Sally and the Mystical Seafloor – Le Tre Armi del Mondo (2026)

13 luglio 2025, concerto dei Ruen e dei Salivation nella cornice di SOS Fornace in quel di Rho. A fine serata mi ritrovo a parlare con due giovani creature magiche che sembrano appena fuoriuscite da un sottobosco incantato. Aurora e Sasha i loro nomi, dicono di avere un duo folk punk e mi basta questo per innamorarmi di loro seduta stante. Da quell’incontro magico nella notte estiva rhodense, a distanza di pochi mesi nasce Stinky Tribe, un nuovo collettivo anarcho folk DIY milanese che da allora ha iniziato a spargere il germe puzzolente del folk punk nella scena milanese e in provincia, tra squat malfatti e boschi fatati. Da quel primo incontro avrò visto svariati concerti e strimpellate dei Sally and the Mystical Seafloor (questo lo strambo nome del loro progetto folk punk) e ogni volta sono stati più forti e bravi della volta precedente. Finalmente a Maggio hanno pubblicato il loro nuovo album totalmente autoprodotto dal titolo Le Tre Armi del Mondo, che segue a distanza di un solo anno il già godibile debutto Rubedo Juice.

Eccomi quindi qui a parlarvi di questo nuovo bellissimo disco folk punk italiano di due delle persone più belle e autentiche che ho avuto il piacere di conoscere nell’ultimo anno. Un disco che può vantare brani di impatto immediato come Borgotaro Blue o Sottosale, brani che si stampano in testa dopo mezzo ascolto e che funzionano dalla prima all’ultima nota, dalla prima all’ultima parola cantata, dalla prima all’ultima melodia. Tra Days n Daze, The Hills and the Rivers e Ramshackle Glory, la musica dei Sally and the Mystical Seafloor è immediata, istintiva, melodica e soprattutto profondamente personale al punto che non sarebbe un errore dire che non assomiglia a nient’altro ascoltato in ambito folk punk, né qui né all’estero. Un folk punk che ha in uno dei suoi punti di forza l’alternarsi delle due voci, quella più angelica e dolce di Aurora e quella più grunge e decadente di Sasha. Per quanto ad un primo ascolto la musica dei SATMS può sembrare semplice e di facile ascolto, i loro brani e le loro liriche sono però ricchi di sfaccettature e influenze; si passa infatti da melodie pop punk a soluzioni blues, così come a citazioni alla musica leggera italiana e quelle più tipicamente folk punk a la Days n Daze. Chitarra, washboard, kazoo sono l’equipaggiamento base di Aurora e Sasha, ma tanti altri strumenti (che lascio scoprire al vostro orecchio attento) appaiono nel nuovo album e che conferiscono alle loro nuove otto canzoni ulteriori sfumature, rendendolo più fresche e originali rispetto al passato.

Tra disillusione, intimità, emotività, speranza sogni, ricerca di un senso nella vita, critica sociale e ironia, i testi rimangono a mio parere la parte più importante e divertente della band; per esempio in Borgotaro Blue, con sottile ironia ai limiti del non sense, i nostri magici menestrelli punx del sottobosco danno forma ad una critica nei confronti dei cacciatori mettendoli in ridicolo, tra richiami evidenti alla vita rurale come castagne e salami. In Sottosale, canzone più intima e dolce, l’argomento centrale è la ricerca costante di comprensione delle persone e lo smarrimento che ne segue quando ci si accorge di sentirsi distanti e diversi nel non “aspirare ogni cosa che si respira” nello stesso modo. E poi c’è la hit estiva da festivalbar (se fossimo nei primi anni duemila) Real Trulli Lovers che se all’inizio sembra richiamare un atmosfera da musica country-americana, lascia subito spazio ad un’influenza tanto evidente quanto inaspettata, ovvero Adriano Celentano e allo stesso tempo, nella struttura generale e nello stile quasi rappato delle strofe, sembra un proseguo naturale di Masha and the Mexican Seafood, altra canzone clamorosa apparsa sul loro precedente disco. La musica dei Sally and the Mystical Seafloor è folk punk in un senso classico solamente ad un ascolto distratto e veloce, perchè, come già detto, pur nella loro immediatezza e semplicità, i loro brani sono pieni zeppi di richiami a tradizioni musicali e a generi totalmente non prevedibili. Ne è un esempio perfetto Big Swans Taranta in cui in maniera super funzionante e godibile riescono a rivisitare la tradizione folkloristica della taranta in una chiave fresca e non banale.

Potrei continuare a raccontarvi anche delle altre canzoni che completano Le Tre Armi del Mondo, ma credo che quanto detto finora su questi quattro brani possa bastare per farvi immediatamente correre ad ascoltare l’album dall’inizio alla fine e poi in un loop infinito finchè non vi ritroverete a canticchiarle tutte senza nemmeno più rendervene conto. Viva i Sally and the Mystical Seafloor, viva questi due magici umani membri della tribù che puzza!

Rue Froide – Ce Qui’il Reste (2026)

Clarinetto, banjo, violoncello, chitarra, contrabbasso e flauto traverse che dialogano tra loro e costruiscono trame folk tipiche della tradizione della chanson francese mescolate con un tocco più smaccatamente folk punk e un altro che lambisce territori swing. Tracciati sonori che riportano alla mente uno stile tanto ammaliante quanto immediato, dove a ritagliarsi il ruolo da protagoniste assoluto sono la voce maschile e quella femminile che raccontano storie con una vena poetica tipiche dei cantastorie da taverna o dei bardi da strada. Eccoli allora i Rue Froide, menestrelli francesi che con questo Ce Qu’il Reste arrivano al terzo disco in studio e proseguono nel loro sentiero musicale tanto tradizionale quanto personale ed originale, capaci come sono di reinventare la chanson francese iniettandole dosi massicce di attitudine radicalmente punk. Come dicono loro stessi, e di certo non si smentiscono nelle dodici nuove canzoni presenti su questo album, cantano poesie punk che ruotano attorno a temi come la speranza, la ribellione giocosa, le avventure senza meta e gli amori non corrisposti. Tematiche e argomenti che vengono affrontate con un misto di spensieratezza e spontaneità, gioia e rabbia, malinconia e consapevolezza senza mai eccedere in nessuno dei due estremi. Sul lato delle fonti di ispirazione musicale, durante tutto l’ascolto di Ce Qu’Il Reste sono affiorati alla mia mente gruppi come Tintamare, BGKO, Rail Yard Ghosts e, in maniera ovvia e scontata, la band che più si avvicina allo stile dei Rue Froide, ovvero La Rue Ketanou. Non il solito folk punk quello suonato dai Rue Froide, ma proprio per questo un ottimo lavoro che ha il sapore dell’aria fresca in una stanza che è stata chiusa per troppi anni. Come ci suggerisce la splendida copertina del disco, scegliamo di partire all’avventura per mare o ritroviamoci in comunità rurali stretti alle persone che amiamo. Vi saluto con un consiglio: lasciatevi sedurre da questo album e vi ritroverete facilmente a canticchiare e danzare al ritmo della musica chanson-punk suonata dai Rue Froide!

Yanka Dyagileva – Продано! / Sold! (1989)

A 24 anni deve essere difficile essere una cantautrice punk anarchica in un Unione Sovietica al tramonto e accompagnarti a personaggi istrionici come Egor Letov. Nel maggio del 1991 esci per una passeggiata e una sigaretta nell’immensità desolante e sublime del paesaggio siberiano e non fai più ritorno. Otto giorni dopo il tuo corpo viene ritrovato senza vita nel fiume Inya e nessuno ancora sa con certezza se la tua morta sia stata un incidente, un suicidio legato alle tue tendenze depressive o un omicidio di Stato. Il tuo nome era Yanka Dyagileva e risuona ancora nel vento che ulula per le steppe della Siberia, come un fantasma che non trova pace e minaccia di tormentare i vivi.

Tre anni prima della sua morte, Yanka pubblicava il suo album acustico intitolato Продано (Venduto!, in italiano), registrato interamente in un’appartamento con sole voce e chitarra acustica e distribuito illegalmente in pochissime copie, in un periodo in cui l’underground musicale sovietico era obbligato a vivere ancora in clandestinità. Un album manifesto non solo della poetica e della politica di Yanka, ma anche di un modo del tutto unico e irripetibile di essere anarchici e punk in uno degli stati più totalitari, repressivi e sorveglianti mai esistiti. Un album che è un manifesto anarchico e nichilista, ma allo stesso tempo intimista, pessimista, rabbioso e disicantato, come solo i grandi dischi di musica folk sanno essere. Non è sicuramente un disco allegro, visti anche i temi ricorrenti della poetica di Yanka: disillusione, depressione, malessere e disperazione la fanno da padrone in quasi la totalità delle composizioni presenti nell’album e l’intreccio della sua voce e della sua chitarra sanno come evocare perfettamente queste emozioni in chi ascolta.

Musicalmente si potrebbe accomunare lo stile di Yanka Dyagileva a quello di altre grandissime cantautrici controculturali come Patti Smith o Janis Joplin; se sicuramente da un lato c’è un’influenza di certo folk-rock occidentale sessantiano-settantiano, dall’altro la componente folk di matrice russa è centrale e dona un’identità unica alle composizioni della cantautrice siberiana. Identità rafforzata anche dallo stile poetico delle sue liriche, in un equilibrio perfetto tra un’intimità urgente e dirompente, un dolce nichilismo, un rabbioso orgoglio e un pessimismo aggressivo quanto seducente, il tutto avvolto da un manto nero che evoca certe tensioni dell’anarcho punk più cantautoriale britannico e una generale anedonia di fondo. Forse con un po’ di banalità ma altrettanta precisione si potrebbe descrivere la poetica di Yanka con il titolo di una sua stessa canzone, forse una delle più belle e intense: Il mio dolore è luminoso.

In un album come Продано non c’è nulla di punk nel senso stretto del termine, per lo meno dal punto di vista musicale. Ma la musica di Yanka è radicalmente e profondamente punk tanto per le tematiche trattate quanto per le atmosfere ed emozioni evocate, che non possono non far pensare alla disillusione nichilista del primo movimento punk nei confronti di un futuro che non esisteva più e di una condanna ad una vita priva di gioia e significato. Ma è anche questa immediatezza espressiva e questa urgenza comunicativa, accompagnata solamente dalla sua voce imperfetta quanto incantevole e dalla semplicità di accordi e melodie della sua chitarra acustica a sottolineare un’attitudine visceralmente punk, per cui il messaggio ha sempre più importanza della tecnica esecutiva.

Tirando le somme e senza nascondere un profondo legame affettivo che mi lega a questo disco e alla figura di Yanka Dyagileva, quello che più di tutto rimane dopo l’ascolto (svariati ascolti, per meglio dire) di un album come questo è l’estrema autenticità delle emozioni messe in musica e della persona che è stata Yanka fino alla fine dei suoi giorni e l’urgenza con cui ci parla del personale e del politico ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni. Un album e una cantautrice che a mio parere hanno influenzato inconsciamente moltissimo quel movimento musicale contemporaneo che ci piace definire anarcho-folk o folk punk.

Il sole dell’avvenire è tramontato per sempre sull’impero sovietico, ora è il nostro dolore a splendere luminoso nella notte buia di questi tempi senza futuro.

Summer of the funeral empire // Ruen & Salivation

Domenica 13 luglio 2025 la SOS Fornace di Rho è stata cornice di un concerto folk punk come forse non è mai accaduto all’interno della scena diy punk milanese. Una serata di caldo umido e zanzare che è stata allietata dalle musiche suonate da Ruen e Salivation, due nuovi progetti folk punk dislocati tra Portogallo e Olanda e tra i migliori in circolazione attualmente. Due gruppi che hanno fatto tappa in Fornace durante un tour europeo per raccogliere fondi per il Disgraça, centro sociale anarchico di Lisbona. Due band che prima di suonare due interpretazioni diverse del folk punk ma di eguale e devastante bellezza come non ne sentivo da tempo, si sono dimostrati esseri umani davvero piacevoli. Usando come pretesto il concerto di domenica 13 luglio, ho deciso di scrivere qualche riga sulle loro prime fatiche in studio che hanno visto la luce durante quest’anno, tra marzo e luglio. Con l’intento di creare uno spazio per il folk punk all’interno della scena DIY, buona lettura in questa ennesima estate terribile in cui tifiamo per il crollo dell’impero e per il suo funerale.

p.s. quella serata di quasi un anno fa ha segnato la nascita del collettivo Stinky Tribe, collettivo anarcho folk punk milanese!

Ruen sono un gruppo folk punk di recentissima formazione, con membri provenienti da Olanda e Portogallo e che hanno fatto o fanno parte di progetti come Cistem Failure, Sharp Knives e Kraaklustig. La loro musica dai toni oscuri e apocalittici è la perfetta colonna sonora per il futuro incerto che si apre dinanzi a noi in questi tempi bui dominati da genocidio colonialista, collasso ambientale e distruzione generalizzata dell’esistente. Musicalmente troviamo nelle sonorità e nelle atmosfere dei Ruen influenze non solo legate al folk e al punk, ma anche al doom e al crust più moderno, in un insieme così intenso da rappresentare tanto una vera e propria minaccia per i nostri timpani quanto un abbraccio per i nostri cuori ardenti. Se le sonorità folk vengono enfatizzate da strumenti come il violino e il banjo, l’intensità del punk è sicuramente merito della batteria, uno strumento poco usuale nelle formazioni folk punk ma che nella musica dei Ruen trova il suo posto senza snaturare poi molto le sonorità folk e la natura acustica generale del progetto. Le atmosfere create dalla band di Rover, Bruno e gli altri poi si muovono in bilico tra l’apocalittico e l’emotivo, riuscendo a tenere insieme tensioni oscure, insurrezionali e riottose con una vena intimista e sensibile che per certi versi mi ha ricordato, sia su disco che dal vivo, band neocrust come Ecocide, Remains of the Day o i più recenti Hemiptera. Tant’è che durante il concerto, ho commentato ad alta voce ad malfatto amico: “sembrano una band neocrust acustica” e forse non è una definizione così lontana dalla realtà.


Anche a livello lirico i Ruen non si limitano a scrivere testi banali e scontati, pieni zeppi di slogan riottosi e didascalici dal punto di vista delle idee anarchiche che li animano, preferendo un approccio più personale e intimo, un approccio che racconta di sogni cospirati sotto le stelle e di tenersi stretti in un abbraccio mentre l’impero crolla; una poetica che si domanda il perchè accettiamo e glorifichiamo la devastazione che questo sistema fatto di predazione, colonialismo, distruzione agisce sul nostro spirito, sulle nostre emozioni e sul nostro immaginario. Era dai tempi di Stick Together di Momma Swift, poi ripresa dalle Cistem Failure della stessa Rover, che una canzone non mi faceva emozionare così tanto come Foreword, brano con cui si apre questa prima demo dei Ruen e che rappresenta la sintesi perfetta di quanto ho cercato di descriverivi finora. Una poetica anarchica che ci ricorda l’importanza di stare uniti, prenderci cura delle persone che amiamo, di rendere la solidarietà veramente un’arma nelle nostre relazioni quotidiane per riuscire finalmente a contrastare la merda che viviamo in questi tempi bui. Perchè uniti in un abbraccio, specchiandoci nelle nostre lacrime e riconoscendo i volti dei nostri compagni, potremmo veramente dare l’assalto a questo mondo, per una vita radicalmente diversa, per l’anarchia. Perchè non sarà perfetto, ma almeno, finalmente, saremo noi.

Salivation sono un duo folk punk di Lisbona che vede tra le sue fila Riley dei famigerati Railyard Ghosts e Lili degli Sharp Knives, impegnati rispettivamente a suonare banjo e violino. La loro musica suonata con furiosa intensità pesca a piene mani dalla tradizione punk e metal più estrema, trasportandone l’impatto in versione folk e riuscendo nell’intento di suonare devastante e convincente. Potremmo descrivere la musica dei Salivation come un’amalgama di death e black metal, crust punk e sonorità folk, una miscela tanto primordiale quanto devastante pur non tradendo mai la sua natura acustica. Non credo di aver mai sentito della musica folk punk completamente acustica suonata con così tanta intensità e capace di creare tutto questo rumore. Se proprio dovessi darvi delle coordinate musicali facendo dei nomi, gli unici due progetti in ambito folk punk e acustico che riesco ad accomunare, per estremismo e intensità, ai Salivation non possono che essere i già citati Railyard Ghost e i norvegesi Trolldomskraft.

Il registro rispetto ai Ruen cambia in maniera radicale, avendo in comune a livello di atmosfere solamente la sensazione che le sei tracce di Funeral Empire siano la perfetta colonna sonora da suonare ed ascoltare tra le macerie dell’impero capitalistica in questa epoca di barbarie quotidiane, devastazioni ecosistemiche e disumanità diffusa. Nella musica dei Salivation c’è molto meno spazio per quelle tensioni emotive e intimiste che caratterizzano i Ruen, infatti l’enfasi viene messa sulla costruzione di passaggi e scenari più marci, disperati, eretici e blasfemi, perfettamente in linea con idee iconoclaste e influenze musicali estreme. Riley e Lili sono due goblin pronti a catturarci nella loro trappola, mentre ci invitano con incantesimi decantanti attraverso voci gutturali e urla sguaite, a “sputare nel calice, a ululare nel coro e a scopare sull’altare“. Le idee da cui prendono vita le liriche dei Salivation sono incendiarie e anarchiche, ruotando intorno a irriverenti quanto spietate critiche alla guerra e tutti gli altri orrori normalizzati perpetuati dall’impero capitalista, coloniale, razzista e patriarcale che opprime le nostre esistenze. Che lo si voglia chiamare folk punk, crust folk o death folk, la musica dei Salivation è una delle esperienze più potenti e spietate che si possa immaginare pensando ad una band acustica e questa prima fatica in studio non può di certo lasciare indifferenti. Se avrete la fortuna di vederli dal vivo, non perdeteveli per nulla al mondo.



Suonare musica folk per opporsi all’impero ecocida – intervista ai Byssus

Quando ho scoperto i Byssus anni fa rimasi immediatamente affascinato dalla loro musica folk e dalle tematiche che trattano nei loro testi. Liriche in cui si parla delle interconnessioni tra le specie viventi, di devozione quasi animistica verso il mare e le foreste, di un sentimento ecologista profondo e radicale e di critica rabbiosa all’impero tecno-industriale principale attore dell’ecocidio in atto su quella terra che Gary Snyder chiamava Turtle Island per opporsi al termine coloniale “Stati Uniti d’America”. Di tutti questi argomenti e di molti altri ho avuto l’onore e il piacere di chiacchierare con Taylore, Burl e Michael, le tre menti dietro il progetto folk Byssus. Lascio la parola a loro, buona lettura!


Ciao ragazzi e ragazze! Grazie per aver accettato di rispondere a queste domande, lo apprezzo moltissimo. Vorrei iniziare questa intervista chiedendovi alcune informazioni biografiche sui Byssus: chi siete e da dove venite, quando avete fondato la band e con quali obiettivi?

Taylore: Ciao! Siamo davvero commossi dal calore e dall’accoglienza che ci hai riservato e siamo onorati di partecipare al tuo progetto. Allora, i Byssus sono attualmente un trio composto da me, Burl e Michael. In passato abbiamo collaborato con il nostro amico e violinista Wesley. Abbiamo in programma anche alcune collaborazioni future con altri amici.

Burl e io abbiamo iniziato a suonare insieme a Santa Cruz e Oakland, in California, nel 2015 insieme a un altro nostro amico, Jesse. Quel progetto si chiamava Inle Elni. Burl e io ci sentivamo davvero in sintonia nelle nostre visioni creative e, man mano che continuavamo ad approfondire la nostra collaborazione musicale, abbiamo deciso di dare vita a quello che poi è diventato Byssus. I Byssus sono ora una band della costa pan-pacifica (?) con due membri che vivono a Olympia, nello Stato di Washington, e un altro a Santa Cruz, in California, a circa 12 ore di macchina l’uno dall’altro.

Le canzoni che i membri scrivono indipendentemente finiscono sempre per condividere gli stessi temi, poiché condividiamo lo stesso contesto di ecocidio e colonialismo. Tutti noi desideriamo ardentemente un rapporto ricucito con il mondo vivente. Spesso diamo voce al dolore, all’orrore e alla disperazione mentre navighiamo tra il marciume della civiltà e dell’impero, ma dichiariamo anche il nostro amore e la nostra devozione per questa terra vivente.

Il nome del vostro progetto è davvero affascinante. Da quanto ho potuto leggere durante le mie ricerche, “Byssus” è un termine legato al mondo delle cozze e di altri molluschi bivalvi. Potreste spiegarmi cosa significa questa parola e per quali ragioni l’avete scelta come nome del vostro gruppo?

Taylore: Il progetto “Byssus” mira a mettere in luce le complesse relazioni interspecie che rendono la vita bella, significativa e resiliente. Il nome “byssus” si riferisce alla struttura anatomica che le cozze utilizzano per ancorarsi alla roccia e indica anche uno specifico tipo di tessitura realizzata con i fili dorati di una specie di cozza del Mediterraneo. Sono sicura che Burl abbia altro da aggiungere al riguardo…

Burl: La tessitura del byssus è una pratica tradizionale originaria delle coste del Mediterraneo (in particolare della Sardegna e di Taranto), dove i tessitori si immergono in profondità nell’oceano per raccogliere la seta marina dorata dalla specie di cozza Pinna nobilis e creare tessuti. La cura dei banchi di seta marina non danneggia le cozze, ma lo fa invece l’abuso del mare causato dall’inquinamento e dalle trivellazioni, e l’habitat del byssus ne ha subito gravi conseguenze. Sebbene siano rimasti pochissimi tessitori di byssus che portano avanti questa tradizione, siamo stati ispirati dall’impegno dei tessitori sopravvissuti nel tramandare questa bellissima forma d’arte e dalla loro dedizione nel coltivare un rapporto con il mare. La nostra musica è dedicata al mantenimento del nostro rapporto con la terra e il mare, e a ciò che significa vivere in armonia con essi. Quando quel legame viene reciso, perdiamo non solo i nostri mezzi di sopravvivenza, ma anche una parte di noi stessi. Quando ci consideriamo parte del paesaggio, iniziamo a comprendere il vero impatto dello sfruttamento e della devastazione ambientale.

Sul vostro sito web si legge “Musica folk dai boschi al mare”, una frase che sottolinea l’importanza di questi due ecosistemi. Qual è il vostro rapporto, sia come individui che come gruppo, con la foresta e il mare? Cosa rappresentano per voi questi due ambienti naturali e in che modo si riflettono nella vostra musica?

Taylore: Che domanda meravigliosa! Questi sono i paesaggi viventi in cui viviamo e che, per me, rappresentano la fonte da cui attingo ispirazione e forza. L’oceano induce all’umiltà, è fonte di stupore, infonde un senso di possibilità e di presagio. Quando la totalità del nostro incubo condiviso sembra diventare insopportabile, l’oceano mi ricorda la nostra origine comune, una dimora antica, e mi ricorda la profondità e l’invisibile. L’acqua fredda e salata del Pacifico è stata davvero un ottimo rimedio per il mio corpo e la mia anima nei momenti più bui. Anche la foresta è il luogo in cui dimorano gli antichi, una sorta di divinità o spiriti. È lì che si possono vedere e percepire le relazioni tra le specie. Essere un piccolo mammifero tra le sequoie che respirano la nebbia marina o tra i cedri rossi occidentali che si abbeverano alla pioggia fredda è una fonte di conforto.

Rimanendo in tema di musica, siete a tutti gli effetti un progetto dalle sonorità folk. Quali sono le vostre principali influenze e perché avete scelto di suonare proprio questo genere musicale?

Taylore: Beh, adoro la musica folk. Molti generi di musica folk. Dai brani tradizionali irlandesi alla musica degli Appalachi, dalla polifonia dell’Europa centrale e orientale al revival folk degli anni ’70, dall’americana al folk psichedelico più contemporaneo, al dark folk, ecc… Adoro partecipare a collaborazioni musicali che permettono a una varietà di influenze di arricchire la musica. Apprezzo molto il fatto che la musica folk sia duratura; si tratta di trasmetterla affinché venga coltivata da un’altra generazione, mantenendo vive le storie. La comunità musicale a cui mi sento più legata abbraccia diversi generi che si influenzano a vicenda. Penso che ci sia un nucleo controculturale che ci unisce tutti. Molti di noi provengono da un background punk e DIY e questo è sicuramente presente nel mix; c’è anche un’enfasi sull’ecologia, l’animismo e le competenze legate alla terra.

Burl: Penso che la musica folk sia per la gente e fatta dalla gente. È una musica accessibile che può essere suonata praticamente con qualsiasi tipo di strumentazione, e con oggetti che possono essere trasformati in strumenti come cucchiai, fischietti, zucche, scatole di sigari, ecc. Mi piace il fatto che quando si ascolta una canzone folk, si sta ascoltando una vecchia storia che è stata plasmata, arricchita o snellita, e modificata in base alle esperienze di vita dei musicisti e alle lotte della comunità. Ci possono essere oscurità e dolore, così come gioia e piacere.

Nei vostri testi emerge un sentimento che definirei ecologico nei confronti del mondo naturale che vi circonda, un messaggio tanto poetico quanto politico. Quale potenziale pensate che abbia la musica folk nel trasmettere certi messaggi “radicali” e sempre più urgenti, come il rispetto ecologico per i territori e gli ecosistemi?

Taylore: Cavolo, un’altra domanda fantastica! Per molti versi, ciò che stiamo effettivamente cercando di fare nelle nostre esibizioni e nelle nostre registrazioni è lanciare incantesimi nelle orecchie di chi è disposto ad ascoltarli. Per infondere coraggio, raccontare storie, dare un senso alle cose mentre viviamo insieme un mondo che va in pezzi. Penso che la musica folk, quando si inserisce in una controcultura più ampia, possa contribuire a ricucire i fili spezzati, mettendo in luce le realtà, gli esseri e le relazioni più sottili e spesso dimenticate, ma fondamentali, che necessitano di cura e attenzione. La musica permette di trasmettere non solo valori e convinzioni, ma anche lo spirito che sta dietro a tutto ciò.

Burl: Gran parte della nostra musica nasce dall’essere testimoni della distruzione ecologica e delle lotte per fermarla. La musica folk è sempre stata portatrice di una verità cruda su ciò che viene osservato e vissuto. Se ascolti le ballate folk dei Monti Appalachi, dell’Irlanda o della Scozia, possono risultare davvero brutali. Ci sono storie di omicidi, stupri, povertà, carestie, occupazioni e malattie. Possono avere un suono dolce, ma alla base c’è una verità crudele che viene condivisa attraverso le canzoni. Man mano che passano di voce in voce, le informazioni su queste esperienze si diffondono nella comunità più ampia e nelle regioni. Penso che noi, in quanto musicisti folk, dobbiamo condividere la realtà dei nostri tempi… anche se non sarà sempre facile da ascoltare.

Abbiamo parlato di territori, natura ed ecosistemi, e mi sento in dovere di farvi una domanda. Come viene vissuta la lotta per la terra dal punto di vista delle popolazioni indigene della vostra regione? Esiste qualche progetto indigeno che si batte per la riappropriazione delle terre ancestrali o per la difesa dallo sfruttamento industriale e dalla distruzione?

Taylore: Sì, ci sono tantissimi fronti nella lotta anticoloniale e si trovano sicuramente nei luoghi in cui viviamo attualmente.

Qui a Olympia c’è una lotta che dura da tempo per riottenere i diritti di pesca sulle terre ancestrali e per proteggere il salmone e l’ecosistema fluviale. Nel corso degli anni alcune battaglie sono state vinte: i diritti sanciti dai trattati sono stati tutelati dalla sentenza della Corte Boldt e l’accesso alla pesca è stato almeno parzialmente ripristinato per i popoli dei Nisqually, dei Puyallup, degli Squaxin e di molte altre tribù indigene di questa regione, a seguito di quelle che sono note come le «guerre del pesce». Questo, ovviamente, non ha segnato la fine della lotta, ma costituisce un precedente che dimostra come gli attivisti indigeni stiano guadagnando terreno in questa zona.

Esiste un progetto guidato dagli indigeni chiamato «Protectors of the Salish Sea» che lavora per difendersi dai continui danni causati dalle industrie estrattive e per ripristinare la salute del Mare di Salish, delle orche e dei salmoni che lo popolano.

Le foreste di seconda crescita sulle terre ancestrali degli Elwa Klallam sono attualmente minacciate dal disboscamento e ci sono persone sul campo che stanno lavorando per fermarlo. Recentemente c’è stata un’occupazione sugli alberi in una delle aree destinate al disboscamento.

Esistono inoltre progetti volti alla decolonizzazione della medicina e alla rivitalizzazione della cultura. “Canoe Journey Herbalists” ne è un esempio locale. Si tratta di un progetto collaborativo intertribale dei Coast Salish incentrato sulla salute e l’erboristeria, che fornisce medicinali e consulenze via canoa durante i viaggi e i raduni annuali in canoa.

Non esistono luoghi che non siano stati influenzati dal colonialismo e dalle industrie estrattive in questa zona. La deforestazione è il fenomeno più significativo nel contesto ecologico della foresta pluviale temperata del sud-ovest dello Stato di Washington, dove vivo. E la situazione sta peggiorando da quando un regime fascista ha preso il potere. Il nuovo Stato autoritario ha fatto della deregolamentazione delle politiche ambientali e della vendita dei terreni federali a fini di sfruttamento una priorità. Nel frattempo, persone prive di cittadinanza (e in molti casi in regola con i documenti) vengono rapite da un esercito politico mascherato, deportate in paesi con cui non hanno alcun legame o rinchiuse in campi di concentramento. Anche questa è una lotta anticoloniale. La maggioranza di queste persone è indigena di questo continente. Il confine ipermilitarizzato tra Stati Uniti e Messico ha avuto un impatto notevole sulle specie migratorie dell’ecosistema desertico e ha tracciato linee arbitrarie attraverso i territori di popoli indigeni come i Tohono O’odham.

La lotta per la sovranità indigena e la restituzione delle terre in questa nazione è indissolubilmente intrecciata alle lotte delle specie autoctone non umane. Le stesse forze che allontanano le persone dalla loro terra natale, arginano i fiumi impedendo ai salmoni di raggiungere le zone di riproduzione, avvelenano il mare, spogliano le cime delle montagne. Dopo 100 anni di soppressione degli incendi, aggravata dal cambiamento climatico globale e dal disboscamento e dalle piantagioni di legname, ora abbiamo incendi sempre più devastanti e letali nella parte occidentale del paese. Questi hanno raggiunto persino le principali aree metropolitane, bruciando interi quartieri a Los Angeles all’inizio di quest’anno. I popoli indigeni della California, dell’Oregon e di Washington, che hanno imparato a conoscere i regimi di fuoco di questi paesaggi dopo averli osservati per migliaia e migliaia di anni, ricorrono agli incendi controllati per prevenire questi incendi devastanti. Possiamo solo sperare che gli incendi controllati guidati dalle popolazioni indigene continuino a guadagnare terreno, dato che negli ultimi due decenni è emersa una maggiore collaborazione e un maggiore sostegno per questa pratica ecologica tradizionale.

Burl: La resistenza indigena sulla costa centrale della “California” vanta una lunga storia e continua ancora oggi. Tra i progetti attualmente guidati dalle popolazioni indigene vi è la creazione di numerosi fondi fiduciari per la tutela del territorio, volti a recuperare terreni e importanti siti culturali per riportarli sotto la gestione delle popolazioni indigene. A causa degli effetti duraturi del sistema delle missioni spagnole e del genocidio nella cosiddetta California, nonché della successiva occupazione dei territori da parte del governo federale statunitense e della revoca del riconoscimento federale di alcune tribù californiane, molte comunità tribali sono prive di terre e non godono di alcun riconoscimento né di diritti di uso del territorio. L’istituzione di fondi fiduciari formali protegge i territori da ulteriori interventi di sviluppo e li restituisce alle mani delle popolazioni indigene. Tra questi figurano l’Amah Mutsun Land Trust, con territori nell’area della baia di Monterey, il Sogorea Te’ Land Trust nella zona orientale della baia di San Francisco e il Muchia Te’ Indigenous Land Trust nella regione a sud di San Francisco. Più a nord, la tribù dei Winnemem Wintu sta lottando per impedire l’innalzamento della diga di Shasta, che distruggerebbe molti dei loro siti culturali rimasti, e ha avviato attivamente un programma per reintrodurre il salmone selvatico nel fiume McCloud.

Da appassionato ascoltatore di musica folk e neofolk, mi capita spesso di imbattermi in progetti legati a ambienti di estrema destra o ambigui dal punto di vista politico. Quanto ritenete importante suonare questa musica con messaggi e idee diametralmente opposti a quelli fascisti? Vi definite una band in qualche modo “politica”? E, in tal caso, come descrivereste questa dimensione politica?

Taylore: Penso che, soprattutto adesso, possa solo essere utile chiarire la propria posizione. Non credo che si perda profondità artistica o integrità quando si è sinceri riguardo alle proprie idee politiche, e non mi convince l’impulso a essere provocatori o scioccanti solo per il gusto di esserlo. Detto questo, penso che sia utile fare qualcosa di più che limitarsi a marcare la propria musica con il simbolo della A cerchiata e considerarla a posto. Sono un’anarchica, ma ciò che questo significa per me potrebbe significare qualcosa di diverso per qualcun altro. Penso sia importante articolare le proprie motivazioni, prospettive e convinzioni, e non limitarsi a etichettare un progetto con un’identità politica. Ritengo che la musica che facciamo sia politica, nel senso che è un’affermazione di ciò che per noi è sacro e di ciò che aborriamo. Il fascismo rientra sicuramente tra le cose che aborriamo. Nella mia comunità musicale c’è davvero un’abbondanza di persone che la pensano come me, di buon cuore e appassionate, che suonano in progetti che spaziano dal black metal al dark folk, alla musica elettronica, e sebbene sia consapevole che roba come l’NSBM e il neofolk da leccaculo esistano davvero, non mi capita spesso di imbattermi in esse. Il comportamento da “edge lord” che descrivevo sopra si è manifestato di tanto in tanto. Lo incontravo anche negli ambienti punk un po’ più trasgressivi della mia adolescenza, ma per fortuna anche lì è piuttosto raro. Penso che sia importante non lasciare che questo comportamento da idioti si appropri dei generi musicali, capisci cosa intendo?

Michael: Un contesto storico di cui un numero sorprendente di persone sembra ignorare l’esistenza è che il neofolk ha avuto origine nelle scene musicali industrial e post-punk del Regno Unito negli anni ’80. Questi movimenti artistici (in particolare quello industrial) erano dediti con passione alla trasgressione di tutte le norme sociali e si opponevano con determinazione al conservatorismo sociale britannico durante l’era Thatcher. I precursori del genere neofolk sono tutti emersi da questo contesto culturale. Con il passare del tempo si sono formate alcune band neofolk i cui membri sembrano ignorare il contesto culturale originario del genere, interpretando alcuni dei suoi tropi estetici in modo molto letterale e utilizzandoli per proiettare i propri valori e la propria visione del mondo.

I Byssus non hanno in realtà punti in comune dal punto di vista culturale con questo tipo di progetti, quindi non c’è alcuna tensione in tal senso. Non suoniamo in concerti con questo tipo di band e non conosciamo queste persone. Inoltre, i Byssus non sono un progetto neofolk e le band neofolk non figurano tra le nostre influenze musicali originarie.

E a proposito dell’estrema destra e del fascismo: qui negli Stati Uniti abbiamo un governo apertamente di estrema destra e autoritario, sostenuto da un movimento sociale teocratico che sta chiaramente prendendo le redini del potere in questo Paese. A mio avviso, in quest’epoca, chiunque si comporti come un ambiguo “cripto-fascista” che sostiene sinceramente idee di destra sta fallendo completamente nel suo intento di essere un autoritario di destra, perché la sua fazione è al potere e non c’è motivo di nascondersi.

Un’altra frase che mi ha colpito molto sul vostro sito è la seguente: «La nostra musica è dedicata agli intrecci interspecie che sfidano la logica dell’impero». Potreste approfondire la vostra idea di cosa siano la logica dell’impero e gli intrecci interspecie? E in che modo queste intercconnesioni interspecie (tra esseri umani, non umani e piante) possono insegnarci a pensare a nuovi mondi radicalmente diversi dalle logiche del capitalismo e della civiltà tecno-industriale?

Taylore: Cavolo. Un’altra bella domanda. L’Impero è spinto a separare, atomizzare e soggiogare; è una logica che si oppone alla vita. Ritiene che l’individualismo e la supremazia siano naturali e auspicabili. Gli intrecci tra le specie sfidano questa logica attraverso il mutualismo da cui tutta la vita emerge e viene sostenuta: il microbioma intestinale, la micorriza che collega le radici degli alberi nella foresta, l’impollinazione fornita da vespe, mosche, pipistrelli, falene, il castoro che costruisce habitat per uccelli e pesci. Il mondo senza questi intrecci crolla e noi stiamo vivendo quel lento (ma accelerante) crollo da quando la civiltà industriale ha preso piede.

Secondo voi, come possiamo “guarire” questa profonda ferita che è la moderna disconnessione dal mondo naturale, al punto da farci sentire, come esseri umani, qualcosa di separato dalla natura? Quali sono le pratiche possibili per recuperare questa interconnessione e invertire la rotta verso l’abisso?

Taylore: Credo che ci siano molti passi da compiere che andranno oltre la durata della vita di questa generazione. Il primo è prestare attenzione al mondo vivente, stare a contatto con gli esseri che popolano le nostre case e imparare dai luoghi in cui ci troviamo. Contribuire alla costruzione di una cultura che metta al centro la terra e l’ecologia. Agire in solidarietà con i popoli delle Prime Nazioni che stanno lavorando per ripristinare le pratiche tradizionali di cura ecologica. In una certa misura, per me, ciò comporta anche l’apprendimento di alcune abilità tradizionali e il ricorso alle mie radici ancestrali per attingere a saggezza e storie, per quanto complesse e frammentarie possano essere. Non posso semplicemente importare uno stile di vita pagano europeo basato sulla natura e inserirlo in questo paesaggio, ma posso imparare dai modi antichi che trovano risonanza in me.

Al di fuori dei Byssus, nei territori in cui vivete siete impegnati in altri progetti musicali e non musicali legati o connessi ai temi trattati finora? Vi andrebbe di parlarcene?

Taylore: Canto in un coro folk stagionale che si esibisce in occasione di raduni legati ai solstizi, agli equinozi e alle festività di metà stagione, che in genere sono eventi di raccolta fondi a sostegno di progetti locali. Sono anche impegnata nell’organizzazione di iniziative di mutuo soccorso, principalmente fornendo cure a base di erbe. Nella nostra zona ci sono due festival che sostengono musicisti e artisti che condividono la nostra stessa visione: il Cascadian Midsummer e il Cascadian Yule. Michael ha una serie di progetti di cui può parlarvi. Michael e io gestiamo anche un’etichetta discografica chiamata Stonebreaker Media, che al momento comprende esclusivamente i nostri progetti musicali, ma speriamo di coinvolgere altri amici in futuro.

Burl: Sono onorata di aver fatto parte per alcuni anni del team medico dell’iniziativa Run4Salmon, guidata dalla comunità indigena, e di aver potuto offrire il mio contributo come operatore sanitario a sostegno dei residenti a basso reddito e senza fissa dimora di Santa Cruz e dell’area della Baia di San Francisco.

Michael: Faccio parte delle comunità Cascadian Yule / Midsummer dal 2006 e ho partecipato a numerosi progetti musicali e a molti eventi nati da questa scena. Oltre a Byssus, i progetti attuali e attivi di cui faccio parte sono le band metal cascadiane Alda e Returning. Sono un membro fondatore degli Alda e siamo in attività ormai da 18 anni, il che mi sembra incredibile se ci penso, mentre sono entrato a far parte dei Returning nell’estate del 2024. Tutti i progetti di cui ho fatto parte in questa comunità condividono lo stesso contesto e lo stesso scopo.

Quali sono invece le realtà, gli artisti, i collettivi e le band che suonano musica folk più interessanti e attivi nelle vostre zone? Esiste una vera e propria scena definibile come “folk” dalle vostre parti? E, se sì, come si sviluppa e come si organizza?

Taylore: C’è una vera e propria scena folk. Nel Nord-Ovest ci sono diversi grandi raduni che attirano gente da tutto il Paese. Il festival Fiddle Tunes a Port Townsend e il Folk Life a Seattle, solo per citarne un paio. La maggior parte della musica folk che si suona è o “Old Time” degli Appalachi o musica tradizionale irlandese, con qualche cantautore qua e là. Poi c’è la comunità multigenere di tipi stravaganti di cui ho parlato prima. Personalmente, mi piace tutto questo. Alcune delle persone e dei musicisti con cui collaboro qui nel nord-ovest del Pacifico fanno parte di progetti che si potrebbero definire metal o vari generi di musica heavy, oppure cori polifonici o gruppi che suonano brani irlandesi. haha. All’estero, i progetti folk contemporanei che apprezzo di più sono Mama’s Broke, Sangre De Muerdago e Lankum.

Burl: Santa Cruz vanta una storia piuttosto ricca di gruppi folk e di una comunità musicale incentrata sulla difesa delle foreste, l’occupazione abusiva degli immobili e la politica anarchica. Negli ultimi anni le cose sono decisamente cambiate, dato che sempre più persone sono costrette ad abbandonare Santa Cruz a causa dell’aumento dei prezzi, ma credo che i fili conduttori di quelle collaborazioni iniziate 10-20 anni fa continuino a vivere nei progetti musicali e siano ancora attivi qui e in altri luoghi.

Il vostro ultimo splendido album, In Foras, è uscito nel 2022. Avete in programma di pubblicare nuova musica a breve o vi state dedicando ad altro? Quali sono i vostri obiettivi per il prossimo futuro?

Taylore: Al momento stiamo lavorando a un altro album! Abbiamo intenzione di registrarlo in autunno o in inverno. Speriamo di riuscire a organizzare un altro tour nel 2026.

Siamo giunti alla fine dell’intervista; grazie mille ancora per il tempo che mi avete dedicato e per le vostre risposte. Vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Vi mando un grande abbraccio caloroso dai boschi della provincia di Milano!

Taylore: Grazie per le tue domande bellissime e profonde. Un grande abbraccio selvaggio dal Mare di Salish!

Burl: Abbracci selvaggi dalle maree della costa centrale e grazie per esserti messo in contatto con noi!

Canzoni per un futuro non così distante – intervista ai Tüül

La musica suonata dai Tüül quindi ci prende per mano e ci accompagna attraverso questi paesaggi dominati da resti, macerie e spettri dell’abbandono, provando a compiere un profondo lavoro di reimmaginazione e di détournement per percepirli come spazi concreti di anti-civiltà. Questi territori incolti, selvatici, non più addomesticati, che possono quindi fungere da spazi di sperimentazione e di possibilità di mondi nuovi, sono per i Tüül in grado di offrire una visione del futuro radicalmente diversa dal paradigma ecocida dominante e dalla civiltà che ci ha portati sull’orlo del collasso.

Così scrivevo nella recensione di Moorland, ultimo bellissimo disco dei Tüül con cui mi sono effettivamente infatuato della band e delle loro sonorità folk oscure e decadenti. Per una serie di riflessioni e sensazioni che la loro musica mi ha suscitato ho deciso quindi di intervistarli per parlare anche e soprattutto della loro visione del mondo in questi bui tempi di ecocidio e del loro rapporto con i territori di cui parlano nelle loro canzoni. Buona lettura!


Ciao ragazzi e benvenuti sul primo numero di Muschio e Pietra! Vorrei iniziare l’intervista chiedendovi quando avete deciso di fondare i Tüül e in quali circostanze è nato il progetto. Vi va di condividere qualche nota biografica su di voi e sul vostro progetto?

Grazie mille per averci invitato! Ci siamo conosciuti come membri del collettivo “freak folk” Shitfaced Mermaids, con cui ci siamo divertiti un sacco a suonare in squat, fattorie, festival, tra cui diverse edizioni dell’Anarcha Folk Festival. Dopo un po’ abbiamo sentito il desiderio di fare qualcosa di diverso insieme. Ispirati da band come Lankum e Cinder Well, abbiamo iniziato a sperimentare un sound più cupo utilizzando banjo e fisarmonica, con entrambi alla voce. Il risultato ci è piaciuto molto. Ma soprattutto, ci ha dato lo spazio per affrontare attraverso la musica alcune questioni urgenti, in particolare la cascata di crisi ambientali in corso e il futuro preoccupante che ci attende. 

Leggendo qua e là su Internet, ho scoperto che nella lingua proto-finlandese “tuul” significa “vento”. Avete scelto il nome ispirandovi a questa parola o ha un altro significato? E se sì, cosa significa per voi la parola Tüül?

Sì! L’abbiamo presa dal finlandese “tuuli”, che significa proprio “vento”. La parola ci è venuta in mente, ci ha colpito, per così dire, e abbiamo deciso di tenerla. Non c’è un significato più profondo, solo intuizione.

Sul vostro Bandcamp si legge nella biografia che suonate “canzoni da un futuro non troppo lontano…”. Vi va di approfondire il concetto e il significato di questa frase che trovo tanto evocativa quanto attuale? Qual è questo “futuro non troppo lontano” a cui vi riferite e come lo immaginate?

Cantiamo di cose che non fanno ancora parte della nostra vita quotidiana ma che sono già presenti. Il cambiamento climatico e il degrado ambientale non sono preoccupazioni di un futuro lontano; per molte persone, specialmente nel Sud del mondo, sono già una realtà quotidiana. In Occidente, potremmo ancora vivere in un mondo che riesce a tenere questa realtà preoccupante al di fuori dei confini dell’esperienza quotidiana. Ma le crepe in quel muro (a cui si fa riferimento in una delle nostre canzoni) si stanno allargando, accelerate dalla crescente successione di siccità, forti piogge (come nella valle dell’Ahr), ecc. Quindi, anche se i nostri testi possono sembrare descrivere un futuro lontano e apocalittico, la fine di un regime climatico stabile è già qui, con tutti gli effetti sociali e politici che avrà (e che ha già avuto). Stiamo cercando di fare i conti con questa “fine del mondo” e di immaginare cosa ci aspetta dopo.

Dal punto di vista musicale, ciò che mi ha colpito di voi è la combinazione di dark folk, sfumature doom, suoni drone e un’atmosfera con connotazioni apocalittiche. Perché avete deciso di suonare proprio musica folk e quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Perché avete scelto di evocare paesaggi e scenari post-apocalittici e desolati con la vostra musica?

Ci piace molto la direzione che stanno prendendo molti progetti folk attuali, che non si soffermano su un passato immaginario idilliaco, ma si confrontano con le difficoltà della nostra vita quotidiana e affrontano i fantasmi dei sistemi oppressivi ancora in atto, oltre a sperimentare suoni e strumenti tradizionali e moderni. Poiché il presente (delle persone e della collettività) è piuttosto cupo, il dark o il doom folk ci sembrano appropriati. Ma le fisarmoniche sono perfette anche per creare suoni drone.

Leggendo ciò che scrivete e ascoltando i testi delle vostre canzoni, direi che i Tüül sono un progetto fortemente politico, nel senso di essere critici nei confronti del mondo in cui viviamo, della catastrofe ecologico-ambientale causata dalla civiltà capitalista-industriale e dei tempi bui che dovremo affrontare come specie umana in un futuro non troppo lontano. Vi andrebbe di raccontarmi cosa significa per voi parlare di certi temi e se vi sentite una band “politica” in questo senso? Quali sono le vostre idee sul presente e sul futuro di questo pianeta condannato?

Certo, per molti versi la storia che raccontiamo è molto politica, anche se non in modo esplicito. Segue un vagabondo solitario attraverso paesaggi devastati in un contesto post-civiltà immaginario (ma molto reale e attuale, vedi sopra) nell’Europa occidentale settentrionale. Ma tralasciamo molte cose: come la causa (il complesso industriale occidentale) o quali potrebbero essere le soluzioni per andare controcorrente rispetto alla distruzione (una politica dei beni comuni, una politica informata dalla scienza, un’agricoltura rigenerativa come la permacultura e così via). I fatti della crisi ambientale di cui sentiamo tanto parlare a volte nascondono un altro lato, ovvero i sentimenti di dolore, terrore, paura. La storia che volevamo raccontare riguarda molto di più questo aspetto. Abbiamo paura. Facciamo incubi.

Moorland, il vostro ultimo splendido album, è nato proprio da queste riflessioni sulle terre che chiamate casa. Vi va di raccontarci la genesi di questo disco, i temi che avete deciso di affrontare e cosa vi ha influenzato nella scrittura dei brani, sia dal punto di vista personale che da quello più ampio, politico e globale?

Il luogo in cui viviamo (il nord dei Paesi Bassi e la Germania nord-occidentale) non offre un facile attaccamento alla terra. Per gran parte della storia umana, la maggior parte di esso è stato mare o zone umide. Ciò che esiste ora sono vasti deserti agricoli, attraversati da dighe che tengono fuori l’acqua (e che dovranno farlo con crescente urgenza in un futuro non troppo lontano, con l’innalzamento del livello del mare). Il processo di indijking (costruzione di dighe e bonifica dei terreni) è stato, per molti versi, un progetto ecocida, che ha distrutto gran parte degli ecosistemi originari che un tempo prosperavano in questa zona. Ciò rispecchia il drenaggio su larga scala delle zone umide della regione, come il Bargerveen (un tempo una delle zone umide più grandi d’Europa), drenato non solo per l’estrazione della torba, ma anche per creare spazi “ordinati” adatti alla civiltà. L’indijking (come il drenaggio delle zone umide) ha prodotto un paesaggio che, pur apparendo rigoglioso e verde, è in realtà un deserto dal punto di vista della biodiversità. È anche un paesaggio sempre più inadatto alle future condizioni climatiche (particolarmente vulnerabile, ad esempio, alla salinizzazione del suolo). In questi tempi difficili, ciò a cui siamo legati sono le poche zone umide che ancora esistono (“resistono”) e le storie che si raccontano su questi luoghi. Ci sono tante belle storie da raccontare sulle zone umide.

Anche nel vostro precedente lavoro, Dead Wood, emerge un fascino che diventa un’ode alle terre incolte e ai paesaggi abbandonati dalla civiltà umana e che la natura si riprende, in modo selvaggio e inaspettato, contrastando così con la distruzione causata dall’industria e dal capitalismo. Qual è il vostro rapporto con questi spazi incivili e selvaggi? Quale potenziale vedete in questi paesaggi selvaggi abbandonati e riconquistati per immaginare un mondo radicalmente diverso da quello attuale?

Sì, hai ragione! Dead Wood racconta una storia simile ma in qualche modo diversa, quella delle foreste morenti d’Europa, o meglio, delle poche vere foreste che ci sono rimaste. La maggior parte di ciò che oggi chiamiamo bosco è costituito da piantagioni piuttosto che da ecosistemi naturali ricchi di biodiversità. Queste piantagioni, spesso costituite da specie non autoctone a crescita rapida come l’abete di Sitka, l’abete di Douglas e l’abete rosso, sono state piantate per la produzione di legname e per motivi di efficienza economica. Tuttavia, questi alberi sono poco adatti ad affrontare i cambiamenti climatici e sono sempre più vulnerabili alla siccità, alle malattie e ai parassiti. In Germania, ad esempio, vaste monocolture di abeti rossi sono state decimate da infestazioni di coleotteri della corteccia, lasciando dietro di sé resti scheletrici silenziosi, che in un certo senso sono piuttosto belli con i “disegni” dei coleotteri della corteccia su di essi. Da questa morte nasce anche la rara opportunità di spazio per alberi e piante autoctoni.  In Dead Wood, un vagabondo solitario attraversa vasti paesaggi deserti dove questa trasformazione sta lentamente avvenendo, dove le rovine di una civiltà ecocida e una nuova vita coesistono fianco a fianco.

Sia in Moorland che in Dead Wood raccontiamo quindi storie sui paesaggi in cui viviamo. Anche se possono sembrare rigogliosi e piove (ancora) molto, sono vasti deserti verdi. Molte persone sono comunque affezionate a questi paesaggi; pensano che siano belli, e spesso lo pensiamo anche noi. C’è qualcosa di simile a un’analfabetismo ecologico. Non riusciamo più a immaginare come fossero o come siano i paesaggi naturali ricchi di biodiversità. C’è qualcosa di simile a un’amnesia della natura e, anche se cerchiamo di fare meglio, non siamo sicuramente “alfabetizzati”. In questo senso, nei pochi appezzamenti di brughiera e boschi rimasti, troviamo ispirazione per immaginare un mondo diverso.

La musica folk, da quella tradizionale a quella più recente, è sempre stata un mezzo di resistenza, opposizione e cambiamento forte e radicale, non diversamente da quanto hanno fatto la musica e la cultura punk. Qual è il potenziale della musica folk per voi nel 2025? Può fungere da mezzo per affrontare questioni urgenti o per trasmettere alcune idee radicali?

Il folk è fantastico! Come hai notato, è sempre appartenuto al popolo. È una tradizione comunitaria radicata nella condivisione e nella reinterpretazione. Resiste naturalmente all’attenzione dell’industria musicale capitalista per l’individualismo e il commercialismo. Un esempio interessante è Ored Recordings, un’etichetta discografica con un approccio unico alla raccolta delle tradizioni folk. Non solo documenta la musica tradizionale del Caucaso settentrionale, ma si impegna anche nella resistenza culturale, nella conservazione della memoria e nella decolonizzazione in una regione plasmata dal colonialismo russo. La chiamano etnografia punk. Mi piace molto. Lally Macbeth fa qualcosa di simile in The Lost Folk, quando si tratta di raccogliere le tradizioni folk delle isole britanniche. Penso anche che la scena folk anarchica sia un movimento bellissimo che rivendica giustamente il folk come qualcosa di e per i suoi partecipanti, al di fuori dell’egemonia capitalista della cultura musicale mainstream.

L’annuale Anarcha Folk Festival, che si tiene ogni anno in una località diversa, è una prova evidente che una tradizione folk non conservatrice e anticapitalista è ancora molto viva. Questo è particolarmente importante in tempi come questi, in cui abbiamo particolarmente bisogno di comunità che alimentino sia la cultura dell’attivismo che il senso di appartenenza affettiva.

In stretta connessione con la domanda precedente, volevo chiedervi se pensate che si possa parlare di un vero e proprio movimento folk/neofolk di sinistra, anarchico e critico nei confronti del mondo attuale, e se vi sentite parte di tale movimento/scena.

Sembra che sia in crescita! Speriamo di farne parte. Al momento non siamo molto coinvolti a causa della mancanza di risorse, ma ci piace molto ciò che le persone stanno facendo e realizzando in questo momento all’interno di questo movimento.

Quali sono le realtà, i progetti e gli artisti che ritenete più interessanti nell’attuale scena folk/anarcho folk/neofolk? Con quali avete più rapporti e legami, sia personali che musicali?

Siamo particolarmente ispirati dai Lankum, ma ascoltiamo spesso anche artisti come Cinder Well, Byssus, Mama’s Broke, Slack Bird, ØXN e Stick in the Wheel. Non è necessariamente un’influenza per i tüül, ma la band polacca Hanba è fantastica. Anche i Ruen sono un nuovo progetto molto interessante (un membro che conosciamo faceva parte degli Shitfaced Mermaids). Al di là della scena folk, abbiamo anche ottimi rapporti con la comunità antifascista black metal tedesca, in particolare con la band No Sun Rises. Sono musicisti fantastici e persone adorabili. Abbiamo registrato insieme una canzone (“Bury Me”) che appare nel loro ultimo album Harmisod, e siamo davvero orgogliosi del risultato. Grazie a questi contatti, l’anno scorso abbiamo suonato al festival Culthe di Münster, ed è stato fantastico.

Quali sono i progetti futuri dei Tuul? Avete in programma concerti, festival o nuove registrazioni? Quali obiettivi vi siete prefissati per il prossimo futuro?

Siamo davvero entusiasti di suonare all’Anarcha Folk Festival di quest’anno in Galles! Ci sono così tante band fantastiche in programma! Con un bambino piccolo nella nostra vita, il tempo è molto limitato e suonare in un concerto può essere piuttosto complicato. Abbiamo alcune idee per nuove canzoni, quindi speriamo che dopo l’estate avremo un po’ di tempo per lavorarci e, chissà, registrarle in un futuro luminoso e non ancora apocalittico.

L’intervista è finita, ragazzi, grazie ancora per aver dedicato del tempo a rispondere a queste domande. Spero di avervi presto come ospiti qui nel nord Italia per vedervi suonare dal vivo e incontrarvi di persona. Nel frattempo vi lascio questo spazio finale per aggiungere qualsiasi altra cosa vi venga in mente e che desideriate condividere.

Un abbraccio selvaggio

Preservate le paludi! E grazie per il tuo interesse, Stefano!