“Sing as loud as you can”, cronache da Folk nell’Orto!

Un anno fa, l’allora nascente collettivo Stinky Tribe riuscì nell’impresa di organizzare nel giro di una settimana una taz totalmente acustica in un boschetto di una sperduta località della provincia ovest di Milano. A distanza di un anno, quello stesso magico collettivo che si fa chiamare tribù che puzza, ha organizzato un’altra situazione folk punk e acustica a pochi metri di distanza da quel boschetto di frassini e robinie. Questa volta la cornice incantevole è stato l’Orto Naturale Comunitario, un orto abbandonato da un paio di anni e riabitato (occupato) dal marzo 2026 che è diventato sia luogo di socialità legato all’agricoltura naturale che a situazioni per sperimentare un modo radicalmente altro di fare comunità e stare insieme. Un orto comunitario chiuso nell’abbraccio di un canaletto e di un torrente, tra orrendi campi coltivati a monocultura, boschetti e un Lazzaretto seicentesco. Un orto comunitario abitato non solo da umani ma anche da altre tribù di animali non umani come ricci e aironi, rane e conigli. Un orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune autogestito lontano da concetti deleteri di proprietà privata, di gerarchia e di permessi burocratici tipici della nostra deleteria cultura dello Stato e del Capitale.

In questa cornice unica, Stinky Tribe ha avuto la folle e ardita idea di organizzare l’ultima data (di giovedì!) del tour dei Kraaklustig, collettivo anarcho folk proveniente dai Paesi Bassi in giro per l’Europa per raccogliere fondi a favore delle persone trans detenute in carcere. A supporto di questo grandioso gruppo di esseri umani, hanno suonato altrettante belle persone che rispondo al nome di Italo Goto, Lost Harvest Brigade e gli stupendi membri della tribù che puzza noti come Sally and the mystical Seafloor.

Prima della musica però c’è stato un momento di fondamentale importanza perché l’anarcho folk è anche e soprattutto politico. I Kraaklustig infatti hanno tenuto una chiacchierata sul tema delle persone trans in carcere, specialmente una loro cara amica conosciuta a Berlino per cui stanno raccogliendo fondi. La chiacchierata è iniziata in una maniera unica che ha rotto quel rischio di renderla un momento frontale e verticale; siamo infatti stati invitati dai Kraaklustig a cantare tutti insieme il ritornello di Immigration Van, canzone del duo anarcho folk inglese Ancient Hostility, un canto di resistenza che ci esorta ad usare la nostra voce dinanzi alle ingiustizie a cui assistiamo e che viviamo quotidianamente nel peggiore dei mondi possibili. La chiacchierata è stata per fortuna molto partecipata e attiva e sono stati tantissimi i contatti raccolti per supportare le persone trans in galera, da avvocati a reti di solidarietà transfemminista, passando per collettivi, spazi politici, ecovillaggi e molto altro.

Che dire della serata? Un concerto intimo, con una quarantina di persone giunte in provincia, in un luogo sconosciuto lontano dalla metropoli milanese, per supportare le band e il benefit, in un’atmosfera che definire magica sarebbe al contempo banale ma estremamente preciso e corretto. La serata si è aperta con il cantautorato esistenziale del menestrello Italo Goto, autore di canzoni uniche nel loro genere accompagnate solo dalla sua voce e la sua chitarra acustica. Uno stile personalissimo e sicuramente straniante, tanto nel suo modo di cantare che di suonare che rigetta la tecnica dell’arpeggio, ma che ha catturato l’interesse dei presenti tutti e tutte molto attenti. E poi ha anche suonato una cover di Patricia Ama il Cobra a Sette Teste dei Kalashnikov, cosa potevamo volere di più?

A seguire ci hanno pensato Aurora e Sasha in arte Sally and the mystical Seafloor a fare cantare e salire la presa bene, con il loro originalissimo modo di intendere e suonare il folk punk, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Washboard, kazoo, chitarra acustica e due voci, una più dolce e l’altra più grunge, per un set che ha fatto cantare i presenti in un clima veramente disteso, di gioia diffusa e di affetto per queste due belle personcine. E poi hanno anche fatto una cover di Celentano, cosa potevamo chiedere di più? C’è poco altro da aggiungere se non: “Smegma piscia, accipicchia!”

È arrivato poi il momento tanto atteso da tutti e tutte, quello dei Kraaklustig. L’atmosfera si è fatta immediatamente più seriosa e a tratti ritualistica, per accompagnare i 6 bardi olandesi e la loro formula anarcho folk che pesca tanto da sonorità doom quanto da quelle crust. Armati di violini, contrabbasso, bodhran, banjo, fisarmonica e chitarra acustica, i Kraaklustig hanno dato vita ad un set indimenticabile, tanto ipnotico quanto incantato. Accompagnati in sottofondo da un concerto di cicale, rane e assioli che abitano nei pressi dell’orto, la loro musica si è inserita perfettamente nel luogo come se ne facesse parte da sempre e fosse radicata lì tanto quanto una robinia o una cespica. La loro musica e le loro voci hanno evocato in maniera vivida un insieme di emozioni che spaziano dalla rabbia alla frustrazione, dalla speranza alla malinconia, riuscendo a rendere tangibile un senso comunitario di affrontare questi sentimenti e queste tensioni. Una musica che suona attuale e originale pur mantenendo un legame con l’attitudine antica della musica popolare, ovvero un attitudine di lotta, resistenza, autogestione e comunità. Per farvi capire la qualità della musica suonata dai Kraaklustig non posso che citando un amico anarchico ad un altro recente concerto folk punk: “mi ero dimenticato cosa significasse ascoltare qualcuno che sa davvero suonare e cantare.” Momento e atmosfera che sto facendo fatica a descrivervi a parole, ma può venirci in aiuto un messaggio che ho ricevuto durante il concerto: “sto ascoltando seduta sulla paglia, che magia!“. Che dire se non un grande grazie ai Kraaklustig?

Kraaklustig

A concludere questa serata incredibile e accompagnarci verso le meritate sacre nanne ci ha pensato la compagine bolognese meglio nota come Lost Harvest Brigade, venuti a suonare in formazione ridotta ma con un’attitudine e una voglia di fare parte della situazione da fare invidia a moltissimi. Presenti in versione trio, la brigata seppur dimezzata ha comunque offerto strimpellate originali e cover che hanno fatto la gioia di tutti e tutte, tra citazioni ai Blackbird Raum e altre canzoni a base di fisarmonica, banjo e washboard. I nostri tre menestrelli del cuore sarebbero potuti andare avanti ore accompagnati dall’oscurità della notte, dalla luce della luna e dalla compagnia delle cicale, se non fosse stato per le corde del banjo che han deciso di ammutinarsi e rompersi sul finale. Per fortuna una nobile anima della tribù che puzza aveva con sé il suo personale mini banjo che ha prontamente prestato ai Lost Harvest Brigade, permettendo loro di strimpellare ancora un paio di brani prima di spedirci tutti a letto.

Senza palco, suonando in piedi tra le persone sedute per terra sull’erba, quella di Folk nell’Orto è stata la quintessenza di cosa significa suonare musica folk: in maniera orizzontale, dalla gente per la gente tra la gente, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta è più labile di quanto si potrebbe pensare, in un contesto realmente comunitario, autogestito e solidale, legati alla Terra e immersi nella natura, fuori dai tentacoli delle metropoli e dalla sua distopia di cemento, lontani da una socialità mediata dal denaro, dal consumo e dal profitto. Con un po’ di romanticismo, quella sera ha preso forma ciò che da un po’ di tempo mi piace definire anarchia rurale, un concetto che forse prima o poi cercherò di spiegare meglio, ma che, sono sicuro, i e le presenti alla serata abbiano toccato con mano, visto con gli occhi e sentito nel cuore.

Viva sempre il folk e l’anarchia, viva l’Orto Naturale Comunitario ma soprattutto viva il collettivo Stinky Tribe!

Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



Canzoni per un futuro non così distante – intervista ai Tüül

La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Così scrivevo nella recensione di Moorland, ultimo bellissimo disco dei Tüül con cui mi sono effettivamente infatuato della band e delle loro sonorità folk oscure e decadenti. Per una serie di riflessioni e sensazioni che la loro musica mi ha suscitato ho deciso quindi di intervistarli per parlare anche e soprattutto della loro visione del mondo in questi bui tempi di ecocidio e del loro rapporto con i territori di cui parlano nelle loro canzoni. Buona lettura!


Ciao ragazzi e benvenuti sul primo numero di Muschio e Pietra! Vorrei iniziare l’intervista chiedendovi quando avete deciso di fondare i Tüül e in quali circostanze è nato il progetto. Vi va di condividere qualche nota biografica su di voi e sul vostro progetto?

Grazie mille per averci invitato! Ci siamo conosciuti come membri del collettivo “freak folk” Shitfaced Mermaids, con cui ci siamo divertiti un sacco a suonare in squat, fattorie, festival, tra cui diverse edizioni dell’Anarcha Folk Festival. Dopo un po’ abbiamo sentito il desiderio di fare qualcosa di diverso insieme. Ispirati da band come Lankum e Cinder Well, abbiamo iniziato a sperimentare un sound più cupo utilizzando banjo e fisarmonica, con entrambi alla voce. Il risultato ci è piaciuto molto. Ma soprattutto, ci ha dato lo spazio per affrontare attraverso la musica alcune questioni urgenti, in particolare la cascata di crisi ambientali in corso e il futuro preoccupante che ci attende. 

Leggendo qua e là su Internet, ho scoperto che nella lingua proto-finlandese “tuul” significa “vento”. Avete scelto il nome ispirandovi a questa parola o ha un altro significato? E se sì, cosa significa per voi la parola Tüül?

Sì! L’abbiamo presa dal finlandese “tuuli”, che significa proprio “vento”. La parola ci è venuta in mente, ci ha colpito, per così dire, e abbiamo deciso di tenerla. Non c’è un significato più profondo, solo intuizione.

Sul vostro Bandcamp si legge nella biografia che suonate “canzoni da un futuro non troppo lontano…”. Vi va di approfondire il concetto e il significato di questa frase che trovo tanto evocativa quanto attuale? Qual è questo “futuro non troppo lontano” a cui vi riferite e come lo immaginate?

Cantiamo di cose che non fanno ancora parte della nostra vita quotidiana ma che sono già presenti. Il cambiamento climatico e il degrado ambientale non sono preoccupazioni di un futuro lontano; per molte persone, specialmente nel Sud del mondo, sono già una realtà quotidiana. In Occidente, potremmo ancora vivere in un mondo che riesce a tenere questa realtà preoccupante al di fuori dei confini dell’esperienza quotidiana. Ma le crepe in quel muro (a cui si fa riferimento in una delle nostre canzoni) si stanno allargando, accelerate dalla crescente successione di siccità, forti piogge (come nella valle dell’Ahr), ecc. Quindi, anche se i nostri testi possono sembrare descrivere un futuro lontano e apocalittico, la fine di un regime climatico stabile è già qui, con tutti gli effetti sociali e politici che avrà (e che ha già avuto). Stiamo cercando di fare i conti con questa “fine del mondo” e di immaginare cosa ci aspetta dopo.

Dal punto di vista musicale, ciò che mi ha colpito di voi è la combinazione di dark folk, sfumature doom, suoni drone e un’atmosfera con connotazioni apocalittiche. Perché avete deciso di suonare proprio musica folk e quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Perché avete scelto di evocare paesaggi e scenari post-apocalittici e desolati con la vostra musica?

Ci piace molto la direzione che stanno prendendo molti progetti folk attuali, che non si soffermano su un passato immaginario idilliaco, ma si confrontano con le difficoltà della nostra vita quotidiana e affrontano i fantasmi dei sistemi oppressivi ancora in atto, oltre a sperimentare suoni e strumenti tradizionali e moderni. Poiché il presente (delle persone e della collettività) è piuttosto cupo, il dark o il doom folk ci sembrano appropriati. Ma le fisarmoniche sono perfette anche per creare suoni drone.

Leggendo ciò che scrivete e ascoltando i testi delle vostre canzoni, direi che i Tüül sono un progetto fortemente politico, nel senso di essere critici nei confronti del mondo in cui viviamo, della catastrofe ecologico-ambientale causata dalla civiltà capitalista-industriale e dei tempi bui che dovremo affrontare come specie umana in un futuro non troppo lontano. Vi andrebbe di raccontarmi cosa significa per voi parlare di certi temi e se vi sentite una band “politica” in questo senso? Quali sono le vostre idee sul presente e sul futuro di questo pianeta condannato?

Certo, per molti versi la storia che raccontiamo è molto politica, anche se non in modo esplicito. Segue un vagabondo solitario attraverso paesaggi devastati in un contesto post-civiltà immaginario (ma molto reale e attuale, vedi sopra) nell’Europa occidentale settentrionale. Ma tralasciamo molte cose: come la causa (il complesso industriale occidentale) o quali potrebbero essere le soluzioni per andare controcorrente rispetto alla distruzione (una politica dei beni comuni, una politica informata dalla scienza, un’agricoltura rigenerativa come la permacultura e così via). I fatti della crisi ambientale di cui sentiamo tanto parlare a volte nascondono un altro lato, ovvero i sentimenti di dolore, terrore, paura. La storia che volevamo raccontare riguarda molto di più questo aspetto. Abbiamo paura. Facciamo incubi.

Moorland, il vostro ultimo splendido album, è nato proprio da queste riflessioni sulle terre che chiamate casa. Vi va di raccontarci la genesi di questo disco, i temi che avete deciso di affrontare e cosa vi ha influenzato nella scrittura dei brani, sia dal punto di vista personale che da quello più ampio, politico e globale?

Il luogo in cui viviamo (il nord dei Paesi Bassi e la Germania nord-occidentale) non offre un facile attaccamento alla terra. Per gran parte della storia umana, la maggior parte di esso è stato mare o zone umide. Ciò che esiste ora sono vasti deserti agricoli, attraversati da dighe che tengono fuori l’acqua (e che dovranno farlo con crescente urgenza in un futuro non troppo lontano, con l’innalzamento del livello del mare). Il processo di indijking (costruzione di dighe e bonifica dei terreni) è stato, per molti versi, un progetto ecocida, che ha distrutto gran parte degli ecosistemi originari che un tempo prosperavano in questa zona. Ciò rispecchia il drenaggio su larga scala delle zone umide della regione, come il Bargerveen (un tempo una delle zone umide più grandi d’Europa), drenato non solo per l’estrazione della torba, ma anche per creare spazi “ordinati” adatti alla civiltà. L’indijking (come il drenaggio delle zone umide) ha prodotto un paesaggio che, pur apparendo rigoglioso e verde, è in realtà un deserto dal punto di vista della biodiversità. È anche un paesaggio sempre più inadatto alle future condizioni climatiche (particolarmente vulnerabile, ad esempio, alla salinizzazione del suolo). In questi tempi difficili, ciò a cui siamo legati sono le poche zone umide che ancora esistono (“resistono”) e le storie che si raccontano su questi luoghi. Ci sono tante belle storie da raccontare sulle zone umide.

Anche nel vostro precedente lavoro, Dead Wood, emerge un fascino che diventa un’ode alle terre incolte e ai paesaggi abbandonati dalla civiltà umana e che la natura si riprende, in modo selvaggio e inaspettato, contrastando così con la distruzione causata dall’industria e dal capitalismo. Qual è il vostro rapporto con questi spazi incivili e selvaggi? Quale potenziale vedete in questi paesaggi selvaggi abbandonati e riconquistati per immaginare un mondo radicalmente diverso da quello attuale?

Sì, hai ragione! Dead Wood racconta una storia simile ma in qualche modo diversa, quella delle foreste morenti d’Europa, o meglio, delle poche vere foreste che ci sono rimaste. La maggior parte di ciò che oggi chiamiamo bosco è costituito da piantagioni piuttosto che da ecosistemi naturali ricchi di biodiversità. Queste piantagioni, spesso costituite da specie non autoctone a crescita rapida come l’abete di Sitka, l’abete di Douglas e l’abete rosso, sono state piantate per la produzione di legname e per motivi di efficienza economica. Tuttavia, questi alberi sono poco adatti ad affrontare i cambiamenti climatici e sono sempre più vulnerabili alla siccità, alle malattie e ai parassiti. In Germania, ad esempio, vaste monocolture di abeti rossi sono state decimate da infestazioni di coleotteri della corteccia, lasciando dietro di sé resti scheletrici silenziosi, che in un certo senso sono piuttosto belli con i “disegni” dei coleotteri della corteccia su di essi. Da questa morte nasce anche la rara opportunità di spazio per alberi e piante autoctoni.  In Dead Wood, un vagabondo solitario attraversa vasti paesaggi deserti dove questa trasformazione sta lentamente avvenendo, dove le rovine di una civiltà ecocida e una nuova vita coesistono fianco a fianco.

Sia in Moorland che in Dead Wood raccontiamo quindi storie sui paesaggi in cui viviamo. Anche se possono sembrare rigogliosi e piove (ancora) molto, sono vasti deserti verdi. Molte persone sono comunque affezionate a questi paesaggi; pensano che siano belli, e spesso lo pensiamo anche noi. C’è qualcosa di simile a un’analfabetismo ecologico. Non riusciamo più a immaginare come fossero o come siano i paesaggi naturali ricchi di biodiversità. C’è qualcosa di simile a un’amnesia della natura e, anche se cerchiamo di fare meglio, non siamo sicuramente “alfabetizzati”. In questo senso, nei pochi appezzamenti di brughiera e boschi rimasti, troviamo ispirazione per immaginare un mondo diverso.

La musica folk, da quella tradizionale a quella più recente, è sempre stata un mezzo di resistenza, opposizione e cambiamento forte e radicale, non diversamente da quanto hanno fatto la musica e la cultura punk. Qual è il potenziale della musica folk per voi nel 2025? Può fungere da mezzo per affrontare questioni urgenti o per trasmettere alcune idee radicali?

Il folk è fantastico! Come hai notato, è sempre appartenuto al popolo. È una tradizione comunitaria radicata nella condivisione e nella reinterpretazione. Resiste naturalmente all’attenzione dell’industria musicale capitalista per l’individualismo e il commercialismo. Un esempio interessante è Ored Recordings, un’etichetta discografica con un approccio unico alla raccolta delle tradizioni folk. Non solo documenta la musica tradizionale del Caucaso settentrionale, ma si impegna anche nella resistenza culturale, nella conservazione della memoria e nella decolonizzazione in una regione plasmata dal colonialismo russo. La chiamano etnografia punk. Mi piace molto. Lally Macbeth fa qualcosa di simile in The Lost Folk, quando si tratta di raccogliere le tradizioni folk delle isole britanniche. Penso anche che la scena folk anarchica sia un movimento bellissimo che rivendica giustamente il folk come qualcosa di e per i suoi partecipanti, al di fuori dell’egemonia capitalista della cultura musicale mainstream.

L’annuale Anarcha Folk Festival, che si tiene ogni anno in una località diversa, è una prova evidente che una tradizione folk non conservatrice e anticapitalista è ancora molto viva. Questo è particolarmente importante in tempi come questi, in cui abbiamo particolarmente bisogno di comunità che alimentino sia la cultura dell’attivismo che il senso di appartenenza affettiva.

In stretta connessione con la domanda precedente, volevo chiedervi se pensate che si possa parlare di un vero e proprio movimento folk/neofolk di sinistra, anarchico e critico nei confronti del mondo attuale, e se vi sentite parte di tale movimento/scena.

Sembra che sia in crescita! Speriamo di farne parte. Al momento non siamo molto coinvolti a causa della mancanza di risorse, ma ci piace molto ciò che le persone stanno facendo e realizzando in questo momento all’interno di questo movimento.

Quali sono le realtà, i progetti e gli artisti che ritenete più interessanti nell’attuale scena folk/anarcho folk/neofolk? Con quali avete più rapporti e legami, sia personali che musicali?

Siamo particolarmente ispirati dai Lankum, ma ascoltiamo spesso anche artisti come Cinder Well, Byssus, Mama’s Broke, Slack Bird, ØXN e Stick in the Wheel. Non è necessariamente un’influenza per i tüül, ma la band polacca Hanba è fantastica. Anche i Ruen sono un nuovo progetto molto interessante (un membro che conosciamo faceva parte degli Shitfaced Mermaids). Al di là della scena folk, abbiamo anche ottimi rapporti con la comunità antifascista black metal tedesca, in particolare con la band No Sun Rises. Sono musicisti fantastici e persone adorabili. Abbiamo registrato insieme una canzone (“Bury Me”) che appare nel loro ultimo album Harmisod, e siamo davvero orgogliosi del risultato. Grazie a questi contatti, l’anno scorso abbiamo suonato al festival Culthe di Münster, ed è stato fantastico.

Quali sono i progetti futuri dei Tuul? Avete in programma concerti, festival o nuove registrazioni? Quali obiettivi vi siete prefissati per il prossimo futuro?

Siamo davvero entusiasti di suonare all’Anarcha Folk Festival di quest’anno in Galles! Ci sono così tante band fantastiche in programma! Con un bambino piccolo nella nostra vita, il tempo è molto limitato e suonare in un concerto può essere piuttosto complicato. Abbiamo alcune idee per nuove canzoni, quindi speriamo che dopo l’estate avremo un po’ di tempo per lavorarci e, chissà, registrarle in un futuro luminoso e non ancora apocalittico.

L’intervista è finita, ragazzi, grazie ancora per aver dedicato del tempo a rispondere a queste domande. Spero di avervi presto come ospiti qui nel nord Italia per vedervi suonare dal vivo e incontrarvi di persona. Nel frattempo vi lascio questo spazio finale per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente e che desideriate condividere.

Un abbraccio selvaggio

Preservate le paludi! E grazie per il tuo interesse, Stefano!

Tüül – Moorland (2024)

<<Moorland trae ispirazione dalle “unlands” selvagge, quei vasti paesaggi paludosi delle terre basse che chiamiamo “casa”.>> Così ci viene presentato questo secondo album dell’affascinante progetto olandese Tüül, un duo folk composto dal banjo di Johanna Brücher, dalla fisarmonica di Teun Joshua Brandt e dalle loro voci. Johanna e Teun sono una coppia anche nella vita oltre che sul lato musicale e questo si percepisce immediatamente dall’affinità e la complicità con cui si costruiscono e si presentano le cinque composizioni che danno forma a Moorland. L’album, da un punto di vista lirico e concettuale, prende le mosse dalle riflessioni emerse sui territori e sui paesaggi in cui vivono Johanna e Teun; riflessioni che ruotano attorno alla presa di coscienza che questi paesaggi , nel corso del XIX secolo, sono stati trasformati dall’industria agricola in vere e proprie lande deserte, lasciando dietro di sé solamente isolati lembi di brughiera. La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Le sonorità e le armonie create dall’intreccio tra il banjo e la fisarmonica dipingono atmosfere desolanti e sofferte ma che lasciano sempre intravedere uno spiraglio di luce, una crepa in cui germoglia l’erbaccia che rivendica la sua esistenza in un mondo completamente addomesticato, assoggettato alla logica del controllo e dell’utilitarismo, così come del mito di un progresso suicida e distopico. E’ un folk dalle tinte oscure e cupe, a tratti apocalittiche, con un particolare gusto per arrangiamenti ambientali, derive doom-drone e armonie che sembrano poterci perseguitare anche dopo aver concluso l’ascolto dell’album. Cinque sono le tappe in cui ci conducono, come dei vagabondi erranti, i Tüül, partendo dall’ammaliante e intensa Bury Me che rimane in testa fin dal primo ascolto, grazie soprattutto alla ripetizione a due voci della formula “don’t you worry…” per gran parte della durata del brano. Musicalmente in Moorland vengono evocati gli spettri di altri progetti folk recenti, da quelli più tradizionali come gli irlandesi Lankum a quelli più legati ad un’etica anarchica e diy come le Cistem Failure, passando per i dischi meno recenti del progetto Cinder Well o degli statunitensi Byssus. Potremmo definire, senza troppi errori, le sonorità costruite dal duo olandese come doom-folk, composizioni che si muovono in bilico tra una leggerezza apparentemente sognante e una desolazione apocalittica e priva di speranze, tra cantilene monotone e lente e passaggi dalle tinte funeree. I ritmi sono sempre rallentati, cadenzati e volutamente ripetitivi per trascinare l’ascoltatore in una sorta di trance sonora che facilità la discesa in paesaggi della mente dominati da lande deserte, paesaggi in rovina, luoghi abbandonati, cercando tra paludi e brughiere immagini reali di vite non-addomesticate e radicalmente diverse.

No Surprises o Pulling Bracken son solamente due delle cinque splendide e intense tappe che ci troveremo ad affrontare durante l’ascolto di Moorland, disco che ascolto dopo ascolto rafforza tutta la sua intensità e bellezza, lasciandoci con una sensazione di spaesamento e decadenza che non spaventa ma nutre un immaginario sempre più concreto di luoghi, spazi e tempi sottratti alla morsa dell’addomesticamento, della civilizzazione e della devastazione ecologica. In definitiva Moorland è il disco che mi ha fatto infatuare dei Tüül e quindi non posso essere totalmente oggettivo nel dirvi che merita ascolti ripetuti e attenti, oltre che di essere diffuso il più possibile. A presto su queste pagine virtuali, forse, arriverà anche un’intervista a Johanna e Teun… quindi tenetevi pronti se volete approfondire le loro idee, riflessioni e influenze musicali e non solo!