L’ira del bosco – L’ira del bosco (2026)

Per anni ho sognato da solo e in compagnia di pochissimi complici di organizzare un concerto ai Murmur Mori in qualche squat anarchico milanese o in qualche bosco di provincia. Un sogno che è rimasto sempre sepolto nel cassetto del mio cuore e della mia immaginazione, ma che mi ha accompagnato ogni volta che ascoltavo la musica suonata da Silvia e Mirko, menti, anime e mani dietro al progetto piemontese impegnato a ricostruire, riscoprire e riproporre musica medievale italiana ed europea.

Quest’anno verso febbraio, come un invernale brezza improvvisa che fa tremare i rami secchi e spogli, mi imbatto nel nuovo progetto solista di Mirko, un progetto dall’affascinante titolo L’ira del bosco e ne rimango immediatamente rapito. L’album omonimo è di un fascino unico e raro, suonato esclusivamente dalla lira, senza parole cantate ma con i suoni del bosco registrati dallo stesso Mirko nei luoghi che abita e attraversa. Così la voce del bosco e dei suoi molteplici abitanti non umani e vegetali diventano co-protagonisti e co-compositori nel paesaggio sonoro dipinto da Mirko; questo minimalismo sonoro non è però privo di sfumature e complessità, non solo musicali ma anche e soprattutto di intenzioni, tensioni, ideali e atmosfere.

Come dicevo, gli undici brani presenti nell’album sono composti da Mirko facendo affidamento solo sulla sua amata lira, strumento che suona con una dolcezza e una purezza disarmanti, costruendo grazie alle melodie di questo inusuale strumento medievale paesaggi della mente evocativi ma allo stesso tempo malinconici, sognanti ma contemporaneamente dal sapore dolce-amaro. Le atmosfere evocate dalle varie composizioni sono attraversate da un animo romantico che fa esperienza del sublime, da un senso di riverenza e rispetto ancestrale verso la Natura e il suo mistero e da una spiritualità antica legata al ciclo delle stagioni invece che a falsi dogmi, a divinità onnipotenti e a poteri costituiti.

Se non ve ne foste già accorti, vorrei farvi notare l’interessante gioco di parole contenuto nel nome del progetto, dove le parole lira e l’ira si mescolano evocando un significato più ampio e intenti specifici. Mirko infatti vive in un piccolo paese delle Alpi piemontesi avvolto dai boschi e passa molto del suo tempo in questi luoghi boschivi, sia per ripulirli dalle scorie e dai rifiuti della nostra società industriale-consumista sia per ascoltare i suoni della Natura in cui trova ristoro e ispirazione. Proprio per questo la musica che compone e suona con la suo lira del periodo altomedievale vuole rappresentare una vera e propria presa di posizione critica e radicale nei confronti di una società moderna che si è abituata così tanto ai suoni disarmonici delle macchine da non essere più in grado di ascoltare il canto armonioso dell’avifauna, abituata così profondamente ad amare il caos meccanico che cancella la melodia degli uccelli. A sottolineare questo carattere critico e politico in un senso ecologista del progetto, Mirko ci tiene ad evidenziare che il 50% dei ricavati della vendita virtuale dell’album verranno donati ad associazioni che si impegnano nella salvaguardia degli ecosistemi in giro per il mondo.

Perchè, prendendo in prestito le sue parole, non importa chi siamo e quali siano i nostri interessi, senza le foreste e i boschi saremo tutti morti. E questa presa di coscienza ci accompagna per tutto l’album, perchè solo tenendo a mente la centralità della Natura nelle nostre esistenze addomesticate dalla civiltà del progresso-regresso senza fine, potremmo invertire la rotta in questi bui tempi di ecocidio e antropocene. Sediamoci dunque sotto ad una quercia, vicino al fiume e ascoltiamo la voce del bosco che sicuramente saprà indicarci quali sentieri sono da battere e quali da abbandonare per sempre.

Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!

Quattro punti cardine ispirati da The Folk Union

rivisitazione dei quattro punti fondamentali per una scena musicale e culturale folk non reazionaria, non mercificata e non elitaria scritti da The Folk Union

MANTENERE APERTA LA SCENA FOLK

Il folk è cultura popolare creata dalla gente comune. Di Muschio e Pietra collabora e sostiene progetti che lo mantengono accessibile e inclusivo.

CONTRO RAZZISMO, FASCISMO e ESCLUSIONE

No al nazionalismo. No all’elitarismo. No al capitalismo. Di Muschio e Pietra è un progetto che rifiuta e si oppone alle politiche reazionarie.

PROTEGGIAMO I BENI COLLETTIVI

Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

CURA DEL TERRITORIO E DEGLI ECOSISTEMI

Il Folk e il paesaggio sono profondamente legati. Di Muschio e Pietra è solidale e complice con chi si impegna nella difesa dei territori e nella tutela degli ecosistemi.

Il Manifesto del Neofolk Antifascista

traduzione dall’originale in lingua inglese apparso nel 2019 sul blog A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk.

Questo testo raccoglie alcuni spunti emersi durante le discussioni con altre persone della comunità neofolk antifascista e mira a costruire una visione consapevole di ciò che questa corrente musicale emergente può diventare. Non si tratta affatto di un testo di mia proprietà né di un documento immutabile, ma piuttosto di una serie di idee su ciò che può emergere in questo nuovo ambito.

1-Il fascismo non ha alcun diritto sul neofolk, né su qualsiasi altra forma d’arte, e la sua storia nell’evoluzione del genere non gli conferisce alcun diritto naturale su di esso. Il fascismo è una manipolazione degli impulsi verso il romanticismo, l’idealismo utopico e lo spirito rivoluzionario volti a costruire un mondo nuovo. Esso distrugge questi impulsi anziché preservarli, e pertanto il neofolk antifascista rappresenta lo sforzo di rivendicare questo spirito.

2-Il neofolk è una forma d’arte romantica fondata sulla rivalutazione del passato nella sua complessità. Le ideologie fasciste si sono insinuate in questa musica per feticizzare una visione ultranazionalista e palingenetica di un passato mitico, utilizzata per creare una motivazione spirituale ed emotiva a favore di un nazionalismo insurrezionale. Il neofolk antifascista intraprende un’analisi critica della storia dell’arte e della cultura, considerando il paganesimo, la sostenibilità ecologica e la resistenza all’oppressione coloniale come fonti di ispirazione. Guarda al passato per alimentare la lotta contro la gerarchia e la supremazia bianca, restituendo queste idee come un ricordo in grado di plasmare la nostra visione del futuro. Speriamo di preservarne gli aspetti positivi e di guardare con realismo alle storie problematiche, rifiutandoci di ignorare le storie di oppressione e creando invece una memoria storica che possa contribuire alla nostra visione di un futuro giusto ed equo.

3-La sinistra merita una propria forma d’arte romantica e consapevole, capace di immaginare la possibilità di un mondo nuovo fondato sulla giustizia, l’uguaglianza e la libertà. In quanto tale, crediamo che il pensiero scientifico e legalistico da solo non possa alimentare un movimento rivoluzionario, e che invece abbiamo bisogno di uno spazio in cui sognare. Il neofolk antifascista e rivoluzionario, come altri movimenti artistici, sta costruendo intenzionalmente quello spazio, alimentando con passione, fantasia e spirito il movimento per cambiare il mondo e unirsi contro la supremazia bianca.

4-Il neofolk attinge all’estetica delle generazioni passate, rielaborandola in una forma moderna, e in questo modo possiamo costruire una sensibilità modernamente unica a partire dalla miriade di forme d’arte popolare. La continuazione delle tradizioni popolari è una forma di lotta culturale contro il colonialismo, dalle tradizioni spirituali e musicali pagane che si oppongono alla cristianizzazione, alla battaglia per mantenere le lingue indigene contro l’assimilazione coloniale forzata, fino alla rivendicazione della storia africana nelle comunità derubate della loro memoria ancestrale. Il neofolk attinge a questa lotta, non come forma reazionaria di nazionalismo identitario, ma come cultura organica che resiste al dominio e persiste nella sua splendida diversità.

5-Il neofolk antifascista è al tempo stesso internazionale e cosmopolita, rifiutando l’idea che il nazionalismo sia necessario per preservare la ricchezza della diversità culturale. Mentre il neofolk è spesso visto come la rinascita delle tradizioni musicali folk in Europa, il neofolk antifascista deve necessariamente abbandonare questo punto di vista eurocentrico e creare legami con artisti di tutto il mondo che attingono a una vasta gamma di tradizioni. Ci opponiamo al tribalismo e proponiamo come alternativa la diversità, la solidarietà e l’aiuto reciproco.

6- neofolk antifascista non è semplicemente un sottogenere di band neofolk politicamente motivate, ma un nuovo modello che si sta affermando. Il neofolk ha una storia di artisti fascisti che hanno contribuito allo sviluppo di questa scena come spazio per costruire una metapolitica che porta all’organizzazione politica; di conseguenza, anche tra le band apolitiche si è instaurata una cultura della complicità. Gli artisti e i fan del neofolk antifascista stanno definendo nuovi criteri su ciò che è accettabile, criteri che non ammettono questo tipo di atteggiamento passivo e stanno imponendo un quadro etico che nega alla supremazia bianca qualsiasi forma di spazio di espressione.

7-Il neofolk antifascista è una strategia organizzativa, che considera il neofolk uno “spazio conteso” in cui i fascisti stanno cercando di costruire una sottocultura intenzionale. Crediamo che i suprematisti bianchi e i fascisti non abbiano alcun diritto legittimo su alcuno spazio sociale o culturale, e questo include il neofolk. Se lasciato a se stesso, il neofolk diventa il canale perfetto per il reclutamento fascista, poiché questi ultimi hanno accesso illimitato ai fan di questa musica che anelano a un mondo nuovo. Noi, invece, lo consideriamo un luogo di lotta, dove musicisti e appassionati antifascisti useranno questa cornice musicale per respingere i fascisti dall’interno della scena musicale e impedire la loro presenza. I locali musicali, le etichette discografiche, le pubblicazioni e tutte le aree in cui il neofolk è presente diventano così un terreno conteso in cui gli appassionati di neofolk antifascisti, che sono parte legittima della comunità musicale, respingeranno qualsiasi complicità con artisti o movimenti fascisti. Proprio come nell’Oi!, nello street punk, nel black metal e in altri movimenti musicali che l’estrema destra ha cercato di rivendicare come propri, crediamo che valga la pena lottare per il neofolk e li respingeremo in ogni occasione.

8-Il neofolk antifascista dovrebbe dare vita a una confederazione di musicisti ed etichette discografiche che contribuisca a costruire una scena in contrapposizione alla tendenza dell’estrema destra. La creazione intenzionale di una comunità neofolk antifascista offrirà un’alternativa positiva ai musicisti e romperà l’egemonia ideologica che l’estrema destra ha cercato di imporre al neofolk. Prima che nascesse una controcultura, l’estrema destra aveva la capacità di dettare le regole della scena, costringendo le band a conformarsi o a scomparire. Ora esiste una contro-narrazione che mette in luce la realtà della presenza fascista nel neofolk e dimostra che un’alternativa è possibile e disponibile.

9-Crediamo nella costruzione della comunità neofolk antifascista. Sebbene esistessero già band neofolk antifasciste in tutto il mondo, stiamo costruendo la scena in modo intenzionale prima che si formasse in modo organico. Determinando quale tipo di scena musicale vogliamo come appassionati e musicisti, stiamo proiettando quella visione nel mondo. Volevamo che esistesse una scena neofolk antifascista e rivoluzionaria, e così le abbiamo dato un nome e abbiamo iniziato a costruirla, piuttosto che aspettare che nascesse da sola.

10-Il neofolk antifascista è solo una tappa nel nostro percorso verso il vero obiettivo: eliminare la presenza fascista nel neofolk e orientarne i valori verso l’egualitarismo e l’antirazzismo. Nella visione del neofolk futuro, non c’è motivo di fare distinzioni, e quindi non ci accontentiamo di essere un’eterna sottocultura. Intendiamo prendere il controllo dell’intero movimento.

anche in Italia abbiamo degli esempi di noeoflk antifascista, come i BloccoNero, progetto anarchico di Monza