Comunitarismo e scarsità, un manifesto contro il capitalismo

Da marzo 2026, insieme ad alcune persone fidate e affini nel desiderare di mettere in pratica un’esistenza radicalmente altra rispetto a quella della civilizzazione capitalista, tecno-industriale ed ecocida, abbiamo occupato un orto abbandonato e abbiamo aperto un progetto di Orto Comunitario seguendo i principi dell’Agricoltura Naturale teorizzati da Fukuoka. In questo piccolo pezzo di terra tra torrenti e boschetti in una sperduta provincia di Milano, che stiamo provando a rigenerare ed inselvatichire, oltre che ad autogestire come luogo anche sociale e comunitario, stiamo praticando una vera e propria forma di resistenza verso una cultura della Terra basata sullo sfruttamento, sulla produttività, sul saccheggio delle risorse e sulla distruzione di tutto ciò che non è utile ai bisogni umani. Un’orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune slegato dai tentacoli dello Stato e della proprietà privata capitalista e che vorrebbe essere un rifugio per costruire un modo radicalmente diverso di essere e fare comunità e di resistere al capitalismo e alla distruzione che porta con sè.

La musica e la cultura folk hanno un antico e profondo legame con i “commons” (i cosidetti beni comuni) poichè essi rappresentano qualcosa di accessibile a tutti e tutte e in netto contrasto con la proprietà privata di pochi a danno dei molti. Perchè sono orizzontali e autogestiti dalla comunità stessa senza padroni. Citando e modificando in parte uno dei quattro punti cardine di The Folk Union: “Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

Per tutti questi motivi ho tradotto il testo “Commoning and Scarcity, a manifesto against capitalism” scritto nel 2013 dall’anarchico Peter Gelderloos. Alla volta di un presente radicalmente diverso, contro il capitalismo e per l’autogestione, coltiviamo comunità e smantelliamo le gerarchie!

I beni comuni rappresentano un mondo a sé stante rispetto al capitalismo. Sono una fonte di sostentamento condivisa dalle persone. Prima della diffusione del capitalismo, la maggior parte del pianeta era costituita da beni comuni. Le culture che consideravano i beni comuni come un dono della natura da trattare con rispetto tendevano ad avere i beni comuni più abbondanti e, di conseguenza, i minori problemi di sopravvivenza. Le culture che consideravano i beni comuni come proprietà o come una risorsa da sfruttare, in genere li esaurivano, provocando il proprio collasso o dovendo ricorrere alla guerra e alla conquista per sopravvivere. Alcune di queste culture avrebbero poi dato origine al capitalismo.

Il capitalismo teorizza e crea la scarsità. Il capitalismo ha prosperato distruggendo o privatizzando i beni comuni ovunque essi sorgessero. Finché le persone hanno accesso ai beni comuni, possono godere di una certa autosufficienza e non possono essere costrette a vendere la propria forza lavoro ai ricchi per sopravvivere. Per la gente comune, il capitalismo è un ricatto: lavorare o morire di fame. I beni comuni offrono un’altra opzione: l’autosufficienza attraverso la raccolta dei doni della natura. Poiché la base dei beni comuni è il dono spontaneo, le persone che vivono nei o dei beni comuni spesso ricreano l’economia del dono; condividendo, cooperando e aiutandosi a vicenda per raggiungere un elevato tenore di vita. Anche per questo motivo, i beni comuni sono nemici del capitalismo.

L’accumulazione primitiva — la privatizzazione della terra o l’appropriazione della ricchezza per alimentare gli investimenti, l’industria e, in una parola, il capitalismo — non è solo una fase iniziale del capitalismo, come teorizzato da Adam Smith o Karl Marx. La privatizzazione, il furto legalizzato, la schiavitù e l’imposizione della disciplina del lavoro sono attività costanti in ogni momento del capitalismo, dal XV al XXI secolo.

Allo stesso modo, i beni comuni non sono una realtà antica e superata, ma una possibilità sempre presente che irrompe ripetutamente nella nostra vita quotidiana, contraddicendo il mito della scarsità del capitalismo. Dopo che i terreni coltivabili furono privatizzati e recintati — in Europa dal XV al XVII secolo, in India e in altre colonie nel XVIII e XIX secolo, e in alcune parti dell’Africa oggi — foreste, boschi, paludi e pascoli divennero i principali beni comuni perché il capitalismo non era ancora in grado di sfruttare efficacemente quelle aree. In questi beni comuni, le persone raccoglievano frutti, noci, piante medicinali, combustibile e materiali da costruzione, pascolavano il bestiame, cacciavano e pescavano. Forse non riuscivano a procurarsi il pane quotidiano dalle foreste e dai pascoli, ma potevano soddisfare la maggior parte delle loro altre necessità.

Oggi, per funzionare, il capitalismo deve basarsi su una produzione di massa esagerata e imprecisa. Ciò genera un’enorme quantità di rifiuti che il capitalismo non è ancora in grado di sfruttare in modo efficace. Questi rifiuti costituiscono i nuovi beni comuni: milioni di persone in tutto il mondo rovistano tra i rifiuti per raccogliere cibo, vestiti, materiali da costruzione o oggetti che possono essere smontati e venduti per ricavarne denaro. Molte delle persone che vivono in questo modo sviluppano culture cooperative basate sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, relazionandosi attraverso la solidarietà piuttosto che attraverso rapporti commercializzati.

Anche le competenze, la cultura e la saggezza tradizionale costituiscono un bene comune. Rappresentano strumenti che aiutano le persone a relazionarsi con il proprio ambiente, a guadagnarsi da vivere e a migliorare la propria qualità di vita. In passato, questi strumenti erano condivisi all’interno della società. Da circa un secolo, il capitalismo sta cercando sempre più di privatizzare la conoscenza e la cultura. Molte persone si oppongono alla privatizzazione dei beni comuni intellettuali e culturali. Alcuni distruggono i campi di colture geneticamente modificate di proprietà di aziende che cercano di brevettare la vita stessa; alcune comunità indigene tengono lontani antropologi, biologi e altri ricercatori che tentano di catalogare e brevettare la loro musica tradizionale, la medicina popolare o i semi autoctoni; altre persone condividono la propria musica e la propria arte attraverso licenze “Creative Commons” anziché tramite i diritti d’autore.

Mentre i pirati originari liberavano beni che erano stati sfruttati nel massiccio processo di accumulazione primitiva noto come colonialismo (liberando schiavi, rubando oro e argento estratti con il lavoro degli schiavi, impadronendosi di rum e zucchero provenienti dalle piantagioni), una delle principali forme di pirateria moderna è la liberazione della cosiddetta proprietà intellettuale (come film e musica) utilizzando nuovi strumenti su Internet.

La scarsità su cui si basa il capitalismo non nasce mai in modo naturale. A volte è il risultato delle scelte sbagliate di una società, che distrugge il proprio suolo, pratica la pesca o la caccia eccessiva, senza bilanciare la propria popolazione. Spesso la scarsità è imposta direttamente e intenzionalmente dallo Stato. Durante la carestia delle patate in Irlanda, il Paese fu costretto dall’occupazione militare britannica a produrre cibo destinato all’esportazione. La Grande Carestia in Ucraina fu causata dal governo sovietico, che modificò con la forza il tradizionale modo di fare agricoltura. Il governo statunitense sterminò le mandrie di bisonti apparentemente infinite affinché i Lakota e i Cheyenne delle Grandi Pianure (che avevano sconfitto gli Stati Uniti in una guerra importante) perdessero la loro fonte di cibo. I governi di tutto il mondo non si sono fermati davanti a nulla, uccidendo milioni di persone, al fine di rendere impossibile l’autosufficienza. Se riusciamo a provvedere a noi stessi, non abbiamo bisogno del governo, né di lavorare per i ricchi che il governo protegge.

Una funzione legata a ciò dello Stato è quella di distruggere i beni comuni ovunque essi sorgano. I primi codici giuridici moderni in Europa servirono a criminalizzare l’uso tradizionale dei beni comuni. Una delle principali applicazioni della pena di morte nell’Inghilterra del XVIII secolo era quella di punire la caccia, la raccolta di prodotti selvatici e altri usi tradizionali delle foreste che in precedenza erano legali e che erano persino protetti dalla Magna Carta. Oggi, la Banca Mondiale e il FMI costringono i paesi debitori a modificare le proprie leggi e a criminalizzare gli usi tradizionali dei beni comuni, consentendone la privatizzazione da parte delle multinazionali. Nel 1994, l’accordo NAFTA con gli Stati Uniti e il Canada ha costretto il Messico a modificare la propria Costituzione e a rimuovere la tutela della proprietà fondiaria comunitaria. Un altro importante punto di collaborazione tra i governi mondiali riguarda la repressione della pirateria o della condivisione dei beni comuni creativi, la cosiddetta proprietà intellettuale. Più in generale, gli Stati Uniti e altri governi di spicco vogliono domare completamente Internet affinché non sia più uno spazio di condivisione e anonimato — un bene comune — ma piuttosto uno spazio commercializzato, facilmente controllabile dalla polizia e sfruttabile dalle multinazionali. Questo è simile a come le foreste e le paludi furono disboscate e bonificate contemporaneamente per ragioni economiche e militari. A causa della loro opacità e dei vantaggi difensivi che offrivano, questi spazi erano inaccessibili allo sviluppo commerciale ed erano anche il luogo in cui spesso si nascondevano ribelli, banditi e rivoluzionari.

In genere, lo Stato sostiene di proteggerci quando distrugge i beni comuni o disbosca le aree selvagge, che spesso sono gli unici spazi in cui possiamo ancora essere liberi. Nel 2008, un naufragio al largo delle coste inglesi ha portato a riva migliaia di tonnellate di travi di legno. Il legno non poteva più essere venduto ai principali acquirenti, poiché presentava macchie di acqua di mare, ma era comunque perfettamente utilizzabile come combustibile o per l’edilizia. Il naufragio aveva dato vita a un nuovo bene comune e in breve tempo la gente si recò sul posto per raccogliere il legno. Il governo intervenne immediatamente e proibì la raccolta del legno, invocando lo stato di emergenza nazionale. La loro motivazione? Si rischiava di procurarsi schegge, quindi raccogliere il legno era pericoloso.

Per quanto riguarda la diffusione del fenomeno del “commons” dei rifiuti, diversi governi in tutto il mondo stanno lavorando per criminalizzarlo e reprimerlo. Negli Stati Uniti, diverse città hanno arrestato persone per aver condiviso cibo recuperato gratuitamente dalle discariche. In Spagna, dove tradizionalmente i panettieri regalano le pagnotte invendute a fine giornata, le catene di panetterie hanno iniziato a contare tutte le loro pagnotte, restituendo e distruggendo (o vendendo al bestiame e ad altre industrie) ogni pagnotta che non è stata pagata. In molte città dei Paesi Bassi, i nuovi contenitori per i rifiuti conservano i rifiuti sottoterra, rendendone impossibile l’accesso. Ancora una volta, preferiscono che le persone muoiano di fame piuttosto che possano procurarsi qualcosa gratuitamente.

Con gli orti urbani e la piantumazione di alberi da frutto e da noci, molte città potrebbero avvicinarsi all’autosufficienza alimentare. Lo scienziato anarchico Kropotkin scrisse di questa possibilità emergente un secolo fa, prendendo Parigi come modello, ma da allora i governi e gli urbanisti si sono assicurati di impedire la nascita di questi nuovi beni comuni. A volte, gli orti urbani vengono sgomberati e rasi al suolo, come a Los Angeles. In generale, le città evitano di piantare piante commestibili negli spazi verdi urbani. Atene o Barcellona, ad esempio, sono abbellite da migliaia di aranci, ma la varietà che le amministrazioni comunali scelgono di piantare produce solo un tipo di arancia non commestibile.

Un’eccezione degna di nota a questa regola si riscontra a Seattle. Durante diversi mesi dell’estate, è possibile raccogliere una varietà di frutti e bacche commestibili e deliziosi dagli alberi e dai cespugli che crescono in città. Tuttavia, la maggior parte delle persone ha perso le competenze e le conoscenze tradizionali necessarie per svolgere questo semplice compito, o addirittura per rendersi conto che il cibo proviene dalla terra e non dal supermercato. Le persone sono così alienate che la maggior parte dei frutti e delle bacche va sprecata.

Questo triste fatto dimostra il legame tra conoscenza e materia. I beni comuni intellettuali o culturali e i beni comuni della terra o delle risorse sono indissolubilmente legati. Se lo Stato può appropriarsi della terra, inevitabilmente scomparirà anche il sapere necessario per vivere di essa. Se lo Stato riesce ad allontanare le persone dalle loro conoscenze tradizionali, queste non sapranno come utilizzare i beni comuni della terra o delle risorse, anche se si trovano proprio a due passi da loro.

Un altro fatto interessante riguardo alle città è che il cibo coltivato al loro interno risulterà contaminato dall’inquinamento automobilistico. Per questo motivo si potrebbe facilmente sostenere che coltivare cibo nelle città non sia comunque l’idea migliore. Ma non esiste alcun legame naturale tra città e automobili. Infatti, le città funzionano in modo molto più efficiente senza traffico automobilistico, utilizzando invece i mezzi pubblici e le biciclette.

Ma concentrarsi sull’efficienza trascura il fatto, storicamente rilevante, che lo Stato preferisce sovvenzionare e implementare quelle tecnologie che favoriscono la dipendenza, erodono i beni comuni e creano nuove opportunità per una gestione professionalizzata (in particolare all’interno di un paradigma di sicurezza o protezione). I treni creano nuovi spazi comuni e possono essere auto-organizzati dai loro operatori. Il traffico automobilistico, al contrario, è talmente atomizzato da richiedere l’intervento dello Stato per essere indirizzato e organizzato. Crea nuovi pericoli dai quali lo Stato deve proteggere i propri cittadini, con un numero assurdamente elevato di vittime della strada anche nelle società in cui i governi gestiscono efficacemente il traffico automobilistico. Non da ultimo, crea la possibilità — per la prima volta nella storia — di una folla di migliaia di persone che si trovano fianco a fianco, quando sono bloccate nel traffico, ma totalmente isolate le une dalle altre e prive di possibilità immanenti di azione collettiva.

In sintesi, i beni comuni occupano un posto centrale nella lotta contro il capitalismo. I beni comuni possono essere costituiti da terra, natura selvaggia, competenze ed esperienze, beni recuperati o spazi pubblici. Non esistono solo nelle società periferiche che possono ancora definirsi tradizionali; i beni comuni sono una possibilità sempre presente in ogni aspetto dell’esistenza umana, dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati.

I beni comuni sono sia una struttura che una pratica. Il comunitarismo è una delle forme di azione più diffuse e sovversive contro il capitalismo. Non è appannaggio dei rivoluzionari di professione, ma un’attività intrapresa istintivamente da persone in tutto il mondo.

Poiché il comunitarismo è istintivo, il comunismo è una frode. Il tentativo di astrarre i beni comuni o di mediare la pratica del comunitarismo attraverso un’ideologia, la strappa dalle condizioni uniche della vita quotidiana che le danno respiro e sostanza. I beni comuni si ricostituiranno in una forma diversa in ogni parte del mondo, per mano di quelle persone che sono più vicine alla materia e alla memoria disponibili, che possono essere trasformate nella base per la sopravvivenza collettiva. Il comunitarismo è il compito di coloro che entreranno a far parte di ogni nuovo bene comune.

Il capitalismo ha creato le classi, e queste classi non distruggeranno il capitalismo. Partendo dalla struttura delle caste feudali, coloro che potevano esercitare un vantaggio militare ed economico si sono costituiti come classe proprietaria e hanno imposto con la forza il proletariato come coloro che possedevano solo la propria forza lavoro e la propria capacità di riprodursi. Lo stesso rapporto di proprietà che ha recintato i beni comuni ha costretto coloro che non potevano opporsi a queste recinzioni a diventare la classe operaia. La società di classe e il capitale saranno aboliti da coloro che acquisiranno la forza di vedersi in relazione ai beni comuni e non in relazione alla proprietà.

Il nemico che disperde costantemente questa forza e calpesta i beni comuni ovunque essi sorgano è lo Stato. La nostra lotta deve mirare alla distruzione dello Stato, per aprire nuovi spazi in cui i beni comuni possano prosperare. La creazione di beni comuni non è di per sé proprietà di alcun partito o teoria, ma è il potenziale condiviso che rende possibile qualsiasi comunicazione. L’anarchia è un prerequisito per i beni comuni. Più forte è lo Stato, più ristretto è il margine entro cui possono sorgere nuovi beni comuni. E più abbondanti sono i nostri beni comuni, più forti e duraturi saranno i nostri attacchi contro lo Stato. Che lo Stato venga distrutto dagli anarchici non ha importanza, tranne che per quegli anarchici che condividono con i comunisti l’esigenza di elaborare il piano che verrà imposto al nuovo mondo.

Ciò che conta è che i nostri sogni mettano nuovamente radici nei beni comuni, che le nostre teorie prendano di mira lo Stato e che le nostre lotte creino nuovi beni comuni e rivitalizzino quelli vecchi.

Il neo-paganesimo non è la risposta – Arrampicati su un cazzo di albero

traduzione dall’originale in lingua inglese scritto da Comrade Black e apparso nel 2014 su Profane Existence

Questo testo mi accompagna da una decina d’anni, dalla prima volta in cui mi ci sono imbattuto e da allora mi porta a riflettere. Visto che nel movimento musicale e culturale folk (nel senso più ampio del termine) la fascinazione e il legame con religioni e spiritualità pagane pre-monoteistiche è ampiamente diffuso e visto che Di Muschio e Pietra è animato da una profonda tensione ecologista radicale, trovo che sia importante tradurre questo testo e pubblicarlo qui. Perchè mentre facciamo esperienza quotidiana dell’ecocidio, la soluzione non è da ricercare in qualche divinità pagana ma nel tornare a relazionarci alla Terra e a tutti i suoi abitanti umani, non umani, vegetali e minerali con cui siamo interconnessi. Per la liberazione della Terra, arrampichiamoci su un cazzo di albero invece di scegliere l’ennesima divinità a cui inginocchiarci. Tocchiamo l’umido muschio e la fredda pietra, non onoriamo antichi dei.

Sempre più persone hanno iniziato a rifiutare il cristianesimo, l’islam e altre religioni monoteistiche, orientandosi invece verso quelle che sono considerate forme di spiritualità più antiche e legate alla terra.

Nel frattempo viviamo in una società in cui il 90% delle foreste secolari è stato abbattuto, mentre il mondo che ci circonda diventa sempre più artificiale, inquinato e urbanizzato. In risposta a ciò si è registrato un crescente interesse per le religioni politeiste europee come alternativa alle gerarchie della Chiesa con i suoi concetti gnostici astratti.

Tuttavia, queste religioni politeiste sono spesso altrettanto problematiche quanto ciò che viene rifiutato. C’è stato un forte revisionismo, che presenta molte di queste religioni patriarcali – in cui dominano divinità maschili bellicose – come se fossero tutt’altro: le dee vengono ora descritte come se i primi praticanti fossero stati matriarcali e le divinità maschili fossero solo personaggi secondari. Viene inoltre ignorato l’eterosessismo intrinseco di queste religioni, in cui spesso le dee femminili sono tutte legate alla fertilità.

Il problema più grave, però, è più profondo. In un post che ho appena letto sull’Asatru (il culto di Odino), l’autore sottolinea che queste «antiche» religioni si sono sviluppate «dall’Età del Ferro fino all’epoca vichinga – ovvero, da alcuni secoli prima di Cristo fino all’incirca all’800-1200 d.C.» (Riconosco i problemi legati all’uso di queste fasi antropologiche come indicatori di «progresso»). Questo è proprio il punto che volevo sottolineare. Le antiche religioni politeiste europee erano comunque religioni che si svilupparono durante un periodo di violente conquiste, prime colonizzazioni, guerre, e molto tempo dopo l’avvento dell’agricoltura, quando le persone avevano iniziato a dominare la terra e a condurre uno stile di vita sedentario piuttosto che nomade o seminomade, basato sulle relazioni e sull’ecologia. Definire quindi queste religioni politeiste «basate sulla natura» è come definire il cristianesimo, nel suo contesto attuale, «basato sui valori della comunità».

La realtà è che, prima che esistessero religioni politeiste che veneravano divinità simboliche del raccolto, della guerra, della fertilità o della morte, esisteva una religione non teistica più antica, radicata nel territorio. Se vuoi venerare la natura, non hai bisogno di una ruota solare, di un pentacolo o di una dea per farlo: esci e arrampicati su un cazzo di albero, siediti tra i suoi rami, impara l’ecologia, ascolta il vento che fa frusciare le foglie tra i rami, osserva gli scoiattoli, spogliati e nuota nel fiume mentre il sole tramonta. Poi fai tutto il necessario per fermare quei bastardi che vogliono abbattere quell’albero perché vedono solo dollari. Non hai bisogno di un dio o di una dea europei che ti dicano che la vita è sacra.

Quattro punti cardine ispirati da The Folk Union

rivisitazione dei quattro punti fondamentali per una scena musicale e culturale folk non reazionaria, non mercificata e non elitaria scritti da The Folk Union

MANTENERE APERTA LA SCENA FOLK

Il folk è cultura popolare creata dalla gente comune. Di Muschio e Pietra vuole costruire una scena e uno spazio accessibile e inclusivo.

CONTRO RAZZISMO, FASCISMO e ESCLUSIONE

No al nazionalismo. No all’elitarismo. No al capitalismo. Di Muschio e Pietra è un progetto che rifiuta e si oppone alle politiche reazionarie.

PROTEGGIAMO I BENI COLLETTIVI

Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

CURA DEL TERRITORIO E DEGLI ECOSISTEMI

Il Folk e il paesaggio sono profondamente legati. Di Muschio e Pietra è solidale e complice con chi si impegna nella difesa dei territori e nella tutela degli ecosistemi.

Il Manifesto del Neofolk Antifascista

traduzione dall’originale in lingua inglese apparso nel 2019 sul blog A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk.

Questo testo raccoglie alcuni spunti emersi durante le discussioni con altre persone della comunità neofolk antifascista e mira a costruire una visione consapevole di ciò che questa corrente musicale emergente può diventare. Non si tratta affatto di un testo di mia proprietà né di un documento immutabile, ma piuttosto di una serie di idee su ciò che può emergere in questo nuovo ambito.

1-Il fascismo non ha alcun diritto sul neofolk, né su qualsiasi altra forma d’arte, e la sua storia nell’evoluzione del genere non gli conferisce alcun diritto naturale su di esso. Il fascismo è una manipolazione degli impulsi verso il romanticismo, l’idealismo utopico e lo spirito rivoluzionario volti a costruire un mondo nuovo. Esso distrugge questi impulsi anziché preservarli, e pertanto il neofolk antifascista rappresenta lo sforzo di rivendicare questo spirito.

2-Il neofolk è una forma d’arte romantica fondata sulla rivalutazione del passato nella sua complessità. Le ideologie fasciste si sono insinuate in questa musica per feticizzare una visione ultranazionalista e palingenetica di un passato mitico, utilizzata per creare una motivazione spirituale ed emotiva a favore di un nazionalismo insurrezionale. Il neofolk antifascista intraprende un’analisi critica della storia dell’arte e della cultura, considerando il paganesimo, la sostenibilità ecologica e la resistenza all’oppressione coloniale come fonti di ispirazione. Guarda al passato per alimentare la lotta contro la gerarchia e la supremazia bianca, restituendo queste idee come un ricordo in grado di plasmare la nostra visione del futuro. Speriamo di preservarne gli aspetti positivi e di guardare con realismo alle storie problematiche, rifiutandoci di ignorare le storie di oppressione e creando invece una memoria storica che possa contribuire alla nostra visione di un futuro giusto ed equo.

3-La sinistra merita una propria forma d’arte romantica e consapevole, capace di immaginare la possibilità di un mondo nuovo fondato sulla giustizia, l’uguaglianza e la libertà. In quanto tale, crediamo che il pensiero scientifico e legalistico da solo non possa alimentare un movimento rivoluzionario, e che invece abbiamo bisogno di uno spazio in cui sognare. Il neofolk antifascista e rivoluzionario, come altri movimenti artistici, sta costruendo intenzionalmente quello spazio, alimentando con passione, fantasia e spirito il movimento per cambiare il mondo e unirsi contro la supremazia bianca.

4-Il neofolk attinge all’estetica delle generazioni passate, rielaborandola in una forma moderna, e in questo modo possiamo costruire una sensibilità modernamente unica a partire dalla miriade di forme d’arte popolare. La continuazione delle tradizioni popolari è una forma di lotta culturale contro il colonialismo, dalle tradizioni spirituali e musicali pagane che si oppongono alla cristianizzazione, alla battaglia per mantenere le lingue indigene contro l’assimilazione coloniale forzata, fino alla rivendicazione della storia africana nelle comunità derubate della loro memoria ancestrale. Il neofolk attinge a questa lotta, non come forma reazionaria di nazionalismo identitario, ma come cultura organica che resiste al dominio e persiste nella sua splendida diversità.

5-Il neofolk antifascista è al tempo stesso internazionale e cosmopolita, rifiutando l’idea che il nazionalismo sia necessario per preservare la ricchezza della diversità culturale. Mentre il neofolk è spesso visto come la rinascita delle tradizioni musicali folk in Europa, il neofolk antifascista deve necessariamente abbandonare questo punto di vista eurocentrico e creare legami con artisti di tutto il mondo che attingono a una vasta gamma di tradizioni. Ci opponiamo al tribalismo e proponiamo come alternativa la diversità, la solidarietà e l’aiuto reciproco.

6- neofolk antifascista non è semplicemente un sottogenere di band neofolk politicamente motivate, ma un nuovo modello che si sta affermando. Il neofolk ha una storia di artisti fascisti che hanno contribuito allo sviluppo di questa scena come spazio per costruire una metapolitica che porta all’organizzazione politica; di conseguenza, anche tra le band apolitiche si è instaurata una cultura della complicità. Gli artisti e i fan del neofolk antifascista stanno definendo nuovi criteri su ciò che è accettabile, criteri che non ammettono questo tipo di atteggiamento passivo e stanno imponendo un quadro etico che nega alla supremazia bianca qualsiasi forma di spazio di espressione.

7-Il neofolk antifascista è una strategia organizzativa, che considera il neofolk uno “spazio conteso” in cui i fascisti stanno cercando di costruire una sottocultura intenzionale. Crediamo che i suprematisti bianchi e i fascisti non abbiano alcun diritto legittimo su alcuno spazio sociale o culturale, e questo include il neofolk. Se lasciato a se stesso, il neofolk diventa il canale perfetto per il reclutamento fascista, poiché questi ultimi hanno accesso illimitato ai fan di questa musica che anelano a un mondo nuovo. Noi, invece, lo consideriamo un luogo di lotta, dove musicisti e appassionati antifascisti useranno questa cornice musicale per respingere i fascisti dall’interno della scena musicale e impedire la loro presenza. I locali musicali, le etichette discografiche, le pubblicazioni e tutte le aree in cui il neofolk è presente diventano così un terreno conteso in cui gli appassionati di neofolk antifascisti, che sono parte legittima della comunità musicale, respingeranno qualsiasi complicità con artisti o movimenti fascisti. Proprio come nell’Oi!, nello street punk, nel black metal e in altri movimenti musicali che l’estrema destra ha cercato di rivendicare come propri, crediamo che valga la pena lottare per il neofolk e li respingeremo in ogni occasione.

8-Il neofolk antifascista dovrebbe dare vita a una confederazione di musicisti ed etichette discografiche che contribuisca a costruire una scena in contrapposizione alla tendenza dell’estrema destra. La creazione intenzionale di una comunità neofolk antifascista offrirà un’alternativa positiva ai musicisti e romperà l’egemonia ideologica che l’estrema destra ha cercato di imporre al neofolk. Prima che nascesse una controcultura, l’estrema destra aveva la capacità di dettare le regole della scena, costringendo le band a conformarsi o a scomparire. Ora esiste una contro-narrazione che mette in luce la realtà della presenza fascista nel neofolk e dimostra che un’alternativa è possibile e disponibile.

9-Crediamo nella costruzione della comunità neofolk antifascista. Sebbene esistessero già band neofolk antifasciste in tutto il mondo, stiamo costruendo la scena in modo intenzionale prima che si formasse in modo organico. Determinando quale tipo di scena musicale vogliamo come appassionati e musicisti, stiamo proiettando quella visione nel mondo. Volevamo che esistesse una scena neofolk antifascista e rivoluzionaria, e così le abbiamo dato un nome e abbiamo iniziato a costruirla, piuttosto che aspettare che nascesse da sola.

10-Il neofolk antifascista è solo una tappa nel nostro percorso verso il vero obiettivo: eliminare la presenza fascista nel neofolk e orientarne i valori verso l’egualitarismo e l’antirazzismo. Nella visione del neofolk futuro, non c’è motivo di fare distinzioni, e quindi non ci accontentiamo di essere un’eterna sottocultura. Intendiamo prendere il controllo dell’intero movimento.

anche in Italia abbiamo degli esempi di noeoflk antifascista, come i BloccoNero, progetto anarchico di Monza

di Muschio e Pietra

Mesi, mesi e mesi ancora di ragionamenti e finalmente qualcosa sta prendendo forma (per ora virtuale, per lo meno…)!

Di Muschio e Pietra (in lingua originale “de musgo e pedra“) è il titolo di una canzone del gruppo folk galiziano Sangre de Muerdago.
Ma è anche il nome scelto per questo nuovo progetto sulla musica folk che in origine avrebbe dovuto assumere la forma di fanzine cartacea. La pubblicazione del primo numero avrebbe dovuto vedere la luce a Settembre ma visto che i tempi si sono dilatati e non mi piace l’idea di far prendere polvere a questo progetto e ai contenuti già pronti per essere pubblicati, ecco che nasce questo blog.

La scelta di utilizzare questo titolo come nome della zine non è solo per omaggiare il gruppo Galiziano ma anche per la portata evocativa che hanno le parole muschio e pietra, rimandando ad una dimensione più selvatica e rurale, lontana dalla distopia del capitalismo urbano-metropolitano e dai suoi orrori quotidiani.
Per dirla ancora con le parole dei Sangre de Muerdago: <<moriranno le fabbriche, rimarranno le pietre>>.

Di Muschio e Pietra tratterà principalmente di musica folk in tante sue sfaccettature, da quelle legate al punk e alla scena anarcho a quelle più vicine al neofolk. Lo sguardo sarà sempre puntato verso tutti quegli artisti, progetti, collettivi e gruppi che trattano tematiche affini ad un certo modo critico di intendere l’esistente e che suonano la musica folk con una attitudine ribelle, anarchica e selvatica.

L’idea di questa fanzine ha come principali fonti di ispirazione l’Anarcha Folk Festival, un festival nomade ed itinerante di musica folk anarchica che ha avuto svariate edizioni nel corso degli anni in diversi paesi europei, il concerto dei Ruen e dei Salivation avvenuto a luglio scorso in SOS Fornace e la nascita del collettivo anarcho folk punk Stinky Tribe.

Lontani dai tentacoli della civiltà del profitto e dalle sue roccaforti di cemento e acciaio, l’anarchia rurale è possibile dove l’aria profuma di muschio e i piedi possono poggiare sulla nuda pietra. Dove possiamo cospirare i nostri sogni sotto le stelle, mentre l’impero crolla.

Il bellissimo logo è opera di whitefishbone_, seguitela e supportatela!

Per il folk e l’anarchia, per il muschio e la pietra!