Grēcīgie Partizāni – Ēnas trokšņo (2024)

Credo sia abbastanza inusuale imbattersi in una band che compie un tour spostandosi principalmente in bicicletta o in autostop per tutta la Lettonia. Ma questo è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni i Grēcīgie Partizāni, gruppo folk punk lettone. Quando vedevo sulla loro pagina instagram gli aggiornamenti del tour, tra foto di loro in bici, accampati in mezzo ai boschi per passare la notte o a suonare a bordo strada, pensavo tra me e me che stessero facendo una cosa tanto folle quanto estremamente divertente. Una scelta che sottolinea l’attitudine fortemente indipendente e votata all’autosufficienza del gruppo, oltre che una certa coscienza ecologica.

Formatosi nel 2021 e guidati dal carismatico frontman Kārlis Pūķis, i Grēcīgie Partizāni si definiscono come un’esnemble di musica folk radicale in bilico tra sonorità popolari-tradizionali e vocazione anarcho-punk rock. Nel 2024 il quartetto lettone pubblica un nuovo disco intitolato Ēnas trokšņo, traducibile come Le ombre fanno rumore, un titolo che spazza via ogni dubbio di trovarsi di fronte ad un disco di folk punk spensierato e leggero. Difatti le sonorità che caratterizzano le tredici canzoni dell’album riescono ad essere immediate pur avvolgendosi di un sottile mantello d’oscurità e inquietudine, trattando tematiche che si concentrano principalmente sul lato oscuro dell’esistenza e dell’animo umano. Ma c’è spazio anche per parlare delle ingiustizie e delle paure, così come della ricerca di libertà e di indipendenza in un senso tanto personale quanto più ampio e politico.

Il tutto viene supportato da una trama sonora in cui convivono il folk punk più classico di stampo americano (Rail Yard Ghosts ma non solo), il sapore rurale e i toni tormentati di certo bluegrass (si ascolti una canzone come Kapsētas blūzs per averne un chiaro esempio), certe remote influenze ascrivibile al vasto contesto gipsy jazz (vengono alla mente i compaesani Rahu the Fool) e addirittura richiami al murder folk più scabroso in una traccia come Sapņu slepkavnieks. Inoltre, vista la mia totale ignoranza in materia, non posso escludere che nella musica dei Grēcīgie Partizāni viva o sopravviva l’influenza della tradizione folk lettone, ma sarei molto felice se fosse così.

Al fianco di Pukis, mente del progetto, polistrumentista poliedrico che si occupa di suonare chitarra e basso così come tramburelli, flauti e xilofono, troviamo la sua compagna di vita Anete (impegnata al basso e al violoncello), Arno (al violino e all’armonica a bocca) e Nauris (il suonatore di banjo del gruppo). Come da tradizione bluegrass e folk punk tutti e quattro si dedicano anche alle parti cantate, con le voci di Pukis e Anete a ricoprire un ruolo da protagoniste e quelle di Arno e Nauris impegnate per lo più nei cori a supporto delle varie composizioni.

Come già ampiamente detto, il folk punk dei partigiani del peccato (questo dovrebbe essere il significato del loro nome) è tutt’altro che allegro e frivolo, anche se non mancano momenti più istintivi e godibili come Ļaunums e Daugavā; la loro musica è un qualcosa di dannato, tormentato e inquieto e allo stesso tempo attraversata da emozioni di malinconia e sconforto, donando ai brani le sembianze di veri e propri sortilegi atti a torturare l’animo degli sventurati ascoltatori di un album come Ēnas trokšņo. Chiaro esempio di ciò brani evocativi e intensi come la stregonesca Sikspārņu ragana e la caoticamente diabolica Purva velns.

C’è poco altro da aggiungere su un album come questo che ci tiene compagnia con un ottimo esempio di folk punk sfaccettato e personale, se non augurarci di vedere presto dal vivo in qualche squat occupato o in qualche bosco i Grēcīgie Partizāni.

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