico. I Kraaklustig infatti hanno tenuto una chiacchierata sul tema delle persone trans in carcere, specialmente una loro cara amica conosciuta a Berlino per cui stanno raccogliendo fondi. La chiacchierata è iniziata in una maniera unica che ha rotto quel rischio di renderla un momento frontale e verticale; siamo infatti stati invitati dai Kraaklustig a cantare tutti insieme il ritornello di Immigration Van, canzone del duo anarcho folk inglese Ancient Hostility, un canto di resistenza che ci esorta ad usare la nostra voce dinanzi alle ingiustizie a cui assistiamo e che viviamo quotidianamente nel peggiore dei mondi possibili. La chiacchierata è stata per fortuna molto partecipata e attiva e sono stati tantissimi i contatti raccolti per supportare le persone trans in galera, da avvocati a reti di solidarietà transfemminista, passando per collettivi, spazi politici, ecovillaggi e molto altro.

Che dire della serata? Un concerto intimo, con una quarantina di persone giunte in provincia, in un luogo sconosciuto lontano dalla metropoli milanese, per supportare le band e il benefit, in un’atmosfera che definire magica sarebbe al contempo banale ma estremamente preciso e corretto. La serata si è aperta con il cantautorato esistenziale del menestrello Italo Goto, autore di canzoni uniche nel loro genere accompagnate solo dalla sua voce e la sua chitarra acustica. Uno stile personalissimo e sicuramente straniante, tanto nel suo modo di cantare che di suonare che rigetta la tecnica dell’arpeggio, ma che ha catturato l’interesse dei presenti tutti e tutte molto attenti. E poi ha anche suonato una cover di Patricia Ama il Cobra a Sette Teste dei Kalashnikov, cosa potevamo volere di più?

A seguire ci hanno pensato Aurora e Sasha in arte Sally and the mystical Seafloor a fare cantare e salire la presa bene, con il loro originalissimo modo di intendere e suonare il folk punk, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Washboard, kazoo, chitarra acustica e due voci, una più dolce e l’altra più grunge, per un set che ha fatto cantare i presenti in un clima veramente disteso, di gioia diffusa e di affetto per queste due belle personcine. E poi hanno anche fatto una cover di Celentano, cosa potevamo chiedere di più? C’è poco altro da aggiungere se non: “Smegma piscia, accipicchia!”

È arrivato poi il momento tanto atteso da tutti e tutte, quello dei Kraaklustig. L’atmosfera si è fatta immediatamente più seriosa e a tratti ritualistica, per accompagnare i 6 bardi olandesi e la loro formula anarcho folk che pesca tanto da sonorità doom quanto da quelle crust. Armati di violini, contrabbasso, bodhran, banjo, fisarmonica e chitarra acustica, i Kraaklustig hanno dato vita ad un set indimenticabile, tanto ipnotico quanto incantato. Accompagnati in sottofondo da un concerto di cicale, rane e assioli che abitano nei pressi dell’orto, la loro musica si è inserita perfettamente nel luogo come se ne facesse parte da sempre e fosse radicata lì tanto quanto una robinia o una cespica. La loro musica e le loro voci hanno evocato in maniera vivida un insieme di emozioni che spaziano dalla rabbia alla frustrazione, dalla speranza alla malinconia, riuscendo a rendere tangibile un senso comunitario di affrontare questi sentimenti e queste tensioni. Una musica che suona attuale e originale pur mantenendo un legame con l’attitudine antica della musica popolare, ovvero un attitudine di lotta, resistenza, autogestione e comunità. Per farvi capire la qualità della musica suonata dai Kraaklustig non posso che citando un amico anarchico ad un altro recente concerto folk punk: “mi ero dimenticato cosa significasse ascoltare qualcuno che sa davvero suonare e cantare.” Momento e atmosfera che sto facendo fatica a descrivervi a parole, ma può venirci in aiuto un messaggio che ho ricevuto durante il concerto: “sto ascoltando seduta sulla paglia, che magia!“. Che dire se non un grande grazie ai Kraaklustig?

Kraaklustig

A concludere questa serata incredibile e accompagnarci verso le meritate sacre nanne ci ha pensato la compagine bolognese meglio nota come Lost Harvest Brigade, venuti a suonare in formazione ridotta ma con un’attitudine e una voglia di fare parte della situazione da fare invidia a moltissimi. Presenti in versione trio, la brigata seppur dimezzata ha comunque offerto strimpellate originali e cover che hanno fatto la gioia di tutti e tutte, tra citazioni ai Blackbird Raum e altre canzoni a base di fisarmonica, banjo e washboard. I nostri tre menestrelli del cuore sarebbero potuti andare avanti ore accompagnati dall’oscurità della notte, dalla luce della luna e dalla compagnia delle cicale, se non fosse stato per le corde del banjo che han deciso di ammutinarsi e rompersi sul finale. Per fortuna una nobile anima della tribù che puzza aveva con sé il suo personale mini banjo che ha prontamente prestato ai Lost Harvest Brigade, permettendo loro di strimpellare ancora un paio di brani prima di spedirci tutti a letto.

Senza palco, suonando in piedi tra le persone sedute per terra sull’erba, quella di Folk nell’Orto è stata la quintessenza di cosa significa suonare musica folk: in maniera orizzontale, dalla gente per la gente tra la gente, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta è più labile di quanto si potrebbe pensare, in un contesto realmente comunitario, autogestito e solidale, legati alla Terra e immersi nella natura, fuori dai tentacoli delle metropoli e dalla sua distopia di cemento, lontani da una socialità mediata dal denaro, dal consumo e dal profitto. Con un po’ di romanticismo, quella sera ha preso forma ciò che da un po’ di tempo mi piace definire anarchia rurale, un concetto che forse prima o poi cercherò di spiegare meglio, ma che, sono sicuro, i e le presenti alla serata abbiano toccato con mano, visto con gli occhi e sentito nel cuore.

Viva sempre il folk e l’anarchia, viva l’Orto Naturale Comunitario ma soprattutto viva il collettivo Stinky Tribe!

Comunitarismo e scarsità, un manifesto contro il capitalismo

Da marzo 2026, insieme ad alcune persone fidate e affini nel desiderare di mettere in pratica un’esistenza radicalmente altra rispetto a quella della civilizzazione capitalista, tecno-industriale ed ecocida, abbiamo occupato un orto abbandonato e abbiamo aperto un progetto di Orto Comunitario seguendo i principi dell’Agricoltura Naturale teorizzati da Fukuoka. In questo piccolo pezzo di terra tra torrenti e boschetti in una sperduta provincia di Milano, che stiamo provando a rigenerare ed inselvatichire, oltre che ad autogestire come luogo anche sociale e comunitario, stiamo praticando una vera e propria forma di resistenza verso una cultura della Terra basata sullo sfruttamento, sulla produttività, sul saccheggio delle risorse e sulla distruzione di tutto ciò che non è utile ai bisogni umani. Un’orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune slegato dai tentacoli dello Stato e della proprietà privata capitalista e che vorrebbe essere un rifugio per costruire un modo radicalmente diverso di essere e fare comunità e di resistere al capitalismo e alla distruzione che porta con sè.

La musica e la cultura folk hanno un antico e profondo legame con i “commons” (i cosidetti beni comuni) poichè essi rappresentano qualcosa di accessibile a tutti e tutte e in netto contrasto con la proprietà privata di pochi a danno dei molti. Perchè sono orizzontali e autogestiti dalla comunità stessa senza padroni. Citando e modificando in parte uno dei quattro punti cardine di The Folk Union: “Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

Per tutti questi motivi ho tradotto il testo “Commoning and Scarcity, a manifesto against capitalism” scritto nel 2013 dall’anarchico Peter Gelderloos. Alla volta di un presente radicalmente diverso, contro il capitalismo e per l’autogestione, coltiviamo comunità e smantelliamo le gerarchie!

I beni comuni rappresentano un mondo a sé stante rispetto al capitalismo. Sono una fonte di sostentamento condivisa dalle persone. Prima della diffusione del capitalismo, la maggior parte del pianeta era costituita da beni comuni. Le culture che consideravano i beni comuni come un dono della natura da trattare con rispetto tendevano ad avere i beni comuni più abbondanti e, di conseguenza, i minori problemi di sopravvivenza. Le culture che consideravano i beni comuni come proprietà o come una risorsa da sfruttare, in genere li esaurivano, provocando il proprio collasso o dovendo ricorrere alla guerra e alla conquista per sopravvivere. Alcune di queste culture avrebbero poi dato origine al capitalismo.

Il capitalismo teorizza e crea la scarsità. Il capitalismo ha prosperato distruggendo o privatizzando i beni comuni ovunque essi sorgessero. Finché le persone hanno accesso ai beni comuni, possono godere di una certa autosufficienza e non possono essere costrette a vendere la propria forza lavoro ai ricchi per sopravvivere. Per la gente comune, il capitalismo è un ricatto: lavorare o morire di fame. I beni comuni offrono un’altra opzione: l’autosufficienza attraverso la raccolta dei doni della natura. Poiché la base dei beni comuni è il dono spontaneo, le persone che vivono nei o dei beni comuni spesso ricreano l’economia del dono; condividendo, cooperando e aiutandosi a vicenda per raggiungere un elevato tenore di vita. Anche per questo motivo, i beni comuni sono nemici del capitalismo.

L’accumulazione primitiva — la privatizzazione della terra o l’appropriazione della ricchezza per alimentare gli investimenti, l’industria e, in una parola, il capitalismo — non è solo una fase iniziale del capitalismo, come teorizzato da Adam Smith o Karl Marx. La privatizzazione, il furto legalizzato, la schiavitù e l’imposizione della disciplina del lavoro sono attività costanti in ogni momento del capitalismo, dal XV al XXI secolo.

Allo stesso modo, i beni comuni non sono una realtà antica e superata, ma una possibilità sempre presente che irrompe ripetutamente nella nostra vita quotidiana, contraddicendo il mito della scarsità del capitalismo. Dopo che i terreni coltivabili furono privatizzati e recintati — in Europa dal XV al XVII secolo, in India e in altre colonie nel XVIII e XIX secolo, e in alcune parti dell’Africa oggi — foreste, boschi, paludi e pascoli divennero i principali beni comuni perché il capitalismo non era ancora in grado di sfruttare efficacemente quelle aree. In questi beni comuni, le persone raccoglievano frutti, noci, piante medicinali, combustibile e materiali da costruzione, pascolavano il bestiame, cacciavano e pescavano. Forse non riuscivano a procurarsi il pane quotidiano dalle foreste e dai pascoli, ma potevano soddisfare la maggior parte delle loro altre necessità.

Oggi, per funzionare, il capitalismo deve basarsi su una produzione di massa esagerata e imprecisa. Ciò genera un’enorme quantità di rifiuti che il capitalismo non è ancora in grado di sfruttare in modo efficace. Questi rifiuti costituiscono i nuovi beni comuni: milioni di persone in tutto il mondo rovistano tra i rifiuti per raccogliere cibo, vestiti, materiali da costruzione o oggetti che possono essere smontati e venduti per ricavarne denaro. Molte delle persone che vivono in questo modo sviluppano culture cooperative basate sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, relazionandosi attraverso la solidarietà piuttosto che attraverso rapporti commercializzati.

Anche le competenze, la cultura e la saggezza tradizionale costituiscono un bene comune. Rappresentano strumenti che aiutano le persone a relazionarsi con il proprio ambiente, a guadagnarsi da vivere e a migliorare la propria qualità di vita. In passato, questi strumenti erano condivisi all’interno della società. Da circa un secolo, il capitalismo sta cercando sempre più di privatizzare la conoscenza e la cultura. Molte persone si oppongono alla privatizzazione dei beni comuni intellettuali e culturali. Alcuni distruggono i campi di colture geneticamente modificate di proprietà di aziende che cercano di brevettare la vita stessa; alcune comunità indigene tengono lontani antropologi, biologi e altri ricercatori che tentano di catalogare e brevettare la loro musica tradizionale, la medicina popolare o i semi autoctoni; altre persone condividono la propria musica e la propria arte attraverso licenze “Creative Commons” anziché tramite i diritti d’autore.

Mentre i pirati originari liberavano beni che erano stati sfruttati nel massiccio processo di accumulazione primitiva noto come colonialismo (liberando schiavi, rubando oro e argento estratti con il lavoro degli schiavi, impadronendosi di rum e zucchero provenienti dalle piantagioni), una delle principali forme di pirateria moderna è la liberazione della cosiddetta proprietà intellettuale (come film e musica) utilizzando nuovi strumenti su Internet.

La scarsità su cui si basa il capitalismo non nasce mai in modo naturale. A volte è il risultato delle scelte sbagliate di una società, che distrugge il proprio suolo, pratica la pesca o la caccia eccessiva, senza bilanciare la propria popolazione. Spesso la scarsità è imposta direttamente e intenzionalmente dallo Stato. Durante la carestia delle patate in Irlanda, il Paese fu costretto dall’occupazione militare britannica a produrre cibo destinato all’esportazione. La Grande Carestia in Ucraina fu causata dal governo sovietico, che modificò con la forza il tradizionale modo di fare agricoltura. Il governo statunitense sterminò le mandrie di bisonti apparentemente infinite affinché i Lakota e i Cheyenne delle Grandi Pianure (che avevano sconfitto gli Stati Uniti in una guerra importante) perdessero la loro fonte di cibo. I governi di tutto il mondo non si sono fermati davanti a nulla, uccidendo milioni di persone, al fine di rendere impossibile l’autosufficienza. Se riusciamo a provvedere a noi stessi, non abbiamo bisogno del governo, né di lavorare per i ricchi che il governo protegge.

Una funzione legata a ciò dello Stato è quella di distruggere i beni comuni ovunque essi sorgano. I primi codici giuridici moderni in Europa servirono a criminalizzare l’uso tradizionale dei beni comuni. Una delle principali applicazioni della pena di morte nell’Inghilterra del XVIII secolo era quella di punire la caccia, la raccolta di prodotti selvatici e altri usi tradizionali delle foreste che in precedenza erano legali e che erano persino protetti dalla Magna Carta. Oggi, la Banca Mondiale e il FMI costringono i paesi debitori a modificare le proprie leggi e a criminalizzare gli usi tradizionali dei beni comuni, consentendone la privatizzazione da parte delle multinazionali. Nel 1994, l’accordo NAFTA con gli Stati Uniti e il Canada ha costretto il Messico a modificare la propria Costituzione e a rimuovere la tutela della proprietà fondiaria comunitaria. Un altro importante punto di collaborazione tra i governi mondiali riguarda la repressione della pirateria o della condivisione dei beni comuni creativi, la cosiddetta proprietà intellettuale. Più in generale, gli Stati Uniti e altri governi di spicco vogliono domare completamente Internet affinché non sia più uno spazio di condivisione e anonimato — un bene comune — ma piuttosto uno spazio commercializzato, facilmente controllabile dalla polizia e sfruttabile dalle multinazionali. Questo è simile a come le foreste e le paludi furono disboscate e bonificate contemporaneamente per ragioni economiche e militari. A causa della loro opacità e dei vantaggi difensivi che offrivano, questi spazi erano inaccessibili allo sviluppo commerciale ed erano anche il luogo in cui spesso si nascondevano ribelli, banditi e rivoluzionari.

In genere, lo Stato sostiene di proteggerci quando distrugge i beni comuni o disbosca le aree selvagge, che spesso sono gli unici spazi in cui possiamo ancora essere liberi. Nel 2008, un naufragio al largo delle coste inglesi ha portato a riva migliaia di tonnellate di travi di legno. Il legno non poteva più essere venduto ai principali acquirenti, poiché presentava macchie di acqua di mare, ma era comunque perfettamente utilizzabile come combustibile o per l’edilizia. Il naufragio aveva dato vita a un nuovo bene comune e in breve tempo la gente si recò sul posto per raccogliere il legno. Il governo intervenne immediatamente e proibì la raccolta del legno, invocando lo stato di emergenza nazionale. La loro motivazione? Si rischiava di procurarsi schegge, quindi raccogliere il legno era pericoloso.

Per quanto riguarda la diffusione del fenomeno del “commons” dei rifiuti, diversi governi in tutto il mondo stanno lavorando per criminalizzarlo e reprimerlo. Negli Stati Uniti, diverse città hanno arrestato persone per aver condiviso cibo recuperato gratuitamente dalle discariche. In Spagna, dove tradizionalmente i panettieri regalano le pagnotte invendute a fine giornata, le catene di panetterie hanno iniziato a contare tutte le loro pagnotte, restituendo e distruggendo (o vendendo al bestiame e ad altre industrie) ogni pagnotta che non è stata pagata. In molte città dei Paesi Bassi, i nuovi contenitori per i rifiuti conservano i rifiuti sottoterra, rendendone impossibile l’accesso. Ancora una volta, preferiscono che le persone muoiano di fame piuttosto che possano procurarsi qualcosa gratuitamente.

Con gli orti urbani e la piantumazione di alberi da frutto e da noci, molte città potrebbero avvicinarsi all’autosufficienza alimentare. Lo scienziato anarchico Kropotkin scrisse di questa possibilità emergente un secolo fa, prendendo Parigi come modello, ma da allora i governi e gli urbanisti si sono assicurati di impedire la nascita di questi nuovi beni comuni. A volte, gli orti urbani vengono sgomberati e rasi al suolo, come a Los Angeles. In generale, le città evitano di piantare piante commestibili negli spazi verdi urbani. Atene o Barcellona, ad esempio, sono abbellite da migliaia di aranci, ma la varietà che le amministrazioni comunali scelgono di piantare produce solo un tipo di arancia non commestibile.

Un’eccezione degna di nota a questa regola si riscontra a Seattle. Durante diversi mesi dell’estate, è possibile raccogliere una varietà di frutti e bacche commestibili e deliziosi dagli alberi e dai cespugli che crescono in città. Tuttavia, la maggior parte delle persone ha perso le competenze e le conoscenze tradizionali necessarie per svolgere questo semplice compito, o addirittura per rendersi conto che il cibo proviene dalla terra e non dal supermercato. Le persone sono così alienate che la maggior parte dei frutti e delle bacche va sprecata.

Questo triste fatto dimostra il legame tra conoscenza e materia. I beni comuni intellettuali o culturali e i beni comuni della terra o delle risorse sono indissolubilmente legati. Se lo Stato può appropriarsi della terra, inevitabilmente scomparirà anche il sapere necessario per vivere di essa. Se lo Stato riesce ad allontanare le persone dalle loro conoscenze tradizionali, queste non sapranno come utilizzare i beni comuni della terra o delle risorse, anche se si trovano proprio a due passi da loro.

Un altro fatto interessante riguardo alle città è che il cibo coltivato al loro interno risulterà contaminato dall’inquinamento automobilistico. Per questo motivo si potrebbe facilmente sostenere che coltivare cibo nelle città non sia comunque l’idea migliore. Ma non esiste alcun legame naturale tra città e automobili. Infatti, le città funzionano in modo molto più efficiente senza traffico automobilistico, utilizzando invece i mezzi pubblici e le biciclette.

Ma concentrarsi sull’efficienza trascura il fatto, storicamente rilevante, che lo Stato preferisce sovvenzionare e implementare quelle tecnologie che favoriscono la dipendenza, erodono i beni comuni e creano nuove opportunità per una gestione professionalizzata (in particolare all’interno di un paradigma di sicurezza o protezione). I treni creano nuovi spazi comuni e possono essere auto-organizzati dai loro operatori. Il traffico automobilistico, al contrario, è talmente atomizzato da richiedere l’intervento dello Stato per essere indirizzato e organizzato. Crea nuovi pericoli dai quali lo Stato deve proteggere i propri cittadini, con un numero assurdamente elevato di vittime della strada anche nelle società in cui i governi gestiscono efficacemente il traffico automobilistico. Non da ultimo, crea la possibilità — per la prima volta nella storia — di una folla di migliaia di persone che si trovano fianco a fianco, quando sono bloccate nel traffico, ma totalmente isolate le une dalle altre e prive di possibilità immanenti di azione collettiva.

In sintesi, i beni comuni occupano un posto centrale nella lotta contro il capitalismo. I beni comuni possono essere costituiti da terra, natura selvaggia, competenze ed esperienze, beni recuperati o spazi pubblici. Non esistono solo nelle società periferiche che possono ancora definirsi tradizionali; i beni comuni sono una possibilità sempre presente in ogni aspetto dell’esistenza umana, dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati.

I beni comuni sono sia una struttura che una pratica. Il comunitarismo è una delle forme di azione più diffuse e sovversive contro il capitalismo. Non è appannaggio dei rivoluzionari di professione, ma un’attività intrapresa istintivamente da persone in tutto il mondo.

Poiché il comunitarismo è istintivo, il comunismo è una frode. Il tentativo di astrarre i beni comuni o di mediare la pratica del comunitarismo attraverso un’ideologia, la strappa dalle condizioni uniche della vita quotidiana che le danno respiro e sostanza. I beni comuni si ricostituiranno in una forma diversa in ogni parte del mondo, per mano di quelle persone che sono più vicine alla materia e alla memoria disponibili, che possono essere trasformate nella base per la sopravvivenza collettiva. Il comunitarismo è il compito di coloro che entreranno a far parte di ogni nuovo bene comune.

Il capitalismo ha creato le classi, e queste classi non distruggeranno il capitalismo. Partendo dalla struttura delle caste feudali, coloro che potevano esercitare un vantaggio militare ed economico si sono costituiti come classe proprietaria e hanno imposto con la forza il proletariato come coloro che possedevano solo la propria forza lavoro e la propria capacità di riprodursi. Lo stesso rapporto di proprietà che ha recintato i beni comuni ha costretto coloro che non potevano opporsi a queste recinzioni a diventare la classe operaia. La società di classe e il capitale saranno aboliti da coloro che acquisiranno la forza di vedersi in relazione ai beni comuni e non in relazione alla proprietà.

Il nemico che disperde costantemente questa forza e calpesta i beni comuni ovunque essi sorgano è lo Stato. La nostra lotta deve mirare alla distruzione dello Stato, per aprire nuovi spazi in cui i beni comuni possano prosperare. La creazione di beni comuni non è di per sé proprietà di alcun partito o teoria, ma è il potenziale condiviso che rende possibile qualsiasi comunicazione. L’anarchia è un prerequisito per i beni comuni. Più forte è lo Stato, più ristretto è il margine entro cui possono sorgere nuovi beni comuni. E più abbondanti sono i nostri beni comuni, più forti e duraturi saranno i nostri attacchi contro lo Stato. Che lo Stato venga distrutto dagli anarchici non ha importanza, tranne che per quegli anarchici che condividono con i comunisti l’esigenza di elaborare il piano che verrà imposto al nuovo mondo.

Ciò che conta è che i nostri sogni mettano nuovamente radici nei beni comuni, che le nostre teorie prendano di mira lo Stato e che le nostre lotte creino nuovi beni comuni e rivitalizzino quelli vecchi.

Il neo-paganesimo non è la risposta – Arrampicati su un cazzo di albero

traduzione dall’originale in lingua inglese scritto da Comrade Black e apparso nel 2014 su Profane Existence

Questo testo mi accompagna da una decina d’anni, dalla prima volta in cui mi ci sono imbattuto e da allora mi porta a riflettere. Visto che nel movimento musicale e culturale folk (nel senso più ampio del termine) la fascinazione e il legame con religioni e spiritualità pagane pre-monoteistiche è ampiamente diffuso e visto che Di Muschio e Pietra è animato da una profonda tensione ecologista radicale, trovo che sia importante tradurre questo testo e pubblicarlo qui. Perchè mentre facciamo esperienza quotidiana dell’ecocidio, la soluzione non è da ricercare in qualche divinità pagana ma nel tornare a relazionarci alla Terra e a tutti i suoi abitanti umani, non umani, vegetali e minerali con cui siamo interconnessi. Per la liberazione della Terra, arrampichiamoci su un cazzo di albero invece di scegliere l’ennesima divinità a cui inginocchiarci. Tocchiamo l’umido muschio e la fredda pietra, non onoriamo antichi dei.

Sempre più persone hanno iniziato a rifiutare il cristianesimo, l’islam e altre religioni monoteistiche, orientandosi invece verso quelle che sono considerate forme di spiritualità più antiche e legate alla terra.

Nel frattempo viviamo in una società in cui il 90% delle foreste secolari è stato abbattuto, mentre il mondo che ci circonda diventa sempre più artificiale, inquinato e urbanizzato. In risposta a ciò si è registrato un crescente interesse per le religioni politeiste europee come alternativa alle gerarchie della Chiesa con i suoi concetti gnostici astratti.

Tuttavia, queste religioni politeiste sono spesso altrettanto problematiche quanto ciò che viene rifiutato. C’è stato un forte revisionismo, che presenta molte di queste religioni patriarcali – in cui dominano divinità maschili bellicose – come se fossero tutt’altro: le dee vengono ora descritte come se i primi praticanti fossero stati matriarcali e le divinità maschili fossero solo personaggi secondari. Viene inoltre ignorato l’eterosessismo intrinseco di queste religioni, in cui spesso le dee femminili sono tutte legate alla fertilità.

Il problema più grave, però, è più profondo. In un post che ho appena letto sull’Asatru (il culto di Odino), l’autore sottolinea che queste «antiche» religioni si sono sviluppate «dall’Età del Ferro fino all’epoca vichinga – ovvero, da alcuni secoli prima di Cristo fino all’incirca all’800-1200 d.C.» (Riconosco i problemi legati all’uso di queste fasi antropologiche come indicatori di «progresso»). Questo è proprio il punto che volevo sottolineare. Le antiche religioni politeiste europee erano comunque religioni che si svilupparono durante un periodo di violente conquiste, prime colonizzazioni, guerre, e molto tempo dopo l’avvento dell’agricoltura, quando le persone avevano iniziato a dominare la terra e a condurre uno stile di vita sedentario piuttosto che nomade o seminomade, basato sulle relazioni e sull’ecologia. Definire quindi queste religioni politeiste «basate sulla natura» è come definire il cristianesimo, nel suo contesto attuale, «basato sui valori della comunità».

La realtà è che, prima che esistessero religioni politeiste che veneravano divinità simboliche del raccolto, della guerra, della fertilità o della morte, esisteva una religione non teistica più antica, radicata nel territorio. Se vuoi venerare la natura, non hai bisogno di una ruota solare, di un pentacolo o di una dea per farlo: esci e arrampicati su un cazzo di albero, siediti tra i suoi rami, impara l’ecologia, ascolta il vento che fa frusciare le foglie tra i rami, osserva gli scoiattoli, spogliati e nuota nel fiume mentre il sole tramonta. Poi fai tutto il necessario per fermare quei bastardi che vogliono abbattere quell’albero perché vedono solo dollari. Non hai bisogno di un dio o di una dea europei che ti dicano che la vita è sacra.

Vihanto – Mostly Rain Clouds (2026)

Meno di una settimana fa ero all’oscuro rispetto a questo progetto e questo album, poi sono entrato in Villa Occupata a Milano e qualcosa di magico è successo. Nella cornice del compleanno della Villa, nella zona dedicata ai concerti acustici dove hanno suonato quelle bellissime persone di Sally and the Mystical Seafloor, mi imbatto in questo crust punx mai visto prima. Ci scambio due chiacchiere e scopro che arriva dalla Finlandia e che pochi giorni prima aveva conosciuto alcune persone della Villa. Mentre continuiamo a parlare mi racconta che vorrebbe suonare anche lui qualcosa di suo, così tra un cambio palco e l’altro nella zona dove hanno suonato le band, prende accordi con gli altri musicanti e facendosi prestare la chitarra acustica inizia a strimpellare e cantare. Il nome del suo progetto solista è Vihanto e ha pubblicato giusto sei mesi fa un album dal titolo Mostly Rain Clouds. Un album che nasce dalla sofferenza, dalla depressione, dalle angoscie della vita che vengono tradotte in una musica sofferente ma che lascia trasparire una flebile luce in fondo al tunnel; una musica che affonda le radici in un cantautorato esistenziale e intimo, tra richiami folk, vaghi accenni country e la crudezza istintiva e decadente del grunge.

Un album profondamente intimo e personale che, ci racconta l’ultimo anno della vita di Roni (questo il nome del nostro caro crust punx finnico), un anno caratterizzato da svariate difficoltà e come l’ha definito lui stesso “l’anno del lutto, del cuore spezzato e della morte”. Le dodici canzoni sono come delle tappe di un percorso in cui veniamo guidati dalla voce e dalla chitarra acustica, e in ogni tappa ci troviamo faccia a faccia con la tristezza, la depressione, l’ ansia e altre emozioni difficile e intense vissute da Roni e che ci colpiscono come un pugno nello stomaco rendendoci solidali e partecipi al suo dolore; ma questo album non è solo una discesa nell’abisso del malessere umano, poichè tappa dopo tappa ci sembra sempre più chiaro di star accompagnando Roni nel suo percorso verso la guarigione, verso il ritrovamento di un senso e di una speranza in questa condanna a cui abbiamo dato il nome di vita. Inutile che vi stia qui a evidenziare questa o quell’altra canzone, perchè proprio come un lungo e difficoltoso viaggio verso la rinascita, ogni passo ha una sua importanza e non può essere raccontato senza tenere conto di quello precedente e di quello successivo. La voce di Roni è sofferta e decadente, la chitarra dipinge atmosfere malinconiche e nel suo insieme la musica ha quel sapore delle giornate di pioggia passate a letto a fissare il soffitto senza obiettivi.

Un album che nasce da un bisogno viscerale di fare i conti con il malessere e le difficoltà, con il buio interiore ed esteriore, con i colpi che la vita ci infligge senza preavviso. Per questi motivi siamo al cospetto di un album semplice nella forma e nella struttura compositiva, quanto complesso e intenso dal punto di vista emotivo e personale. Siamo invitati a fare compagnia a Vihanto e abbiamo il privilegio di poter ascoltare il suo dolore tradotto in musica, in un’esperienza profondamente intima e melancolica in cui possiamo solamente lasciarci sprofondare senza aggiungere parole che sarebbero superflue. Una piacevole scoperta, tanto umana quanto musicale.

Folk nell’Orto!

Stinky Tribe ritorna con un nuovo raduno di creature magiche, strambi personaggi e animaletti del sottobosco, pronti a sopravvivere tutti insieme a questa ennesima estate terribile a colpi di folk punk e anarcho folk!
Strimpellate acustiche nell’orto con:

Kraaklustig, collettivo anarcho doom folk in tour dall’Olanda
Sally and the mystical seafloor, sappy sottobosco folk punk duo che farà il release party del loro nuovo album!
Lost Harvest Brigade, sgangherato gruppo folk punk da Bologna
Italo Goto, poesie esistenziali solo voce e chitarra

Dove? all’Orto Naturale Comunitario, nel parco del Lazzaretto di Lainate (Milano)
Quando? Giovedì 23 luglio, concerti a partire dalle 19.

Alle 18 si inizierà con una chiacchierata collettiva sui e sulle prigioniere trans perché i Kraaklustig sono in tour per raccogliere fondi a sostegno delle loro spese legali.

Cibo e beveraggio bellavita, porta quello che vorresti trovare e condividilo.
Post serata jam acustica, porta il tuo strumento e suoniamo insieme!

Maggiori info sul luogo, parcheggi, entrate del parco sul canale telegram Stinky Tribe.

Rispetta l’orto e i suoi abitanti, umani e non umani e portati via la spazzatura!

Grēcīgie Partizāni – Ēnas trokšņo (2024)

Credo sia abbastanza inusuale imbattersi in una band che compie un tour spostandosi principalmente in bicicletta o in autostop per tutta la Lettonia. Ma questo è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni i Grēcīgie Partizāni, gruppo folk punk lettone. Quando vedevo sulla loro pagina instagram gli aggiornamenti del tour, tra foto di loro in bici, accampati in mezzo ai boschi per passare la notte o a suonare a bordo strada, pensavo tra me e me che stessero facendo una cosa tanto folle quanto estremamente divertente. Una scelta che sottolinea l’attitudine fortemente indipendente e votata all’autosufficienza del gruppo, oltre che una certa coscienza ecologica.

Formatosi nel 2021 e guidati dal carismatico frontman Kārlis Pūķis, i Grēcīgie Partizāni si definiscono come un’esnemble di musica folk radicale in bilico tra sonorità popolari-tradizionali e vocazione anarcho-punk rock. Nel 2024 il quartetto lettone pubblica un nuovo disco intitolato Ēnas trokšņo, traducibile come Le ombre fanno rumore, un titolo che spazza via ogni dubbio di trovarsi di fronte ad un disco di folk punk spensierato e leggero. Difatti le sonorità che caratterizzano le tredici canzoni dell’album riescono ad essere immediate pur avvolgendosi di un sottile mantello d’oscurità e inquietudine, trattando tematiche che si concentrano principalmente sul lato oscuro dell’esistenza e dell’animo umano. Ma c’è spazio anche per parlare delle ingiustizie e delle paure, così come della ricerca di libertà e di indipendenza in un senso tanto personale quanto più ampio e politico.

Il tutto viene supportato da una trama sonora in cui convivono il folk punk più classico di stampo americano (Rail Yard Ghosts ma non solo), il sapore rurale e i toni tormentati di certo bluegrass (si ascolti una canzone come Kapsētas blūzs per averne un chiaro esempio), certe remote influenze ascrivibile al vasto contesto gipsy jazz (vengono alla mente i compaesani Rahu the Fool) e addirittura richiami al murder folk più scabroso in una traccia come Sapņu slepkavnieks. Inoltre, vista la mia totale ignoranza in materia, non posso escludere che nella musica dei Grēcīgie Partizāni viva o sopravviva l’influenza della tradizione folk lettone, ma sarei molto felice se fosse così.

Al fianco di Pukis, mente del progetto, polistrumentista poliedrico che si occupa di suonare chitarra e basso così come tramburelli, flauti e xilofono, troviamo la sua compagna di vita Anete (impegnata al basso e al violoncello), Arno (al violino e all’armonica a bocca) e Nauris (il suonatore di banjo del gruppo). Come da tradizione bluegrass e folk punk tutti e quattro si dedicano anche alle parti cantate, con le voci di Pukis e Anete a ricoprire un ruolo da protagoniste e quelle di Arno e Nauris impegnate per lo più nei cori a supporto delle varie composizioni.

Come già ampiamente detto, il folk punk dei partigiani del peccato (questo dovrebbe essere il significato del loro nome) è tutt’altro che allegro e frivolo, anche se non mancano momenti più istintivi e godibili come Ļaunums e Daugavā; la loro musica è un qualcosa di dannato, tormentato e inquieto e allo stesso tempo attraversata da emozioni di malinconia e sconforto, donando ai brani le sembianze di veri e propri sortilegi atti a torturare l’animo degli sventurati ascoltatori di un album come Ēnas trokšņo. Chiaro esempio di ciò brani evocativi e intensi come la stregonesca Sikspārņu ragana e la caoticamente diabolica Purva velns.

C’è poco altro da aggiungere su un album come questo che ci tiene compagnia con un ottimo esempio di folk punk sfaccettato e personale, se non augurarci di vedere presto dal vivo in qualche squat occupato o in qualche bosco i Grēcīgie Partizāni.

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Catal Huyuk – Scars (2026)

L’atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell’antenato evolutivo di un individuo. L’atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima.

Se nel 1994 l’anarco-primitivista John Zerzan parlò di un futuro primitivo, oggi nel 2026 i Catal Huyuk preferiscono concentrarsi sull’idea di un futuro atavico, ovvero un futuro in cui possano ritornare caratteristiche, abilità, coscienze e pratiche ancestrali di homo sapiens e che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia evolutiva, sia da un punto di vista materiale che spirituale. Un’idea di atavismo che si traduce nella musica suonata dal duo di Portland in sonorità ipnotiche, atmosfere primordiali e un’immaginario così primigenio da perdersi nei meandri della preistoria. Il nome stesso scelto dalla band è un richiamo Çatalhöyük, uno dei primi grandi insediamenti dell’umanità che risale ai tempi del neolitico, in quel periodo della storia umana segnato dal passaggio da una vita nomade a quella stanziale. Quello suonato da Marisa e Marios è uno stile minimalista ma estremamente personale e sfaccettato, che si articola tra le melodie e i ritmi costruiti con soli tre strumenti: box guitar, cymbal e tamburo. Oscuro, ipnotico, psichedelico, ritualistico, il futuro atavico affrescato dai Catal Huyuk ci invita a varcare la soglia del mondo visibile e lasciarci guidare da ciò che non possiamo vedere ma solo percepire, da ciò che sembra non esistere più ma che è inscritto nelle profondità del nostro ancestrale corredo culturale.

Questo minimalismo sonoro dipinge perfettamente scenari e atmosfere che ci catapultano immediatamente in una trance allucinata, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un antico rituale sciamanico in cui non siamo in grado di riconoscere nitidamente voci e suoni, in cui la realtà si mescola a visioni oniriche e i confini tra questo e l’altro mondo si fanno labili e attraversabili. Anche per questi motivi il viaggio che facciamo tappa dopo tappa per discendere negli abissi sonori di Scars è tutt’altro che rassicurante, visto che l’intera esperienza è attraversata visceralmente da pulsioni e tonalità orrorifiche e a tratti realmente angoscianti come solo una trance sciamanica o un rituale sacrificale possono essere. Un rituale in cui a guidarci troviamo la voce spettrale, mistica e cerimoniale di Marisa, che spesso si limita a emettere dei vocalizzi che assomigliano a dei lamenti utili a scandire la trance in cui siamo sprofondati. Ipnotica tanto la parte ritmica costruita dalle percussioni quanto le melodie composte dalla guitar box, entrambe caratteristiche che amplificano l’atmosfera psichedelica e primordiale evocata dalle otto canzoni e rendono ancora più spontaneo immergersi nell’esperienza di ascolto di un album come Scars.

Tra dark folk, psichedelia e richiami al folk horror, la musica dei Catal Huyuk riesce perfettamente nella sua impresa di voler suonare ancestrale e primitiva, così come nella sua intenzionalità di voler accompagnarci verso un futuro atavico tra suoni, sensazioni, immagini e scenari mentali ed emotivi. Non lasciatevi intimorire, varcate la soglia di questo presente distopico alla volta di un futuro atavico.