“Siamo erranti senza meta in questo viaggio mai chiesto” – Intervista con L’Errante

Non e’ difficile rimanere affascinati e rapiti quando ci si imbatte nel progetto L’Errante, sia per la dimensione magica ed evocativa della sua musica e la bellezza dei suoi testi, che per l’intrigante scelta di esibirsi con una maschera di volpe. Ed è infatti quello che mi è successo la prima volta che ho ascoltato la sua demo Racconti del Vento (datata 2018) non molti mesi fa. Per fortuna, poco tempo dopo averlo scoperto, è stato pubblicato il nuovo album intitolato E altri animali da palcoscenico, un disco di musica folk capace di evocare un’atmosfera sognante, selvatica e boschiva, animato da uno spessore lirico difficile da trovare altrove. Tra dimensione onirica, rapporto con la Natura, animismo e tanto altro ho avuto il piacere di chiacchierare con L’Errante. Buona lettura!

Ciao! Che bello poterti ospitare sulle pagine di Di Muschio e Pietra. Ti andrebbe di raccontarci un po’ la genesi del progetto, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare musica e soprattutto che significato si cela dietro il nome L’Errante?

Ciao! È una bellezza reciproca! Diciamo che è importante specificare “questo” tipo di musica, prima suonavo tutt’altro genere, tra urla e distorsioni. L’Errante nasce dall’esigenza di smettere di urlare la rabbia e il dolore ad un microfono.. Quindi ho deciso di raccontarla. Il termine Errante è nato in concomitanza con il brano Erranti, il brano sui sogni lucidi.. In passato per me indicava “colui che vaga tra i mondi“, il nostro mondo e quello onirico per esempio. Ma non basta, la prima frase di quel brano più o meno lo racconta : “Siamo erranti senza meta, in questo viaggio mai chiesto... Siamo tutti qui a condividere tutti questa esperienza di vita, di “viaggio”.. Basta far caso a chi arriva e chi se ne va per sentirsi un po’ tutti “di passaggio”. Poi vabbè.. Se Don Chichiotte è il cavaliere Errante vuol dire che io sarò il cantastorie Errante.

Il progetto è nato come solista ma nell’ultimo album hai una nuova compagna di avventura, Sara, impegnata al flauto e alle voci. Come vi siete conosciuti, com’è nata l’idea di collaborare e cosa pensi abbia apportato alla musica la sua presenza?

Ahah.. Rido molto! Il progetto nasce come solista ma ho avuto modo di condividere la sala con tante persone. Con Sara c’è un’ottima sintonia sia musicale che di amicizia. Sopportare me ed il mio genere non è una via affatto semplice. 

Questo progetto musicale racconta segreti e i misteri della natura e della magia.” Ti andrebbe di ampliare questo splendido concetto e raccontarci a cosa fai riferimento quando parli di misteri e segreti legati alla Natura? Che ruolo svolge la dimensione onirica nella tua visione musicale e concettuale?

Quella frase l’ho scritta proprio agli albori.. Manca un dettaglio fondamentale che ho iniziato ad aggiungere ultimamente per essere ancora più preciso: racconta segreti e i misteri della natura e della magia – del quotidiano -. Per me è fondamentale scovare lo “schema” nelle cose di tutti i giorni, studiarlo, rielabolarlo e racchiuderlo in un brano. Per esempio in “Profumo di bosco” racconto dell’invisibilità del vento. Ciò non vuol dire che il vento non esista, semplicemente che ne si può vedere solamente l’effetto che fa. Un po’ come l’amore, la malinconia, la rabbia, il dolore… Anche una canzone è invisibile… Ad occhio nudo, per essere puntigliosi. 

La dimensione onirica è molto importante per me. Per quanto abbia momentaneamente rinunciato ad indurre sogni lucidi, ho sempre prestato molta attenzione ai sogni. Non mi interessa particolarmente cercarne il significato. Poi certo, offrono un sacco di informazioni profonde e nascoste su di noi.. Ma dei miei sogni mi piace ricordarmi i piccoli dettagli e soprattutto come mi hanno fatto sentire.

La tua musica e i tuoi testi hanno una profonda devozione verso la Natura e la Terra in tutte le sue incarnazioni (animali non umani, elementi vegetali, stagioni e paesaggi). Da cosa nasce questa tensione e questo amore per la Natura? Pensi si possa definire la tua musica come animata da un sentimento ecologista?

La natura ha un enorme fascino su di me! Ho consumato i libri di Stefano Mancuso.. C’è anche un piccolo video su YouTube che mi piace tantissimo, si chiama “È vero che le piante sono intelligenti?” che spiega sicuramente tutto molto meglio di me… 

Ma vorrei aggiungere che, per quanto azzardata sia questa opinione, anche noi siamo la natura, probabilmente lo è anche il nostro inquinamento. Dico nostro perché si, in un certo senso i miei brani sono animati da questo sentimento, ma sono il primo ad usare la macchina per spostarmi. Diciamo che c’è la voglia di lasciare un messaggio più che lanciarlo.. Ultimamente ho iniziato ad avere addirittura una leggera eco-ansia per i disastri ambientali arrivati addirittura qui nel Mediterraneo. Se oggi voglio fare qualcosa, allora il mio qualcosa è scriverlo in una canzone.. Non possiamo tutti salvare il mondo nello stesso modo.

Che rapporto hai con un luogo come il bosco che viene evocato spesso dalla tua musica? 

Tempo fa ci andavo molto più spesso, la mia meta preferita è la Sambuca Pistoiese! Ma anche Monte Morello, persino la Calvana che è una piccola collina. Ma addirittura Villa Montalvo, un parco dietro casa mia ha in un certo senso la “dimensione” del Bosco. Diciamo che sono abbastanza fortunato (il che è tutto un dire) a vivere a Campi Bisenzio, sono abbastanza circondato dal verde… 

Per spiegarlo in modo molto riduttivo, il bosco nella mia musica è semplicemente il contesto e il luogo dove ho scelto di mettere i miei pensieri. Sicuramente mi rappresenta di più di qualsiasi altro luogo. Per restare in tema, ho sempre pensato che sarebbe fantastico fare un evento/concerto in un bosco. L’uomo ha smesso di viverlo probabilmente da quando ha iniziato ad attraversarlo solo in macchina, me compreso ultimamente..

Fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto ne L’Errante son rimasto rapito e incuriosito dalla maschera di volpe con cui sei solito esibirti. Ti andrebbe di raccontare da dove ti è venuta l’idea e cosa rappresenta per te la volpe?

Mi piace sempre dire che la maschera non nasconde l’identità ma la rivela! È il miglior modo per esprimere la mia identità. Diciamo che la maschera la indosso più per il pubblico che per me stesso: io so di essere una volpe cantastorie, ma se non avessi mai indossato una maschera sarebbe stato un po’ difficile o ripetitivo raccontarlo. Nei primi live tra uno spiegone e l’altro ne parlavo spesso. Ultimamente preferisco lasciarlo come cosa non detta: sono una volpe cantastorie punto. Perché? Perché no? Ahah

Più ascolto e mi immergo nella tua musica, più ne leggo i testi, e più mi sembra di trarne un sottotesto animista. Pensi che ci sia una componente animista nel tuo progetto e se si, che significato hanno per te questa parola e questa attitudine?

Assolutamente si, particolarmodo il Vento che è quasi un protagonista dei miei brani.. Ma anche la Luna, il Mare, il Sole, il Fuoco. Non per scadere nel new age spicciolo, ma tutti questi nomi, con parole diverse, sono presenti in tutto il globo e fanno la stessa identica cosa un po’ ovunque...

Sul lato prettamente musicale, è facile trovare nel tuo suono una chiara influenza dei Sangre de Muerdago. Che ruolo ha avuto il gruppo galiziano nel comporre e pensare la tua musica e quali altri artisti annoveri tra le tue fonti di ispirazione?

Oserei dire totale e aggiungerei che mi sento un po’ in colpa forse, non perché li imito ma perché i primi tentativi di scrittura sembravo la loro parodia più che un fan accanito… Appena li scoprii, sono praticamente andato fuori di testa. Il primo brano in assoluto fu Xordas. Anche Gianmaria Testa è un altro fondamentale punto di riferimento.

Nell’ultimo album “e Altri animali da palcoscenico” hai scelto di affrontare temi abbastanza profondi e intensi. Uno su tutti è quello della guerra nel brano Come di Incanto, in cui dai come una soluzione il tornare a relazionarsi con la terra da parte dell’essere umano. Ti andrebbe di approfondire questo rapporto tra il ritorno alla terra e la guerra? 

Un mio sogno è probabilmente un ritorno alle origini, non so, tipo una rivoluzione ma di quelle che poi rimangono nel comportamento, nel tempo… Utopia forse? Ho scritto questo brano ormai anni fa e l’avrebbe potuto scrivere anche un altro cantastorie, lo stesso brano, 50 anni fa. Adoro la frase “Una canzone è folk se non sa di nuovo e non invecchia mai“. Forse, però, sarebbe bello se magari tra 50 anni questo brano verrà considerato qualcosa di veramente antico e anacronistico.. Spero di aver reso l’idea! *

Più in generale, dal punto di vista sociale, politico e personale, cosa ti ha ispirato nella scrittura dei testi? Che messaggi vorresti passare con le tue liriche e con i temi che affronti?

Introspezione e immedesimazione portata in tutti e tre i contesti! I miei brani non sono scritti per altre persone, ovvero, non li scrivo per “altri”. Ma di certo li scrivo per poi farli ascoltare. Per me chiudere un brano mi fa sentire come Archimede che urla per strada “Eureka”. E, spero, di portare la stessa meraviglia che ho avuto quando ho “perso tempo” a chiudere un brano in un sacco nell’esatto momento in cui lo riapro.

Grazie mille del tempo che dedicherai a queste domande. Questo spazio è tutto tuo per poter aggiungere qualsiasi cosa pensi sia importante e che non abbiamo affrontato. 

Grazie a voi ragazzi, non vedo l’ora di suonare per voi! Un abbraccio felpato! 

*una poesia scritta da L’Errante che accompagna la canzone Come di Incanto e che aggiungo volentieri:

“Vorrei che sparisse la poesia da questo mondo

Vorrei che sparissero i maestosi faggi che creano l’ombra per pararsi dal sole cocente d’estate

Vorrei sparissero i fiori e con loro le api e il vento, che permettono a loro di fare l’amore. 

Senza legna e senza erbe, che sparisse anche il fuoco e che nessun falò venga mai più acceso 

Vorrei sparisse la musica e con lei tutte le danze ballate intorno ad un fuoco, ormai inesistente 

Vorrei sparissero gli astri, le stelle e i pianeti, che ci fosse solo buio e oscurità nelle nostre terre aride come il nostro spirito. 

Vorrei sparissero i baci, ma non le parole, per poter ancora raccontare quanto era bello il mondo prima

Quando esisteva la magia.”

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