Sabato 22 agosto, Stoccolma. Nella cornice del Kafè 44, libreria anarchica della città svedese, c’è stata la fiera dell’editoria anarchica in cui ho trovato alcuni testi che cercavo da molto tempo come Liberating Sapmi di Gabriel Kuhn e l’opuscolo sull’antispecismo nella scena punk Nailing Descartes to the Wall. A concludere la giornata è stato il concerto dei Kampen. Prima di partire per Stoccolma non mi ero mai imbattuto in questo gruppo di Göteborg, ma il loro folk punk antifascista ci ha messo davvero pochissimo per catturare il mio interesse e farmi prendere bene. Scopro leggendo qua e là che si sono formati nel 2022 e che il loro album di debutto intitolato ARBETARKLASSHAMNSTAD è stato pubblicato nel 2025.
Il titolo dell’album è già una dichiarazione di intenti; difatti tradotto letteralmente significa “Città portuale operaia” e non è solo una definizione della città di Göteborg, ma anche della profonda attitudine working class che anima i Kampen e la loro musica. Una musica che parla di lotte quotidiane così come di temi più ampi e internazionali come la critica spietata al capitalismo o al fascismo dilagante non solo in Svezia ma in tutto l’emisfero occidentale e l’importanza della solidarietà come arma per proteggere e supportare chi lotta. Questo urgente bisogno di prendere posizione e di gridare le proprie idee di rivolta attraverso le 14 tracce che compongono il disco, trova un equilibrio perfetto con le sonorità della band che sembrano affondare le radici molto in profondità nella lezione del folk irlandese. Se superficialmente, specialmente per chi non parla svedese, la proposta dei Kampen potrebbe sembrare divertente, danzereccia e spensierata nelle sonorità, i testi racchiudono sempre un’attitudine riottosa e anarchica che non può lasciare indifferenti e che non fa nulla per nascondersi.

Autori di un anarcho folk punk riottoso e anthemico, a metà strada tra l’impeto ribelle del punk rock e una sessione scanzonata di busking tra amici, la musica dei Kampen è d’impatto e non lesina nel prendere posizioni nette e ostinate in senso rivoluzionario e proletario. Supportata dal protagonismo della fisarmonica, della chitarra acustica e dalle voci roche, e accompagnata da cajun, washboard, banjo e basso, spesso sembra di sentire una versione dei Clash suonata con strumenti acustici da un gruppo di amici che suonano per strada e che sono appassionati di musica irlandese. Una musica schierata su posizioni di denuncia, piena zeppa di tensione alla rivolta e di coscienza sullo stato attuale del mondo, che mentre ci fa urlare la rabbia che proviamo per le ingiustizie ci fa altrettanto venire voglia di pogare e danzare in piccole stanze di qualche spazio anarchico, tra gente che canta, beve birre in lattina e si abbraccia, un po’ com’è avvenuto sabato 22 agosto sotto al palco del Kafè 44.
Tra le 14 canzoni di ARBETARKLASSHAMNSTAD ci sono tante tracce che mi hanno colpito e le cui melodie mi son rimaste in testa fin dal primo ascolto: Vi mot dom, l’inno anticapitalista Våldskapital, Anarkismens Blommor e la mia preferita in assoluto Smäll På Smäll (letteralmente “colpo su colpo”). Ma la forza di un album come questo è probabilmente quello di non avere riempitivi o momenti noiosi, infatti tutti e quattordici i brani convincono e sono trascinanti dall’inizio alla fine, tant’è che ogni persona potrebbe preferire canzoni diverse da quelle che ho scelto io. Alla fine siamo di fronte ad un ottimo disco di folk punk, politicamente schierato in senso anarchico e musicalmente divertente, e quindi non possiamo chiedere niente di meglio ai Kampen se non di continuare su questa strada, in direzione sempre ostinata e contraria rispetto ad un mondo pieno di ingiustizie, repressione e oppressione.
Spero di vederli presto in Italia, perchè dal vivo sul palco del Kafè 44 hanno spaccato e sono stati capaci di rendere il loro live qualcosa di profondamente coinvolgente come non capita spesso di vedere.
