Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.