“Sing as loud as you can”, cronache da Folk nell’Orto!

Un anno fa, l’allora nascente collettivo Stinky Tribe riuscì nell’impresa di organizzare nel giro di una settimana una taz totalmente acustica in un boschetto di una sperduta località della provincia ovest di Milano. A distanza di un anno, quello stesso magico collettivo che si fa chiamare tribù che puzza, ha organizzato un’altra situazione folk punk e acustica a pochi metri di distanza da quel boschetto di frassini e robinie. Questa volta la cornice incantevole è stato l’Orto Naturale Comunitario, un orto abbandonato da un paio di anni e riabitato (occupato) dal marzo 2026 che è diventato sia luogo di socialità legato all’agricoltura naturale che a situazioni per sperimentare un modo radicalmente altro di fare comunità e stare insieme. Un orto comunitario chiuso nell’abbraccio di un canaletto e di un torrente, tra orrendi campi coltivati a monocultura, boschetti e un Lazzaretto seicentesco. Un orto comunitario abitato non solo da umani ma anche da altre tribù di animali non umani come ricci e aironi, rane e conigli. Un orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune autogestito lontano da concetti deleteri di proprietà privata, di gerarchia e di permessi burocratici tipici della nostra deleteria cultura dello Stato e del Capitale.

In questa cornice unica, Stinky Tribe ha avuto la folle e ardita idea di organizzare l’ultima data (di giovedì!) del tour dei Kraaklustig, collettivo anarcho folk proveniente dai Paesi Bassi in giro per l’Europa per raccogliere fondi a favore delle persone trans detenute in carcere. A supporto di questo grandioso gruppo di esseri umani, hanno suonato altrettante belle persone che rispondo al nome di Italo Goto, Lost Harvest Brigade e gli stupendi membri della tribù che puzza noti come Sally and the mystical Seafloor.

Prima della musica però c’è stato un momento di fondamentale importanza perché l’anarcho folk è anche e soprattutto politico. I Kraaklustig infatti hanno tenuto una chiacchierata sul tema delle persone trans in carcere, specialmente una loro cara amica conosciuta a Berlino per cui stanno raccogliendo fondi. La chiacchierata è iniziata in una maniera unica che ha rotto quel rischio di renderla un momento frontale e verticale; siamo infatti stati invitati dai Kraaklustig a cantare tutti insieme il ritornello di Immigration Van, canzone del duo anarcho folk inglese Ancient Hostility, un canto di resistenza che ci esorta ad usare la nostra voce dinanzi alle ingiustizie a cui assistiamo e che viviamo quotidianamente nel peggiore dei mondi possibili. La chiacchierata è stata per fortuna molto partecipata e attiva e sono stati tantissimi i contatti raccolti per supportare le persone trans in galera, da avvocati a reti di solidarietà transfemminista, passando per collettivi, spazi politici, ecovillaggi e molto altro.

Che dire della serata? Un concerto intimo, con una quarantina di persone giunte in provincia, in un luogo sconosciuto lontano dalla metropoli milanese, per supportare le band e il benefit, in un’atmosfera che definire magica sarebbe al contempo banale ma estremamente preciso e corretto. La serata si è aperta con il cantautorato esistenziale del menestrello Italo Goto, autore di canzoni uniche nel loro genere accompagnate solo dalla sua voce e la sua chitarra acustica. Uno stile personalissimo e sicuramente straniante, tanto nel suo modo di cantare che di suonare che rigetta la tecnica dell’arpeggio, ma che ha catturato l’interesse dei presenti tutti e tutte molto attenti. E poi ha anche suonato una cover di Patricia Ama il Cobra a Sette Teste dei Kalashnikov, cosa potevamo volere di più?

A seguire ci hanno pensato Aurora e Sasha in arte Sally and the mystical Seafloor a fare cantare e salire la presa bene, con il loro originalissimo modo di intendere e suonare il folk punk, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Washboard, kazoo, chitarra acustica e due voci, una più dolce e l’altra più grunge, per un set che ha fatto cantare i presenti in un clima veramente disteso, di gioia diffusa e di affetto per queste due belle personcine. E poi hanno anche fatto una cover di Celentano, cosa potevamo chiedere di più? C’è poco altro da aggiungere se non: “Smegma piscia, accipicchia!”

È arrivato poi il momento tanto atteso da tutti e tutte, quello dei Kraaklustig. L’atmosfera si è fatta immediatamente più seriosa e a tratti ritualistica, per accompagnare i 6 bardi olandesi e la loro formula anarcho folk che pesca tanto da sonorità doom quanto da quelle crust. Armati di violini, contrabbasso, bodhran, banjo, fisarmonica e chitarra acustica, i Kraaklustig hanno dato vita ad un set indimenticabile, tanto ipnotico quanto incantato. Accompagnati in sottofondo da un concerto di cicale, rane e assioli che abitano nei pressi dell’orto, la loro musica si è inserita perfettamente nel luogo come se ne facesse parte da sempre e fosse radicata lì tanto quanto una robinia o una cespica. La loro musica e le loro voci hanno evocato in maniera vivida un insieme di emozioni che spaziano dalla rabbia alla frustrazione, dalla speranza alla malinconia, riuscendo a rendere tangibile un senso comunitario di affrontare questi sentimenti e queste tensioni. Una musica che suona attuale e originale pur mantenendo un legame con l’attitudine antica della musica popolare, ovvero un attitudine di lotta, resistenza, autogestione e comunità. Per farvi capire la qualità della musica suonata dai Kraaklustig non posso che citando un amico anarchico ad un altro recente concerto folk punk: “mi ero dimenticato cosa significasse ascoltare qualcuno che sa davvero suonare e cantare.” Momento e atmosfera che sto facendo fatica a descrivervi a parole, ma può venirci in aiuto un messaggio che ho ricevuto durante il concerto: “sto ascoltando seduta sulla paglia, che magia!“. Che dire se non un grande grazie ai Kraaklustig?

Kraaklustig

A concludere questa serata incredibile e accompagnarci verso le meritate sacre nanne ci ha pensato la compagine bolognese meglio nota come Lost Harvest Brigade, venuti a suonare in formazione ridotta ma con un’attitudine e una voglia di fare parte della situazione da fare invidia a moltissimi. Presenti in versione trio, la brigata seppur dimezzata ha comunque offerto strimpellate originali e cover che hanno fatto la gioia di tutti e tutte, tra citazioni ai Blackbird Raum e altre canzoni a base di fisarmonica, banjo e washboard. I nostri tre menestrelli del cuore sarebbero potuti andare avanti ore accompagnati dall’oscurità della notte, dalla luce della luna e dalla compagnia delle cicale, se non fosse stato per le corde del banjo che han deciso di ammutinarsi e rompersi sul finale. Per fortuna una nobile anima della tribù che puzza aveva con sé il suo personale mini banjo che ha prontamente prestato ai Lost Harvest Brigade, permettendo loro di strimpellare ancora un paio di brani prima di spedirci tutti a letto.

Senza palco, suonando in piedi tra le persone sedute per terra sull’erba, quella di Folk nell’Orto è stata la quintessenza di cosa significa suonare musica folk: in maniera orizzontale, dalla gente per la gente tra la gente, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta è più labile di quanto si potrebbe pensare, in un contesto realmente comunitario, autogestito e solidale, legati alla Terra e immersi nella natura, fuori dai tentacoli delle metropoli e dalla sua distopia di cemento, lontani da una socialità mediata dal denaro, dal consumo e dal profitto. Con un po’ di romanticismo, quella sera ha preso forma ciò che da un po’ di tempo mi piace definire anarchia rurale, un concetto che forse prima o poi cercherò di spiegare meglio, ma che, sono sicuro, i e le presenti alla serata abbiano toccato con mano, visto con gli occhi e sentito nel cuore.

Viva sempre il folk e l’anarchia, viva l’Orto Naturale Comunitario ma soprattutto viva il collettivo Stinky Tribe!

Folk nell’Orto!

Stinky Tribe ritorna con un nuovo raduno di creature magiche, strambi personaggi e animaletti del sottobosco, pronti a sopravvivere tutti insieme a questa ennesima estate terribile a colpi di folk punk e anarcho folk!
Strimpellate acustiche nell’orto con:

Kraaklustig, collettivo anarcho doom folk in tour dall’Olanda
Sally and the mystical seafloor, sappy sottobosco folk punk duo che farà il release party del loro nuovo album!
Lost Harvest Brigade, sgangherato gruppo folk punk da Bologna
Italo Goto, poesie esistenziali solo voce e chitarra

Dove? all’Orto Naturale Comunitario, nel parco del Lazzaretto di Lainate (Milano)
Quando? Giovedì 23 luglio, concerti a partire dalle 19.

Alle 18 si inizierà con una chiacchierata collettiva sui e sulle prigioniere trans perché i Kraaklustig sono in tour per raccogliere fondi a sostegno delle loro spese legali.

Cibo e beveraggio bellavita, porta quello che vorresti trovare e condividilo.
Post serata jam acustica, porta il tuo strumento e suoniamo insieme!

Maggiori info sul luogo, parcheggi, entrate del parco sul canale telegram Stinky Tribe.

Rispetta l’orto e i suoi abitanti, umani e non umani e portati via la spazzatura!

Grēcīgie Partizāni – Ēnas trokšņo (2024)

Credo sia abbastanza inusuale imbattersi in una band che compie un tour spostandosi principalmente in bicicletta o in autostop per tutta la Lettonia. Ma questo è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni i Grēcīgie Partizāni, gruppo folk punk lettone. Quando vedevo sulla loro pagina instagram gli aggiornamenti del tour, tra foto di loro in bici, accampati in mezzo ai boschi per passare la notte o a suonare a bordo strada, pensavo tra me e me che stessero facendo una cosa tanto folle quanto estremamente divertente. Una scelta che sottolinea l’attitudine fortemente indipendente e votata all’autosufficienza del gruppo, oltre che una certa coscienza ecologica.

Formatosi nel 2021 e guidati dal carismatico frontman Kārlis Pūķis, i Grēcīgie Partizāni si definiscono come un’esnemble di musica folk radicale in bilico tra sonorità popolari-tradizionali e vocazione anarcho-punk rock. Nel 2024 il quartetto lettone pubblica un nuovo disco intitolato Ēnas trokšņo, traducibile come Le ombre fanno rumore, un titolo che spazza via ogni dubbio di trovarsi di fronte ad un disco di folk punk spensierato e leggero. Difatti le sonorità che caratterizzano le tredici canzoni dell’album riescono ad essere immediate pur avvolgendosi di un sottile mantello d’oscurità e inquietudine, trattando tematiche che si concentrano principalmente sul lato oscuro dell’esistenza e dell’animo umano. Ma c’è spazio anche per parlare delle ingiustizie e delle paure, così come della ricerca di libertà e di indipendenza in un senso tanto personale quanto più ampio e politico.

Il tutto viene supportato da una trama sonora in cui convivono il folk punk più classico di stampo americano (Rail Yard Ghosts ma non solo), il sapore rurale e i toni tormentati di certo bluegrass (si ascolti una canzone come Kapsētas blūzs per averne un chiaro esempio), certe remote influenze ascrivibile al vasto contesto gipsy jazz (vengono alla mente i compaesani Rahu the Fool) e addirittura richiami al murder folk più scabroso in una traccia come Sapņu slepkavnieks. Inoltre, vista la mia totale ignoranza in materia, non posso escludere che nella musica dei Grēcīgie Partizāni viva o sopravviva l’influenza della tradizione folk lettone, ma sarei molto felice se fosse così.

Al fianco di Pukis, mente del progetto, polistrumentista poliedrico che si occupa di suonare chitarra e basso così come tramburelli, flauti e xilofono, troviamo la sua compagna di vita Anete (impegnata al basso e al violoncello), Arno (al violino e all’armonica a bocca) e Nauris (il suonatore di banjo del gruppo). Come da tradizione bluegrass e folk punk tutti e quattro si dedicano anche alle parti cantate, con le voci di Pukis e Anete a ricoprire un ruolo da protagoniste e quelle di Arno e Nauris impegnate per lo più nei cori a supporto delle varie composizioni.

Come già ampiamente detto, il folk punk dei partigiani del peccato (questo dovrebbe essere il significato del loro nome) è tutt’altro che allegro e frivolo, anche se non mancano momenti più istintivi e godibili come Ļaunums e Daugavā; la loro musica è un qualcosa di dannato, tormentato e inquieto e allo stesso tempo attraversata da emozioni di malinconia e sconforto, donando ai brani le sembianze di veri e propri sortilegi atti a torturare l’animo degli sventurati ascoltatori di un album come Ēnas trokšņo. Chiaro esempio di ciò brani evocativi e intensi come la stregonesca Sikspārņu ragana e la caoticamente diabolica Purva velns.

C’è poco altro da aggiungere su un album come questo che ci tiene compagnia con un ottimo esempio di folk punk sfaccettato e personale, se non augurarci di vedere presto dal vivo in qualche squat occupato o in qualche bosco i Grēcīgie Partizāni.

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Giz Medium – More songs about plantsitting (2026)

In un domenica di agosto di più di dieci anni fa, uno sconosciuto menestrello anarcho punk fece la sua apparizione in Casa Occupata Gorizia a Milano, in una delle poche situazioni folk punk organizzare dalla scena hardcore e DIY milanese nel corso degli anni. Questo menestrello di nome Giz Medium originario di Marsiglia, in questi ultimi dieci anni non ha smesso di comporre, scrivere e strimpellare e per fortuna a febbraio di quest’anno ha pubblicato un nuovo album dal titolo More songs about plantsitting, una cassettina autoprodotta di puro, semplice e immediato anarcho folk punk che prosegue nel discorso lirico-poetico-politico e musicale tracciato dal precedente Promance del 2019.

Nelle note che accompagnano l’album, Giz descrive questo nuovo lavoro come un inizio e una fine allo stesso tempo, otto nuove canzoni che nascono da una presa di coscienza che in questi anni nulla è cambiato in senso rivoluzionare a livello personale e globale e perciò da un senso profondo di disillusione, smarrimento e paralisi nei confronti dell’esistente. Affondando le radici in questo substrato di emozioni, le canzoni potrebbero sembrare una raccolta di inni depressi e malinconici; ma questo non è del tutto vero, perchè dai testi così come dal coinvolgimento con cui Giz interpreta i brani si sente un forte bisogno e desiderio di invertire la rotta di questo mondo in cui c’è una reale mancanza di comunicazione tra persone, per costruire/coltivare comunità che possano aiutarci a prendere atto che non abbiamo bisogno della polizia, dei governi, dei padroni per vivere una vita radicalmente diversa, per stare bene insieme e prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene. Questo anelito di libertà e comunità nasce proprio da quelle stesse emozioni di sconforto e impotenza che tutti noi viviamo quotidianamente trovandoci ad affrontare un mondo e un sistema che sempre di più si mostra invivibile, ingiusto, alienante e violento. Sono canzoni che nascono anche e soprattutto dall’intimo e profondo bisogno di costruire l’anarchia nel qui e ora che Giz sente da sempre e di cui non ha mai fatto mistero nel corso degli anni.

Anche per questo desiderio viscerale libertario, More songs about plantsitting è in tutto e per tutto un disco anarcho folk che abbraccia influenze musicali capaci di spaziare dall’anarcho punk a certe tendenze emo-folk recenti, in equilibrio perfetto tra Pat the Bunny e Pigeon Pit. Ogni singola canzone dell’album è allo stesso tempo un manifesto personale e politico, un racconto quotidiano di emozioni comuni, di demoni irrisolti, sogni spezzati così come di speranze incendiarie e ardenti tensioni di rivolta; canzoni da ascoltare e cantare insieme alle persone, agli amici, ai compagni a cui vogliamo bene e con cui cerchiamo di difenderci dagli orrori perpetrati dal cosidetto migliore dei mondi possibili. Giz si dimostra un perfetto bardo nel suo raccontare esperienze personali e al tempo stesso collettive con immediatezza e sincerità, grazie alla sua voce e alla sua chitarra che riescono a costruire atmosfere anche malinconiche e rabbiose con cui è immediatamente facile empatizzare, fare proprie e sentire nel profondo delle viscere.

Siamo stati tutti degli idealisti adolescenti e post-adolescenti anarchici, ma anche se l’insurrezione non è ancora arrivata come ce la sognavamo, noi possiamo e dobbiamo continuare a costruire l’anarchia nelle nostre vite e con le persone che più amiamo e abbiamo vicine. Grazie Giz per questo disco, per queste parole e per questa musica sincere.

Sally and the Mystical Seafloor – Le Tre Armi del Mondo (2026)

13 luglio 2025, concerto dei Ruen e dei Salivation nella cornice di SOS Fornace in quel di Rho. A fine serata mi ritrovo a parlare con due giovani creature magiche che sembrano appena fuoriuscite da un sottobosco incantato. Aurora e Sasha i loro nomi, dicono di avere un duo folk punk e mi basta questo per innamorarmi di loro seduta stante. Da quell’incontro magico nella notte estiva rhodense, a distanza di pochi mesi nasce Stinky Tribe, un nuovo collettivo anarcho folk DIY milanese che da allora ha iniziato a spargere il germe puzzolente del folk punk nella scena milanese e in provincia, tra squat malfatti e boschi fatati. Da quel primo incontro avrò visto svariati concerti e strimpellate dei Sally and the Mystical Seafloor (questo lo strambo nome del loro progetto folk punk) e ogni volta sono stati più forti e bravi della volta precedente. Finalmente a Maggio hanno pubblicato il loro nuovo album totalmente autoprodotto dal titolo Le Tre Armi del Mondo, che segue a distanza di un solo anno il già godibile debutto Rubedo Juice.

Eccomi quindi qui a parlarvi di questo nuovo bellissimo disco folk punk italiano di due delle persone più belle e autentiche che ho avuto il piacere di conoscere nell’ultimo anno. Un disco che può vantare brani di impatto immediato come Borgotaro Blue o Sottosale, brani che si stampano in testa dopo mezzo ascolto e che funzionano dalla prima all’ultima nota, dalla prima all’ultima parola cantata, dalla prima all’ultima melodia. Tra Days n Daze, The Hills and the Rivers e Ramshackle Glory, la musica dei Sally and the Mystical Seafloor è immediata, istintiva, melodica e soprattutto profondamente personale al punto che non sarebbe un errore dire che non assomiglia a nient’altro ascoltato in ambito folk punk, né qui né all’estero. Un folk punk che ha in uno dei suoi punti di forza l’alternarsi delle due voci, quella più angelica e dolce di Aurora e quella più grunge e decadente di Sasha. Per quanto ad un primo ascolto la musica dei SATMS può sembrare semplice e di facile ascolto, i loro brani e le loro liriche sono però ricchi di sfaccettature e influenze; si passa infatti da melodie pop punk a soluzioni blues, così come a citazioni alla musica leggera italiana e quelle più tipicamente folk punk a la Days n Daze. Chitarra, washboard, kazoo sono l’equipaggiamento base di Aurora e Sasha, ma tanti altri strumenti (che lascio scoprire al vostro orecchio attento) appaiono nel nuovo album e che conferiscono alle loro nuove otto canzoni ulteriori sfumature, rendendolo più fresche e originali rispetto al passato.

Tra disillusione, intimità, emotività, speranza sogni, ricerca di un senso nella vita, critica sociale e ironia, i testi rimangono a mio parere la parte più importante e divertente della band; per esempio in Borgotaro Blue, con sottile ironia ai limiti del non sense, i nostri magici menestrelli punx del sottobosco danno forma ad una critica nei confronti dei cacciatori mettendoli in ridicolo, tra richiami evidenti alla vita rurale come castagne e salami. In Sottosale, canzone più intima e dolce, l’argomento centrale è la ricerca costante di comprensione delle persone e lo smarrimento che ne segue quando ci si accorge di sentirsi distanti e diversi nel non “aspirare ogni cosa che si respira” nello stesso modo. E poi c’è la hit estiva da festivalbar (se fossimo nei primi anni duemila) Real Trulli Lovers che se all’inizio sembra richiamare un atmosfera da musica country-americana, lascia subito spazio ad un’influenza tanto evidente quanto inaspettata, ovvero Adriano Celentano e allo stesso tempo, nella struttura generale e nello stile quasi rappato delle strofe, sembra un proseguo naturale di Masha and the Mexican Seafood, altra canzone clamorosa apparsa sul loro precedente disco. La musica dei Sally and the Mystical Seafloor è folk punk in un senso classico solamente ad un ascolto distratto e veloce, perchè, come già detto, pur nella loro immediatezza e semplicità, i loro brani sono pieni zeppi di richiami a tradizioni musicali e a generi totalmente non prevedibili. Ne è un esempio perfetto Big Swans Taranta in cui in maniera super funzionante e godibile riescono a rivisitare la tradizione folkloristica della taranta in una chiave fresca e non banale.

Potrei continuare a raccontarvi anche delle altre canzoni che completano Le Tre Armi del Mondo, ma credo che quanto detto finora su questi quattro brani possa bastare per farvi immediatamente correre ad ascoltare l’album dall’inizio alla fine e poi in un loop infinito finchè non vi ritroverete a canticchiarle tutte senza nemmeno più rendervene conto. Viva i Sally and the Mystical Seafloor, viva questi due magici umani membri della tribù che puzza!

Rue Froide – Ce Qui’il Reste (2026)

Clarinetto, banjo, violoncello, chitarra, contrabbasso e flauto traverse che dialogano tra loro e costruiscono trame folk tipiche della tradizione della chanson francese mescolate con un tocco più smaccatamente folk punk e un altro che lambisce territori swing. Tracciati sonori che riportano alla mente uno stile tanto ammaliante quanto immediato, dove a ritagliarsi il ruolo da protagoniste assoluto sono la voce maschile e quella femminile che raccontano storie con una vena poetica tipiche dei cantastorie da taverna o dei bardi da strada. Eccoli allora i Rue Froide, menestrelli francesi che con questo Ce Qu’il Reste arrivano al terzo disco in studio e proseguono nel loro sentiero musicale tanto tradizionale quanto personale ed originale, capaci come sono di reinventare la chanson francese iniettandole dosi massicce di attitudine radicalmente punk. Come dicono loro stessi, e di certo non si smentiscono nelle dodici nuove canzoni presenti su questo album, cantano poesie punk che ruotano attorno a temi come la speranza, la ribellione giocosa, le avventure senza meta e gli amori non corrisposti. Tematiche e argomenti che vengono affrontate con un misto di spensieratezza e spontaneità, gioia e rabbia, malinconia e consapevolezza senza mai eccedere in nessuno dei due estremi. Sul lato delle fonti di ispirazione musicale, durante tutto l’ascolto di Ce Qu’Il Reste sono affiorati alla mia mente gruppi come Tintamare, BGKO, Rail Yard Ghosts e, in maniera ovvia e scontata, la band che più si avvicina allo stile dei Rue Froide, ovvero La Rue Ketanou. Non il solito folk punk quello suonato dai Rue Froide, ma proprio per questo un ottimo lavoro che ha il sapore dell’aria fresca in una stanza che è stata chiusa per troppi anni. Come ci suggerisce la splendida copertina del disco, scegliamo di partire all’avventura per mare o ritroviamoci in comunità rurali stretti alle persone che amiamo. Vi saluto con un consiglio: lasciatevi sedurre da questo album e vi ritroverete facilmente a canticchiare e danzare al ritmo della musica chanson-punk suonata dai Rue Froide!

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



di Muschio e Pietra

Mesi, mesi e mesi ancora di ragionamenti e finalmente qualcosa sta prendendo forma (per ora virtuale, per lo meno…)!

Di Muschio e Pietra (in lingua originale “de musgo e pedra“) è il titolo di una canzone del gruppo folk galiziano Sangre de Muerdago.
Ma è anche il nome scelto per questo nuovo progetto sulla musica folk che in origine avrebbe dovuto assumere la forma di fanzine cartacea. La pubblicazione del primo numero avrebbe dovuto vedere la luce a Settembre ma visto che i tempi si sono dilatati e non mi piace l’idea di far prendere polvere a questo progetto e ai contenuti già pronti per essere pubblicati, ecco che nasce questo blog.

La scelta di utilizzare questo titolo come nome della zine non è solo per omaggiare il gruppo Galiziano ma anche per la portata evocativa che hanno le parole muschio e pietra, rimandando ad una dimensione più selvatica e rurale, lontana dalla distopia del capitalismo urbano-metropolitano e dai suoi orrori quotidiani.
Per dirla ancora con le parole dei Sangre de Muerdago: <<moriranno le fabbriche, rimarranno le pietre>>.

Di Muschio e Pietra tratterà principalmente di musica folk in tante sue sfaccettature, da quelle legate al punk e alla scena anarcho a quelle più vicine al neofolk. Lo sguardo sarà sempre puntato verso tutti quegli artisti, progetti, collettivi e gruppi che trattano tematiche affini ad un certo modo critico di intendere l’esistente e che suonano la musica folk con una attitudine ribelle, anarchica e selvatica.

L’idea di questa fanzine ha come principali fonti di ispirazione l’Anarcha Folk Festival, un festival nomade ed itinerante di musica folk anarchica che ha avuto svariate edizioni nel corso degli anni in diversi paesi europei, il concerto dei Ruen e dei Salivation avvenuto a luglio scorso in SOS Fornace e la nascita del collettivo anarcho folk punk Stinky Tribe.

Lontani dai tentacoli della civiltà del profitto e dalle sue roccaforti di cemento e acciaio, l’anarchia rurale è possibile dove l’aria profuma di muschio e i piedi possono poggiare sulla nuda pietra. Dove possiamo cospirare i nostri sogni sotto le stelle, mentre l’impero crolla.

Il bellissimo logo è opera di whitefishbone_, seguitela e supportatela!

Per il folk e l’anarchia, per il muschio e la pietra!