“Sing as loud as you can”, cronache da Folk nell’Orto!

Un anno fa, l’allora nascente collettivo Stinky Tribe riuscì nell’impresa di organizzare nel giro di una settimana una taz totalmente acustica in un boschetto di una sperduta località della provincia ovest di Milano. A distanza di un anno, quello stesso magico collettivo che si fa chiamare tribù che puzza, ha organizzato un’altra situazione folk punk e acustica a pochi metri di distanza da quel boschetto di frassini e robinie. Questa volta la cornice incantevole è stato l’Orto Naturale Comunitario, un orto abbandonato da un paio di anni e riabitato (occupato) dal marzo 2026 che è diventato sia luogo di socialità legato all’agricoltura naturale che a situazioni per sperimentare un modo radicalmente altro di fare comunità e stare insieme. Un orto comunitario chiuso nell’abbraccio di un canaletto e di un torrente, tra orrendi campi coltivati a monocultura, boschetti e un Lazzaretto seicentesco. Un orto comunitario abitato non solo da umani ma anche da altre tribù di animali non umani come ricci e aironi, rane e conigli. Un orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune autogestito lontano da concetti deleteri di proprietà privata, di gerarchia e di permessi burocratici tipici della nostra deleteria cultura dello Stato e del Capitale.

In questa cornice unica, Stinky Tribe ha avuto la folle e ardita idea di organizzare l’ultima data (di giovedì!) del tour dei Kraaklustig, collettivo anarcho folk proveniente dai Paesi Bassi in giro per l’Europa per raccogliere fondi a favore delle persone trans detenute in carcere. A supporto di questo grandioso gruppo di esseri umani, hanno suonato altrettante belle persone che rispondo al nome di Italo Goto, Lost Harvest Brigade e gli stupendi membri della tribù che puzza noti come Sally and the mystical Seafloor.

Prima della musica però c’è stato un momento di fondamentale importanza perché l’anarcho folk è anche e soprattutto politico. I Kraaklustig infatti hanno tenuto una chiacchierata sul tema delle persone trans in carcere, specialmente una loro cara amica conosciuta a Berlino per cui stanno raccogliendo fondi. La chiacchierata è iniziata in una maniera unica che ha rotto quel rischio di renderla un momento frontale e verticale; siamo infatti stati invitati dai Kraaklustig a cantare tutti insieme il ritornello di Immigration Van, canzone del duo anarcho folk inglese Ancient Hostility, un canto di resistenza che ci esorta ad usare la nostra voce dinanzi alle ingiustizie a cui assistiamo e che viviamo quotidianamente nel peggiore dei mondi possibili. La chiacchierata è stata per fortuna molto partecipata e attiva e sono stati tantissimi i contatti raccolti per supportare le persone trans in galera, da avvocati a reti di solidarietà transfemminista, passando per collettivi, spazi politici, ecovillaggi e molto altro.

Che dire della serata? Un concerto intimo, con una quarantina di persone giunte in provincia, in un luogo sconosciuto lontano dalla metropoli milanese, per supportare le band e il benefit, in un’atmosfera che definire magica sarebbe al contempo banale ma estremamente preciso e corretto. La serata si è aperta con il cantautorato esistenziale del menestrello Italo Goto, autore di canzoni uniche nel loro genere accompagnate solo dalla sua voce e la sua chitarra acustica. Uno stile personalissimo e sicuramente straniante, tanto nel suo modo di cantare che di suonare che rigetta la tecnica dell’arpeggio, ma che ha catturato l’interesse dei presenti tutti e tutte molto attenti. E poi ha anche suonato una cover di Patricia Ama il Cobra a Sette Teste dei Kalashnikov, cosa potevamo volere di più?

A seguire ci hanno pensato Aurora e Sasha in arte Sally and the mystical Seafloor a fare cantare e salire la presa bene, con il loro originalissimo modo di intendere e suonare il folk punk, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Washboard, kazoo, chitarra acustica e due voci, una più dolce e l’altra più grunge, per un set che ha fatto cantare i presenti in un clima veramente disteso, di gioia diffusa e di affetto per queste due belle personcine. E poi hanno anche fatto una cover di Celentano, cosa potevamo chiedere di più? C’è poco altro da aggiungere se non: “Smegma piscia, accipicchia!”

È arrivato poi il momento tanto atteso da tutti e tutte, quello dei Kraaklustig. L’atmosfera si è fatta immediatamente più seriosa e a tratti ritualistica, per accompagnare i 6 bardi olandesi e la loro formula anarcho folk che pesca tanto da sonorità doom quanto da quelle crust. Armati di violini, contrabbasso, bodhran, banjo, fisarmonica e chitarra acustica, i Kraaklustig hanno dato vita ad un set indimenticabile, tanto ipnotico quanto incantato. Accompagnati in sottofondo da un concerto di cicale, rane e assioli che abitano nei pressi dell’orto, la loro musica si è inserita perfettamente nel luogo come se ne facesse parte da sempre e fosse radicata lì tanto quanto una robinia o una cespica. La loro musica e le loro voci hanno evocato in maniera vivida un insieme di emozioni che spaziano dalla rabbia alla frustrazione, dalla speranza alla malinconia, riuscendo a rendere tangibile un senso comunitario di affrontare questi sentimenti e queste tensioni. Una musica che suona attuale e originale pur mantenendo un legame con l’attitudine antica della musica popolare, ovvero un attitudine di lotta, resistenza, autogestione e comunità. Per farvi capire la qualità della musica suonata dai Kraaklustig non posso che citando un amico anarchico ad un altro recente concerto folk punk: “mi ero dimenticato cosa significasse ascoltare qualcuno che sa davvero suonare e cantare.” Momento e atmosfera che sto facendo fatica a descrivervi a parole, ma può venirci in aiuto un messaggio che ho ricevuto durante il concerto: “sto ascoltando seduta sulla paglia, che magia!“. Che dire se non un grande grazie ai Kraaklustig?

Kraaklustig

A concludere questa serata incredibile e accompagnarci verso le meritate sacre nanne ci ha pensato la compagine bolognese meglio nota come Lost Harvest Brigade, venuti a suonare in formazione ridotta ma con un’attitudine e una voglia di fare parte della situazione da fare invidia a moltissimi. Presenti in versione trio, la brigata seppur dimezzata ha comunque offerto strimpellate originali e cover che hanno fatto la gioia di tutti e tutte, tra citazioni ai Blackbird Raum e altre canzoni a base di fisarmonica, banjo e washboard. I nostri tre menestrelli del cuore sarebbero potuti andare avanti ore accompagnati dall’oscurità della notte, dalla luce della luna e dalla compagnia delle cicale, se non fosse stato per le corde del banjo che han deciso di ammutinarsi e rompersi sul finale. Per fortuna una nobile anima della tribù che puzza aveva con sé il suo personale mini banjo che ha prontamente prestato ai Lost Harvest Brigade, permettendo loro di strimpellare ancora un paio di brani prima di spedirci tutti a letto.

Senza palco, suonando in piedi tra le persone sedute per terra sull’erba, quella di Folk nell’Orto è stata la quintessenza di cosa significa suonare musica folk: in maniera orizzontale, dalla gente per la gente tra la gente, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta è più labile di quanto si potrebbe pensare, in un contesto realmente comunitario, autogestito e solidale, legati alla Terra e immersi nella natura, fuori dai tentacoli delle metropoli e dalla sua distopia di cemento, lontani da una socialità mediata dal denaro, dal consumo e dal profitto. Con un po’ di romanticismo, quella sera ha preso forma ciò che da un po’ di tempo mi piace definire anarchia rurale, un concetto che forse prima o poi cercherò di spiegare meglio, ma che, sono sicuro, i e le presenti alla serata abbiano toccato con mano, visto con gli occhi e sentito nel cuore.

Viva sempre il folk e l’anarchia, viva l’Orto Naturale Comunitario ma soprattutto viva il collettivo Stinky Tribe!

Folk nell’Orto!

Stinky Tribe ritorna con un nuovo raduno di creature magiche, strambi personaggi e animaletti del sottobosco, pronti a sopravvivere tutti insieme a questa ennesima estate terribile a colpi di folk punk e anarcho folk!
Strimpellate acustiche nell’orto con:

Kraaklustig, collettivo anarcho doom folk in tour dall’Olanda
Sally and the mystical seafloor, sappy sottobosco folk punk duo che farà il release party del loro nuovo album!
Lost Harvest Brigade, sgangherato gruppo folk punk da Bologna
Italo Goto, poesie esistenziali solo voce e chitarra

Dove? all’Orto Naturale Comunitario, nel parco del Lazzaretto di Lainate (Milano)
Quando? Giovedì 23 luglio, concerti a partire dalle 19.

Alle 18 si inizierà con una chiacchierata collettiva sui e sulle prigioniere trans perché i Kraaklustig sono in tour per raccogliere fondi a sostegno delle loro spese legali.

Cibo e beveraggio bellavita, porta quello che vorresti trovare e condividilo.
Post serata jam acustica, porta il tuo strumento e suoniamo insieme!

Maggiori info sul luogo, parcheggi, entrate del parco sul canale telegram Stinky Tribe.

Rispetta l’orto e i suoi abitanti, umani e non umani e portati via la spazzatura!

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Giz Medium – More songs about plantsitting (2026)

In un domenica di agosto di più di dieci anni fa, uno sconosciuto menestrello anarcho punk fece la sua apparizione in Casa Occupata Gorizia a Milano, in una delle poche situazioni folk punk organizzare dalla scena hardcore e DIY milanese nel corso degli anni. Questo menestrello di nome Giz Medium originario di Marsiglia, in questi ultimi dieci anni non ha smesso di comporre, scrivere e strimpellare e per fortuna a febbraio di quest’anno ha pubblicato un nuovo album dal titolo More songs about plantsitting, una cassettina autoprodotta di puro, semplice e immediato anarcho folk punk che prosegue nel discorso lirico-poetico-politico e musicale tracciato dal precedente Promance del 2019.

Nelle note che accompagnano l’album, Giz descrive questo nuovo lavoro come un inizio e una fine allo stesso tempo, otto nuove canzoni che nascono da una presa di coscienza che in questi anni nulla è cambiato in senso rivoluzionare a livello personale e globale e perciò da un senso profondo di disillusione, smarrimento e paralisi nei confronti dell’esistente. Affondando le radici in questo substrato di emozioni, le canzoni potrebbero sembrare una raccolta di inni depressi e malinconici; ma questo non è del tutto vero, perchè dai testi così come dal coinvolgimento con cui Giz interpreta i brani si sente un forte bisogno e desiderio di invertire la rotta di questo mondo in cui c’è una reale mancanza di comunicazione tra persone, per costruire/coltivare comunità che possano aiutarci a prendere atto che non abbiamo bisogno della polizia, dei governi, dei padroni per vivere una vita radicalmente diversa, per stare bene insieme e prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene. Questo anelito di libertà e comunità nasce proprio da quelle stesse emozioni di sconforto e impotenza che tutti noi viviamo quotidianamente trovandoci ad affrontare un mondo e un sistema che sempre di più si mostra invivibile, ingiusto, alienante e violento. Sono canzoni che nascono anche e soprattutto dall’intimo e profondo bisogno di costruire l’anarchia nel qui e ora che Giz sente da sempre e di cui non ha mai fatto mistero nel corso degli anni.

Anche per questo desiderio viscerale libertario, More songs about plantsitting è in tutto e per tutto un disco anarcho folk che abbraccia influenze musicali capaci di spaziare dall’anarcho punk a certe tendenze emo-folk recenti, in equilibrio perfetto tra Pat the Bunny e Pigeon Pit. Ogni singola canzone dell’album è allo stesso tempo un manifesto personale e politico, un racconto quotidiano di emozioni comuni, di demoni irrisolti, sogni spezzati così come di speranze incendiarie e ardenti tensioni di rivolta; canzoni da ascoltare e cantare insieme alle persone, agli amici, ai compagni a cui vogliamo bene e con cui cerchiamo di difenderci dagli orrori perpetrati dal cosidetto migliore dei mondi possibili. Giz si dimostra un perfetto bardo nel suo raccontare esperienze personali e al tempo stesso collettive con immediatezza e sincerità, grazie alla sua voce e alla sua chitarra che riescono a costruire atmosfere anche malinconiche e rabbiose con cui è immediatamente facile empatizzare, fare proprie e sentire nel profondo delle viscere.

Siamo stati tutti degli idealisti adolescenti e post-adolescenti anarchici, ma anche se l’insurrezione non è ancora arrivata come ce la sognavamo, noi possiamo e dobbiamo continuare a costruire l’anarchia nelle nostre vite e con le persone che più amiamo e abbiamo vicine. Grazie Giz per questo disco, per queste parole e per questa musica sincere.

I semi nascosti dell’anarcho folk, parte 1

In questi ultimi dieci anni di ascolto variegato e assiduo degli svariati sottogeneri dell’hardcore e del punk, più di una volta mi sono imbattuto in canzoni acustiche e folk totalmente inaspettate poichè suonate da band insospettabili. In questa nuova rubrica voglio quindi parlarvi di questi semi nascosti, ovvero canzoni ascrivibili al più ampio contesto dell’anarcho folk contemporaneo per sonorità, testi, etica e attitudine, ma composte da band e collettivi musicali impegnati a suonare generi molto diversi dal folk in tutte le sue incarnazioni. In questa prima parte incontreremo tre canzoni pubblicate nel 1988, una nella scena hardcore italiana e due in quella inglese. Per il folk e l’anarchia, buona lettura!

Capite Damnare – They Say It’s Safe (1988)

They Say It’s Safe è una canzone anarcho-folk dei Capite Damnare, collettivo musicale anarcho punk italiano degli anni 80. Una nenia sabbatica e pagana cantata a cappella dalla sola voce femminile che richiama la tradizione folk irlandese, una maledizione nei confronti del progresso ecocida e della civiltà industriale che distrugge la natura e la Terra, una visione apocalittica di disastro post-nucleare, una poesia dannata e allo stesso tempo un lamento funebre per la natura che sta scomparendo sotto i colpi della civiltà dello sviluppo senza fine, dell’artificializzazione e del profitto. Un urlo disperato e rabbioso contro l’avanzata dell’energia nucleare, che all’epoca sembrava ineluttabile e veniva spacciata come una soluzione sicura.

Una sofferta ma lucida disamina di ciò che oggigiorno è sempre più evidente, ovvero che la soluzione per invertire la rotta della devastazione ecologica non risiede in un numero sempre maggiore di interventi tecno-industriali (le luci artificiali come metafora nel testo), ma forse nell’accettare di illuminare l’oscurità della notte con le flebili fiammelle di una candela. La Terra sta urlando, sta a noi ascoltare questo grido e farlo nostro, diventando guerrieri e guerriere per la liberazione totale e la fine della civiltà capitalista.

Perchè tanta gente non sente il pericolo? Il mio cuore è pieno d’ansia per la natura e per l’umanità, per il mio futuro bambino che cresce dentro di me.

Sore Throat – A Bow to a Capital (1988)

Nel 1988 i Sore Throat, band appartenente alla scena hardcore punk inglese più estrema e politica, pubblicano un album monolitico come Unhindered by Talent che diventerà poi una pietra miliare di generi come il grindcore, il powerviolence e il crust. Tra le 52 canzoni che compongono l’album, fa capolino verso la fine una canzone che sembra totalmente fuori posto per atmosfera e sonorità in un disco che è a tutti gli effetti un manifesto di estremismo sonoro per l’epoca. Stiamo parlando della splendida A Bow to Capital, ballad folk che si muove in bilico tra le tradizionali canzoni di protesta e la musica popolare britannica. La versione dei Sore Throat è da brividi, non tanto per la qualità tecnica dell’esecuzione ma per il sentimento con cui vengono cantate le liriche del brano e l’attitudine anarchica della band di Huddersfield, caratteristiche che la rendono una ballata straziante ma al contempo ispirante, piena di rabbia incendiaria; una ballata che si inserisce perfettamente nella tradizione della musica di protesta tipica della working class inglese.

Ma per quanto splendida, si tratta di una cover e non di un inedito; difatti l’originale fu scritta e registrata nello stesso anno dal cantautore Pete Pax e pubblicata nel suo album per nulla politico dal titolo A Jerk-Off in the Face of Capital. Non saprei scegliere quale delle due preferisco, ma sicuramente la versione dei Sore Throat è quella che mi ha spiazzato di più la prima volta che mi ci sono imbattuto. Un brano che nelle diverse strofe se la prende in maniera feroce contro il sistema capitalistico, sottolineando gli orrori e le violenze quotidiane che esso perpretrata ai danni degli ultimi, degli oppressi e della classe lavoratrice in generale. Anziani, madri, malati e uomini e donne che vivono in condizioni di povertà, di dipendenze, di violenze o di marginalità, sacrificati sull’altare del profitto da uno Stato che è primo complice del Capitale. Ma se il potere ci vuole inginocchiati e striscianti, il testo ci indica la via da seguire: i potenti e i padroni dovranno pagare per tutta la sofferenza e l’alienazione inflitta.

In this country of blood and steel
Where capitol makes us crawl and kneel
To a pain we were never ever taught to feel

i Sore Throat come si disegnavano loro stessi nel 1988

Chumbawamba – The Diggers Song (1988)

Negli anni Ottanta i Chumbawamba erano sicuramente una delle incarnazioni più originali ed uniche partorite dalla florida scena anarcho punk britannica. Suonavano quello che volevano e come volevano, non limitandosi agli stilemi del genere punk dell’epoca ma pescando a piene mani da differenti influenze e trovando intuizioni personali per sviluppare le loro sonorità. Nel 1988 tutto questo si incarna nella pubblicazione di un disco clamoroso come English Rebel Songs 1381-1984, una raccolta di canzoni e ballate di protesta che copre quasi sette secoli di storia ribelle e musica folk britannica, dedicato a tutti coloro che in ogni epoca storica hanno vissuto l’oppressione sul territorio inglese. The Diggers Song è forse la canzone più famosa, scritta e composta nel diciassettesimo secolo e attribuita a Gerrard Winstanley, leader delle rivolte e delle proteste dei Diggers del 1649. Il testo di questa ballata folk fu pubblicato solamente nel 1894 dalla Camden Society.

Il movimento dei Diggers utilizzò le rivolte e le proteste contro i padroni e i ricchi con l’obiettivo di ottenere il libero accesso alla terra e ai beni comuni. Per fare questo i Diggers non si fecero scrupoli nell’occupare i terreni un tempo comuni che erano stati privatizzati e recintati per lavorarli insieme, senza padroni nè servi, in una forma arcaica di socialismo agrario. Una canzone che i Chumbawamba hanno deciso di riproporre per la sua forza nello smuovere le coscienze e la sua attualità, nonchè per sottolineare una continuità di istanze e lotte comuni a tutti gli oppressi della Storia. Come sottolinea la band inglese nelle note della canzone nell’album, la rivolta dei Diggers dovrebbe insegnarci prima di tutto che un’alternativa di vita non è solo possibile ma anche l’unica per opporsi alla continua rapina e allo sfruttamento imposti dal Capitalismo.

Perchè combattere contro i padroni e i ricchi che limitano sempre di più i nostri spazi di autonomia, che ci opprimono e sfruttano è un impegno da portare avanti con decisione soprattutto nel qui e ora. Facciamo come i Diggers allora, costruiamo l’anarchia rurale e l’autogestione delle nostre esistenze senza padroni e governanti.

With spades and hoes and ploughs, Stand up now, stand up now

With spades and hoes and ploughs, Stand up now

Your freedom to uphold, Seen Cavaliers are bold

To kill you if they could And rights from you to hold

Ancient Hostility – Sing As Loud As You Can (2025)

Canta più forte che puoi. Questo il titolo del primo disco degli Ancient Hostility pubblicato lo scorso anno. Non solo un titolo, perchè la scelta di usare questa frase sembra più un invito a chi ascolta e un chiara presa di posizione. Difatti il duo inglese formato da Simon Barr dei Dawn Ray’d (defunta band black metal) e Ash Ludd degli All in Vain (anarcho folk punk) non nasconde le proprie radici profondamente ancorate nella storia del pensiero e della lotta anarchica; proprio per questo un titolo come Sing As Loud As You Can appare non solo ovvio e sensato ma anche come una chiamata alle armi per non restare in silenzio dinanzi alle ingiustizie e usare la propria voce come un arma contro ogni forma di oppressione che vediamo attorno a noi quotidianamente. Anche il nome stesso scelto da Simon e Ash sembra voler richiamare un sentimento di ostilità nei confronti dei ricchi, dei potenti e degli oppressori più antico ancora della filosofia anarchica, come quello radicato nelle lotte contadine durante la Guerra Civile inglese del 1600 o altri esempi simili di insubordinazione e rivolta di cui è disseminata la storia fin da quando esistono i padroni e gli sfruttati.

Sul lato musicale la proposta degli Ancient Hostility si caratterizza per una riproposizione del canto folk tradizionale, tanto che grandi protagoniste dell’intero album sono le due voci e il loro canto armonico, inframezzate da brevi momenti in cui fanno capolino la concertina e il violino, unici due strumenti suonati nelle varie canzoni in grado di donare maggiori sfumature alla proposta del duo di Liverpool attraverso sonorità di matrice drone folk. In questo minimalismo sonoro costruito sapientemente dalla concertina e dal violino, oltre che dal canto polifonico di Simon e Ash, si possono quindi sentire tanto le influenze della musica folk popolare britannica quanto la riscoperta folk del revival anni sessanta. La scelta di ripercorrere la tradizione del canto folk armonico è stata intrapresa non in un’ottica di nostalgia del passato, ma come strumento per rafforzare la diffusione di messaggi di lotta e resistenza nel qui e ora in una maniera accessibile e riconoscibile. Il passato e la tradizione visti quindi non come mezzi reazionari, ma come messaggeri di storie ed eventi che possono indicarci la via da seguire per continuare a lottare e camminare in una lunga tradizione di resistenze e insurrezioni.

Alcune canzoni come Hammer assomigliano a delle vere e proprie ballate della tradizione folk inglese, anche se poi nel testo si sviscera tutta l’originalità, l’urgenza e l’attualità del messaggio che il duo britannico vuole diffondere: l’odio nei confronti degli oppressori, la violenza dello Stato, la solidarietà tra gli oppressi e gli ultimi che diventa un’arma di resistenza e un sentiero da percorrere per organizzare l’offensiva. In Immigration Van invece il tema centrale è l’immigrazione e la solidarietà nei confronti di persone reali che hanno vite segnate da sogni infranti, speranze, violenze subite e difficoltà materiali che troppo spesso vengono rappresentate solamente come minaccia dalla propaganda reazionaria, fascista e razzista da un lato e come un numero da gestire per le politiche migratorie degli Stati nazione dall’altro. Accanto ai brani più politici e radicali, trovano spazio anche liriche dalla vena più intima e personale come Leaving, in cui si parla di relazioni umane, di sentimenti come l’amore e delle emozioni contrastanti che esso crea, specialmente quando si rischia di farsi del male provando a volersi bene. In un album intenso e sfaccettato come Sing As Loud As You Can, c’è spazio anche per la rivisitazione di Police Patrol, una canzone antimilitarista e contro la polizia, scritta dall’artista revival folk Bob Davenport nel 2005.

Un album che nella sua interezza e nel suo alternarsi tra emozioni di rabbia e tristezza, di tensioni rivoltose e lacrime amare, è allo stesso tempo profondamente personale e radicalmente politico. Gli Ancient Hostility ci invitano così non solo a gridare a gran voce la nostra voglia di resistere e opporci agli orrori perpetuati quotidianamente dallo Stato e dal Capitalismo, ma anche a renderci conto che veramente la solidarietà è l’arma più importante che abbiamo come oppressi per mettere davvero in pratica una vita radicalmente diversa. E allora mentre di questo mondo iniziamo a vederne le macerie, torniamo liberi e selvaggi nelle piazze, torniamo a ballare insieme alla luce di un falò in nome dell’anarchia!

Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!

Yanka Dyagileva – Продано! / Sold! (1989)

A 24 anni deve essere difficile essere una cantautrice punk anarchica in un Unione Sovietica al tramonto e accompagnarti a personaggi istrionici come Egor Letov. Nel maggio del 1991 esci per una passeggiata e una sigaretta nell’immensità desolante e sublime del paesaggio siberiano e non fai più ritorno. Otto giorni dopo il tuo corpo viene ritrovato senza vita nel fiume Inya e nessuno ancora sa con certezza se la tua morta sia stata un incidente, un suicidio legato alle tue tendenze depressive o un omicidio di Stato. Il tuo nome era Yanka Dyagileva e risuona ancora nel vento che ulula per le steppe della Siberia, come un fantasma che non trova pace e minaccia di tormentare i vivi.

Tre anni prima della sua morte, Yanka pubblicava il suo album acustico intitolato Продано (Venduto!, in italiano), registrato interamente in un’appartamento con sole voce e chitarra acustica e distribuito illegalmente in pochissime copie, in un periodo in cui l’underground musicale sovietico era obbligato a vivere ancora in clandestinità. Un album manifesto non solo della poetica e della politica di Yanka, ma anche di un modo del tutto unico e irripetibile di essere anarchici e punk in uno degli stati più totalitari, repressivi e sorveglianti mai esistiti. Un album che è un manifesto anarchico e nichilista, ma allo stesso tempo intimista, pessimista, rabbioso e disicantato, come solo i grandi dischi di musica folk sanno essere. Non è sicuramente un disco allegro, visti anche i temi ricorrenti della poetica di Yanka: disillusione, depressione, malessere e disperazione la fanno da padrone in quasi la totalità delle composizioni presenti nell’album e l’intreccio della sua voce e della sua chitarra sanno come evocare perfettamente queste emozioni in chi ascolta.

Musicalmente si potrebbe accomunare lo stile di Yanka Dyagileva a quello di altre grandissime cantautrici controculturali come Patti Smith o Janis Joplin; se sicuramente da un lato c’è un’influenza di certo folk-rock occidentale sessantiano-settantiano, dall’altro la componente folk di matrice russa è centrale e dona un’identità unica alle composizioni della cantautrice siberiana. Identità rafforzata anche dallo stile poetico delle sue liriche, in un equilibrio perfetto tra un’intimità urgente e dirompente, un dolce nichilismo, un rabbioso orgoglio e un pessimismo aggressivo quanto seducente, il tutto avvolto da un manto nero che evoca certe tensioni dell’anarcho punk più cantautoriale britannico e una generale anedonia di fondo. Forse con un po’ di banalità ma altrettanta precisione si potrebbe descrivere la poetica di Yanka con il titolo di una sua stessa canzone, forse una delle più belle e intense: Il mio dolore è luminoso.

In un album come Продано non c’è nulla di punk nel senso stretto del termine, per lo meno dal punto di vista musicale. Ma la musica di Yanka è radicalmente e profondamente punk tanto per le tematiche trattate quanto per le atmosfere ed emozioni evocate, che non possono non far pensare alla disillusione nichilista del primo movimento punk nei confronti di un futuro che non esisteva più e di una condanna ad una vita priva di gioia e significato. Ma è anche questa immediatezza espressiva e questa urgenza comunicativa, accompagnata solamente dalla sua voce imperfetta quanto incantevole e dalla semplicità di accordi e melodie della sua chitarra acustica a sottolineare un’attitudine visceralmente punk, per cui il messaggio ha sempre più importanza della tecnica esecutiva.

Tirando le somme e senza nascondere un profondo legame affettivo che mi lega a questo disco e alla figura di Yanka Dyagileva, quello che più di tutto rimane dopo l’ascolto (svariati ascolti, per meglio dire) di un album come questo è l’estrema autenticità delle emozioni messe in musica e della persona che è stata Yanka fino alla fine dei suoi giorni e l’urgenza con cui ci parla del personale e del politico ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni. Un album e una cantautrice che a mio parere hanno influenzato inconsciamente moltissimo quel movimento musicale contemporaneo che ci piace definire anarcho-folk o folk punk.

Il sole dell’avvenire è tramontato per sempre sull’impero sovietico, ora è il nostro dolore a splendere luminoso nella notte buia di questi tempi senza futuro.

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



di Muschio e Pietra

Mesi, mesi e mesi ancora di ragionamenti e finalmente qualcosa sta prendendo forma (per ora virtuale, per lo meno…)!

Di Muschio e Pietra (in lingua originale “de musgo e pedra“) è il titolo di una canzone del gruppo folk galiziano Sangre de Muerdago.
Ma è anche il nome scelto per questo nuovo progetto sulla musica folk che in origine avrebbe dovuto assumere la forma di fanzine cartacea. La pubblicazione del primo numero avrebbe dovuto vedere la luce a Settembre ma visto che i tempi si sono dilatati e non mi piace l’idea di far prendere polvere a questo progetto e ai contenuti già pronti per essere pubblicati, ecco che nasce questo blog.

La scelta di utilizzare questo titolo come nome della zine non è solo per omaggiare il gruppo Galiziano ma anche per la portata evocativa che hanno le parole muschio e pietra, rimandando ad una dimensione più selvatica e rurale, lontana dalla distopia del capitalismo urbano-metropolitano e dai suoi orrori quotidiani.
Per dirla ancora con le parole dei Sangre de Muerdago: <<moriranno le fabbriche, rimarranno le pietre>>.

Di Muschio e Pietra tratterà principalmente di musica folk in tante sue sfaccettature, da quelle legate al punk e alla scena anarcho a quelle più vicine al neofolk. Lo sguardo sarà sempre puntato verso tutti quegli artisti, progetti, collettivi e gruppi che trattano tematiche affini ad un certo modo critico di intendere l’esistente e che suonano la musica folk con una attitudine ribelle, anarchica e selvatica.

L’idea di questa fanzine ha come principali fonti di ispirazione l’Anarcha Folk Festival, un festival nomade ed itinerante di musica folk anarchica che ha avuto svariate edizioni nel corso degli anni in diversi paesi europei, il concerto dei Ruen e dei Salivation avvenuto a luglio scorso in SOS Fornace e la nascita del collettivo anarcho folk punk Stinky Tribe.

Lontani dai tentacoli della civiltà del profitto e dalle sue roccaforti di cemento e acciaio, l’anarchia rurale è possibile dove l’aria profuma di muschio e i piedi possono poggiare sulla nuda pietra. Dove possiamo cospirare i nostri sogni sotto le stelle, mentre l’impero crolla.

Il bellissimo logo è opera di whitefishbone_, seguitela e supportatela!

Per il folk e l’anarchia, per il muschio e la pietra!