Svårmodet – Aftonro (2026)

Stoccolma parte due. Questa volta però non vi parlerò di una band che ho visto suonare dal vivo in terra svedese, purtroppo. Ma sempre di folk punk stiamo parlando e i protagonisti di questa recensione sono gli Svårmodet con il loro ultimo album in studio intitolato Aftonro pubblicato a febbraio di quest’anno.

Aftonro tradotto significa tranquillità serale, un titolo inusuale per un disco folk punk ma altrettanto preciso per descrivere la musica suonata dal trio di Stoccolma. Infatti la musica degli Svårmodet è si energica ma rimane in una dimensione molto famigliare e intima, evocando l’immagine di una manciata di amici che si ritrovano al tramonto per strimpellare e cantare insieme. C’è anche una vaga sensazione di malinconia nelle nove canzoni presenti nell’album, che enfatizzano la dimensione più riflessiva della proposta della band invece che puntare nella direzione più allegra e/o rabbiosa. Questo sottile velo di malinconia che ben si sposa con il titolo dell’album viene rappresentata in maniera molto convincente dall’artwork di copertina: una scena domestica, una sala da pranzo con stufa e un tavolo pieno di lattine vuote e abbandonate, segni di momenti di festa e compagnia appena terminati e una volpe umanizzata seduta in solitaria sulla panca con lo sguardo perso nel vuoto mentre sorseggia l’ultima birra. Un’illustrazione che sembra evocare quella sensazione di post-party depression ben raccontata dai Days’n’Daze nel loro omonimo brano.

Con solo un banjo, una chitarra acustica e un washboard, il trio svedese riesce a dare forma ad un folk punk convincente e intrigante, a tratti riflessivo e come già detto malinconico, ma non per questo eccessivamente tetro. C’è sicuramente un velo di oscurità che domina l’intero album, probabilmente influenzato da certe sonorità murder folk presenti nella loro proposta, ma viene bilanciata da una generale sensazione di calma e, sullo sfondo, di serenità ritrovata. Il folk punk dei Svårmodet è da ascoltare attentamente e, per chi capisce e parla svedese, cantare tanto in compagnia quanto in solitaria, piuttosto che una musica che invita a danzare. Dopo una breve intro parlata, l’album inizia con quella che è, a parer mio, non solo una delle tracce più belle del disco, ma anche la sintesi perfetta delle sonorità della band. Non ci sono mai momenti noiosi durante l’ascolto delle nove tracce che compongono Aftonro e anzi ogni canzone è a modo suo trascinante e capace di mantenere concentrati durante l’ascolto, perchè anche se lievi le sfumature presenti, danno per fortuna l’impressione di non star ascoltando sempre lo stesso brano. Tra Bestiärio, certi Rail Yard Ghosts e Giz Medium, gli Svårmodet ci mostrano come si suona e compone un buonissimo album di folk punk che si fa apprezzare e fa venire voglia di riascoltare più volte di fila.

Ancora una volta le lande svedesi ci regalano un album folk punk che merita la nostra attenzione, da ascoltare in una di queste serate di fine estate quando il giorno se ne va e la notte è già pronta in agguato. Prendete qualche birra, chiamate qualche amico e fate partire Aftonro, non ve ne pentirete.

Kampen – ARBETARKLASSHAMNSTAD (2025)

Sabato 22 agosto, Stoccolma. Nella cornice del Kafè 44, libreria anarchica della città svedese, c’è stata la fiera dell’editoria anarchica in cui ho trovato alcuni testi che cercavo da molto tempo come Liberating Sapmi di Gabriel Kuhn e l’opuscolo sull’antispecismo nella scena punk Nailing Descartes to the Wall. A concludere la giornata è stato il concerto dei Kampen. Prima di partire per Stoccolma non mi ero mai imbattuto in questo gruppo di Göteborg, ma il loro folk punk antifascista ci ha messo davvero pochissimo per catturare il mio interesse e farmi prendere bene. Scopro leggendo qua e là che si sono formati nel 2022 e che il loro album di debutto intitolato ARBETARKLASSHAMNSTAD è stato pubblicato nel 2025.

Il titolo dell’album è già una dichiarazione di intenti; difatti tradotto letteralmente significa “Città portuale operaia” e non è solo una definizione della città di Göteborg, ma anche della profonda attitudine working class che anima i Kampen e la loro musica. Una musica che parla di lotte quotidiane così come di temi più ampi e internazionali come la critica spietata al capitalismo o al fascismo dilagante non solo in Svezia ma in tutto l’emisfero occidentale e l’importanza della solidarietà come arma per proteggere e supportare chi lotta. Questo urgente bisogno di prendere posizione e di gridare le proprie idee di rivolta attraverso le 14 tracce che compongono il disco, trova un equilibrio perfetto con le sonorità della band che sembrano affondare le radici molto in profondità nella lezione del folk irlandese. Se superficialmente, specialmente per chi non parla svedese, la proposta dei Kampen potrebbe sembrare divertente, danzereccia e spensierata nelle sonorità, i testi racchiudono sempre un’attitudine riottosa e anarchica che non può lasciare indifferenti e che non fa nulla per nascondersi.

Autori di un anarcho folk punk riottoso e anthemico, a metà strada tra l’impeto ribelle del punk rock e una sessione scanzonata di busking tra amici, la musica dei Kampen è d’impatto e non lesina nel prendere posizioni nette e ostinate in senso rivoluzionario e proletario. Supportata dal protagonismo della fisarmonica, della chitarra acustica e dalle voci roche, e accompagnata da cajun, washboard, banjo e basso, spesso sembra di sentire una versione dei Clash suonata con strumenti acustici da un gruppo di amici che suonano per strada e che sono appassionati di musica irlandese. Una musica schierata su posizioni di denuncia, piena zeppa di tensione alla rivolta e di coscienza sullo stato attuale del mondo, che mentre ci fa urlare la rabbia che proviamo per le ingiustizie ci fa altrettanto venire voglia di pogare e danzare in piccole stanze di qualche spazio anarchico, tra gente che canta, beve birre in lattina e si abbraccia, un po’ com’è avvenuto sabato 22 agosto sotto al palco del Kafè 44.

Tra le 14 canzoni di ARBETARKLASSHAMNSTAD ci sono tante tracce che mi hanno colpito e le cui melodie mi son rimaste in testa fin dal primo ascolto: Vi mot dom, l’inno anticapitalista Våldskapital, Anarkismens Blommor e la mia preferita in assoluto Smäll På Smäll (letteralmente “colpo su colpo”). Ma la forza di un album come questo è probabilmente quello di non avere riempitivi o momenti noiosi, infatti tutti e quattordici i brani convincono e sono trascinanti dall’inizio alla fine, tant’è che ogni persona potrebbe preferire canzoni diverse da quelle che ho scelto io. Alla fine siamo di fronte ad un ottimo disco di folk punk, politicamente schierato in senso anarchico e musicalmente divertente, e quindi non possiamo chiedere niente di meglio ai Kampen se non di continuare su questa strada, in direzione sempre ostinata e contraria rispetto ad un mondo pieno di ingiustizie, repressione e oppressione.

Spero di vederli presto in Italia, perchè dal vivo sul palco del Kafè 44 hanno spaccato e sono stati capaci di rendere il loro live qualcosa di profondamente coinvolgente come non capita spesso di vedere.

Il diritto a vagare liberamente è il diritto a riconnettersi

Mi sono imbattuto da pochissimi giorni nella campagna/ movimento inglese Right to Roam e ne sono rimasto affascinato per una serie di motivi differenti. Innanzitutto il verbo inglese to roam che tendiamo a tradurre semplicemente come vagare o vagabondare ha un significato ben più sfumato e immaginifico e si accompagna strettamente al libero accesso alle aree naturali, rurali e/o selvatiche; in secondo luogo perchè da buon amante della vita all’aria aperta, avendo goduto più volte della libertà di girovagare per sentieri di montagna e boschi o di accamparmi sotto le stelle davanti a un falò, ritengo che questo diritto di poter accedere liberamente a luoghi e territori naturali in cui poter vivere certe esperienze a stretto contatto con il mondo selvatico debba essere difeso e ristabilito ovunque; inoltre perchè ritengo che il diritto ad accedere, vagare, attraversare e abitare anche solo temporaneamente colline, sentieri, campi, brughiere, radure, boschi e quant’altro rientri in un più ampio diritto di poter godere dei beni comuni, ovvero tutte quelle risorse collettive come paesaggi, territori, fiumi, foreste che resistono alla privatizzazione e alla ricerca di profitto di pochi ricchi proprietari terrieri, di grandi multinazionali o dello Stato; infine perchè, come dice il titolo di questo articolo, il diritto a vagare liberamente va di pari passo con il diritto, e il bisogno sempre più urgente in quest’epoca ecocida, di riconnettersi alla Terra, ai luoghi, agli abitanti non umani e vegetali che sono insediati nei territori e infine a noi stessi in quanto parte della Natura e non qualcosa di separato da essa.

Mesi fa lessi su Dark Mountain Project un articolo intitolato “Where Does the Night Start?” in merito ad una lotta per l’accesso alla terra a Dartmoor, ultimo luogo in Inghilterra in cui si può campeggiare liberamente. Nel Parco Nazionale di Dartmoor un proprietario terriero multimilionario era riuscito a far abolire questo diritto al campeggio libero, ma per fortuna la campagna di protesta ha raggiunto la Corte Suprema del Regno Unito che si è espressa in favore dei partecipanti alla protesta, garantendo il diritto di dormire sotto le stelle nel territorio di Dartmoor.
In fin dei conti il diritto di muoversi liberamente in un luogo naturale fatto di brughiere, boschi e colline è in tutto e per tutto una delle incarnazioni in cui si manifesta un sentire sempre più diffuso e urgente: quello dell’accesso alla Terra, senza permessi speciali, soldi da spendere, cancelli da superare e biglietti da pagare. Senza che i territori rurali, siano essi la montagna, la campagna, le colline o i boschi, diventino luoghi elitari e di esclusione. Ennesimi luoghi in cui si incarna l’idea che tutto è e deve essere mercificato, messo a profitto, reso produttivo e quindi sfruttato.

Right to Roam è un gruppo di persone che dal 2021 si occupa di difendere questo diritto di accesso libero ai territori rurali e alle aree naturalistiche; per protestare contro la tendenza sempre più diffusa alla privatizzazione di questi luoghi, ha fin da subito utilizzato la tattica dell’incursione e dell’occupazione pacifica in queste vaste aree rurali da cui le persone comuni vengono escluse per interessi di natura privata e/o governativa. Una pratica quella dell’incursione in aree private che ha una lunga tradizione nella storia inglese di protesta per l’accesso alla terra e ai territori. Si può infatti tranquillamente affermare che nessuno dei diritti di accesso sanciti nelle ultime generazioni sia stato conquistato senza la disponibilità della gente comune a oltrepassare i confini delle proprietà private.

L’ideale che anima Right to Roam è il libero acceso alla natura che si traduce anche con l’attitudine e la pratica di prendersene cura direttamente avendo un impatto ecologico quanto più possibile vicino allo zero. Nella loro visione le campagne e le zone rurali in futuro non saranno solo fonti di benessere fisico, mentale e spirituale per le persone, ma anche luoghi di cui divenire custodi e costruire comunità attorno a questi beni comuni sempre più minacciati. Se la Terra ha perso i suoi guardiani e le sue guardiane nel corso dei secoli, non saranno i padroni e i loro soldi sporchi a proteggerla o difenderla, ma le persone comuni pronte a far sentire la propria voce e mettere in pericolo la propria libertà.

Quello che Right to Roam sta cercando di fare negli ultimi anni non è valido e urgente solo nel territorio anglosassone, ma può essere preso ad esempio e messo in atto ovunque l’avanzata del capitalismo, della privatizzazione, della sete di profitto sembra inarrestabile e famelica nel divorare ogni spazio naturale-selvatico-rurale non ancora del tutto piegato alla logica della proprietà privata, dello sfruttamento o del consumo. Perchè l’accesso libero ai territori rurali, alle campagne, ai boschi e così via, in un mondo al collasso ecologico, non è importante solo per i benefici che l’esperienza del mondo naturale ha sulla nostra salute psico-fisica, ma perchè può permetterci di ritrovare la strada per riconnetterci alla Terra in un ottica di non sfruttamento, di reciprocità e di resistenza. Per costruire comunità ecologiche attorno ai beni collettivi, invece di concedere sempre più spazio alla cultura ecocida che sfrutta, disbosca, cementifica, mercifica, devasta e saccheggia i territori che abitiamo insieme alle altre tribù di animali non umani e vegetali.

Perchè senza l’esperienza diretta della Natura, senza aver il diritto di girovagare, sostare o riposare in un boschetto, tra i sentieri di campagna o sulle anse di un fiume, cosí come al chiaro di luna o sotto una pioggia improvvisa, come si potrebbe pensare di difendere questi luoghi quando diventano obiettivi di nuove mire espansionistiche del Capitale?

Una breve cronistoria delle più importanti incursioni e occupazioni di aree private nel Regno Unito, liberamente tradotto dal sito di Right to Roam:

  • 1871-78 Foresta di Epping, Londra/Essex – I tentativi di recintare i terreni e abolire i diritti dei cittadini comuni sulla foresta incontrarono una resistenza feroce e prolungata. Gli invasori furono condannati dalla stampa. Tuttavia, il sostegno dell’opinione pubblica rimase forte e, nel 1878, fu approvata l’Epping Forest Act, che proteggeva la foresta dalla recinzione e dallo sviluppo edilizio e sanciva il diritto di accesso pubblico a tempo indeterminato.
  • 1887 Latrigg, Cumbria – A seguito di un tentativo da parte dei proprietari terrieri locali di chiudere l’accesso a Latrigg Fell, alle porte di Keswick, nel 1887, si verificò un’occupazione di massa guidata dallo scrittore di viaggi Henry Jenkinson, da Hardwicke Rawnsley, cofondatore del National Trust, e dal deputato Samual Plimsoll. Circa 2000 persone contribuirono ad abbattere le nuove recinzioni e raggiunsero la vetta che domina Derwent Water. Il percorso che seguirono è oggi diventato un diritto di passaggio pubblico e poco più della metà della collina è terreno di libero accesso. Altri sentieri sul versante meridionale boscoso sono accessibili solo previa autorizzazione e non sono ancora messi in sicurezza.
  • 1896 Winter Hill, Lancashire – La più grande invasione di massa della storia britannica ha visto coinvolti, secondo quanto riportato, 10.000 residenti di Bolton che si sono recati presso il loro punto di riferimento locale per protestare contro la chiusura del sito da parte del proprietario terriero. I principali promotori dell’iniziativa hanno perso in seguito la causa intentata contro il proprietario, ma hanno mantenuto un enorme sostegno da parte dell’opinione pubblica. Ciononostante, ci sono voluti 100 anni prima che il sentiero contestato fosse dichiarato “diritto di passaggio” e che l’intera collina diventasse terreno di libero accesso nel 2000.
  • 1932 Kinder Scout, Derbyshire – Sebbene si sia trattato di un’azione di occupazione abusiva di minore entità in termini numerici, l’iniziativa guidata da Benny Rothman il 24 aprile 1932 è passata alla storia ed è oggi celebrata – persino dai gruppi che all’epoca l’avevano condannata! La violenza inflitta dai guardiacaccia del duca di Devonshire e la punizione sproporzionata inflitta in seguito a diversi partecipanti contribuirono a rafforzare il sostegno pubblico alla riforma dell’accesso ai terreni di caccia. Da questo evento è nata anche la canzone folk The Manchester Rambler scritta nel 1932 da Ewan MacColl che aveva partecipato alla protesta.
irruzione e occupazione di Kinder Scout, Derbyshire nel 1932

Lunarsy – Appenino Oltremare (2022)

Da sempre dico che non sono uno scrittore di recensioni musicali e il fatto che dal nulla mi è venuta la voglia di parlarvi di un disco semi sconosciuto pubblicato quattro anni fa né è la dimostrazione più palese. Diciamo che sono più un racconta storie che scrive di ciò che gli piace quando l’ispirazione arriva all’improvviso, ecco forse questa è una definizione che non mi dispiace. Venendo a noi, oggi il protagonista di questa storia risponde al nome di Appennino Oltremare, album pubblicato nel 2022 dal progetto Lunarsy e che sono sicuro in pochi conoscete.

Dietro al duo Lunarsy troviamo Marina Girardi, cantautrice selvatica e illustratrice nomade, e Vincent Croes, che con le loro voci e chitarre acustiche danno forma ad un album di musica folk dolce, magico e che profuma intensamente di sottobosco. Il progetto è nato durante le lunghi notti pandemiche sull’Appennino, quando Marina e Vincent si ritrovavano intorno a stufe fumose di vecchie case in pietra, tra crinali rovinosi e strade precarie. Sono nate così quindi le undici canzoni che compongono Appennino Oltremare, più che una raccolta di brani una sorta di racconto diviso in capitoli e immagini che hanno la forza evocativa di accompagnarci nel bosco, tra odore di resina e pigne, cortecce che scricchiolano sotto i piedi, scoiattoli che si rincorrono tra i rami come funamboli e il vento che spoglia i rami sussurrando storie antiche alle nostre orecchie. Questo viaggio all’interno della selva è incantato e solenne, non spaventoso né superficiale o distratto; a farci da guida tra alberi maestosi, radici che si snodano come serpenti sinuosi e un’oceano di foglie secche degli autunni passati, c’è la dolce ed evocativa voce di Marina che ci indica dove appoggiare i nostri piedi, dove dirigere lo sguardo e tendere l’orecchio.

Quello suonato dai Lunarsy è un folk selvatico, che loro stessi definiscono agro folk appenninico; è infatti un folk radicato nella terra, che parla la ligua del bosco e degli animali selvatici, che appartiene al paesaggio degli Appennini tanto quanto la dura roccia, il faggio o il lupo. Una musica che viene direttamente dalla terra e alla terra ci riporta più consapevoli del nostro posto nel mondo, dove la voce di Marina e le chitarre suonate da lei e Vincent si fanno solamente tramiti di qualcosa di più ancestrale e incantato. C’è infatti nella loro musica una dimensione spirituale legata alla terra oltre che un tono generale di devozione nei confronti della natura non vista come entità astratta ma come casa, come luogo a cui l’umano appartiene dalla notte dei tempi. Ed emerge anche nelle canzoni un sentimento e/o una tensione ecologica, che si traduce in una relazione con la terra fatta di attenzione e cura, di reciprocità e non sfruttamento. Tutto questo viene concretizzato dalla scelta delle parole usate, dalla poetica dei testi scritti, dalle immagini dipinte dalle loro voci e dalle armonie suonate dalle chitarre acustiche, così come dalle illustrazioni di copertina e da quelle che accompagnano il disco, disegnate dalla stessa Marina.

Canzoni intime che chiamano a raccoglierci attorno ad un fuoco in compagnia di poche amate persone, da ascoltare seduti in un bosco all’ombra delle fronde di un albero o al calore di una stufa nelle ultime sere d’autunno attendendo l’arrivo dell’inverno. Canzoni da sussurrare mentre si cammina nel bosco, così che le altre tribù non umane possano sapere che stiamo percorrendo di nuovo quel sentiero verso la selvatichezza che avevamo smarrito; un sentiero che può invertire la rotta della distruzione e del saccheggio della nostra cultura antropocentrica e riavvicinarci ad una relazione di reciprocità con la Terra. Un sentiero che potrebbe insegnarci a re-incantarci e di conseguenza re-incantare il mondo.

Una conversazione con Anarcho Herbane Kollektiv su selvatico, sapere erboristico e lotta anticapitalista

Anarcho Herbane è un collettivo che si occupa di erboristeria anarchica, queer e diy, nato nel pieno del lockdown pandemico. L’obiettivo fin da subito è quello di riappropriarsi dei sapere legati alla salute e all’autocura, attraverso il ricorso alle erbe spontanee e all’ancestrale conoscenza erboristica. L’erboristeria non come fine ma come pratica anzitutto anticapitalista e antipatriarcale e che possa promuovere una reale pratica di autodeterminazione e autonomia. L’intervista che segue fatta al collettivo è stata pubblicata originariamente sul numero 77 di Nunatak nell’estate del 2025.

Ciao ragazzx, grazie per aver accettato di rispondere a queste domande.
Vorrei partire chiedendovi come nasce il vostro collettivo e successivamente come vi è venuta l’idea di pubblicare e diffondere la fanzine Punkaggine?


La nostra collettiva è nata nel pieno della pandemia, mentre ci trovavamo sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove ci eravamo “rifugiate” durante le restrizioni alla libertà di movimento (periodo zona rossa 2020).
È stato un periodo in cui abbiamo potuto rallentare, prendere tempo per noi stessx: ci piaceva fare passeggiate per riconoscere e raccogliere erbe spontanee, assaporarne i sapori e sperimentare nuove ricette.
In seguito, abbiamo iniziato a interrogarci su come trovare alternative alla biomedicina e farmaceutica. Sentivamo l’urgenza di approfondire la conoscenza dei nostri corpi e di ripensare l’autogestione della salute al di fuori delle logiche di controllo, con la volontà di sottrarre il nostro benessere alla
totale delega a uno stato (la minuscola è voluta) sempre più repressivo e votato alla sorveglianza.
Molte delle piante commestibili che raccoglievamo avevano anche proprietà medicinali e da lì è nata l’idea di scrivere Punkaggine, nome che prende ispirazione da un’”erbaccia” molto comune e infestante, la Piantaggine, e dal Punk. La diffusione della fanzine è avvenuta in maniera graduale dato che in quel periodo era molto difficile spostarsi, organizzare iniziative e, sopratutto, trovare degli spazi di scambio e condivisione.

Ciò che mi ha incuriosito molto del vostro collettivo è la scelta di identificarvi con le erbacce spontanee, quelle non addomesticate e generalmente considerate selvatiche e infestanti, e quindi problematiche per la cultura della proprietà privata agricola. Quali sono le caratteristiche comunemente affibbiate alle erbacce in cui vi riconoscete e perché ritenete le erbe infestanti un elemento così importante per voi?


Le erbacce, dal punto di vista agronomico, sono piante che interferiscono con la produzione delle colture ‘da reddito’ in quanto occupano spazio, fanno ombra, assorbono nutrienti e l’acqua disponibile nel suolo. In altre parole, disturbano l’ordine, danno fastidio, creano caos e sabotano un sistema agricolo fondato sulla produttività e sul profitto.
Da un punto di vista politico ci siamo riconosciute in loro: riteniamo abbiano un’attitudine profondamente punk e ammiriamo la loro resistenza spontanea e militanza erboristica all’interno di un sistema capitalistico come l’agricoltura intensiva. Anche in città non sono gradite: crescono come e dove gli pare, forti e indipendenti, non si dispongono in file ordinate, infestano e sovvertono l’ordine imposto a giardini e aiuole ben curate.
Oltre al loro essere forti e libere, amiamo le piante infestanti perchè ci offrono cure e sostegno, dimostrando che la salute può sfuggire alla logica del profitto
.

Come vi siete avvicinate nelle vostre vite alla conoscenza erboristica e che significato ha per voi questo sapere in senso anticapitalista, ecologista e anarchico? E’ solo una pratica o l’erboristeria può dare spunti di riflessione e di azione sovversiva all’interno del movimento anarchico in senso più ampio?


Ognuna di noi all’interno della collettiva si è approcciata all’erboristeria anticapitalista in modo diverso. Per noi, è importante sottolineare non solo l’incontro delle nostre conoscenze erboristiche e botaniche, ma anche quello delle nostre prospettive politiche.
L’erboristeria non è il fine ultimo della nostra lotta, ma uno strumento per mettere in discussione le dinamiche oppressive della società capitalista.
Ci piace definirla anarcoerboristeria: intendiamo un approccio all’erboristeria di tipo orizzontale, basato sulla condivisione dei saperi in maniera non gerarchica, in cui si pratica l’autocura, rendendo le persone responsabili della propria salute e in grado di raccogliere o coltivare le proprie medicine.
Attraverso la condivisione delle nostre conoscenze mettiamo in comune le nostre informazioni e risorse per imparare, esplorare e migliorare la nostra salute insieme.
Per noi non esistono gerarchie o sistemi piramidali che detengano il potere della conoscenza: l’erboristeria deve essere aperta e accessibile a tuttx. È la nostra lotta anti-specista e anti-capitalista, dalla conoscenza delle piante comincia l’emancipazione personale, alimentare, farmaceutica e della cosmesi.
Sviluppare l’autoconoscenza e la saggezza erboristica comunitaria ci renderà molto più liberx e consapevolx.
Un esempio di come l’erboristeria può diventare un concreto strumento solidale di azione sovversiva è il progetto Solidarity Apothecary gestito da Nicole Rose, da cui ci piacerebbe prendere ispirazione
.


Il progetto supporta materialmente le lotte rivoluzionarie e le comunità attraverso la distribuzione gratuita di rimedi medicinali a base di erbe e diffondendo saperi sulla loro preparazione, concentrandosi in particolare sul sostegno alle persone che subiscono la violenza dello Stato. Questo include prigionierx, ex prigionierx e le loro famiglie, rifugiatx e richiedenti asilo e altro ancora, organizzando carovane per portare i kit erboristici direttamente nei luoghi di resistenza, come le frontiere. Questo progetto non si limita a una logica assistenzialista, ma mira a rafforzare l’autonomia collettiva, l’autodifesa e la resilienza contro il cambiamento climatico, il capitalismo e la violenza dello Stato, promuovendo la partecipazione attiva attraverso workshop per l’autoproduzione dei rimedi, incoraggiando la pratica di un’autogestione della salute a livello collettivo.

Vi definite un collettivo transfemminista e antispecista. Che ruolo hanno queste due dimensioni all’interno del vostro progetto e che punti d’incontro avete trovato tra il transfemminismo, l’antispecismo, il mondo delle erbe spontanee e l’ancestrale sapere erboristico?


Il transfemminismo e l’antispecismo sono alla base del nostro progetto, poiché ci permettono di affrontare le oppressioni in modo intersezionale e di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e gli altri esseri viventi. Il transfemminismo smantella le strutture patriarcali che limitano l’autodeterminazione dei corpi, mentre l’antispecismo mette in discussione il dominio umano sul non umano e critica l’antropocentrismo, rifiutando ogni gerarchia tra le specie.
Recuperare il sapere erboristico significa sfidare le logiche capitaliste e patriarcali, riaffermando un rapporto di cura collettiva e autogestita.
Vediamo storicamente una connessione tra lo sfruttamento delle persone che si identificano come donne e quello della natura, entrambe relegate a ruoli subalterni dal patriarcato e dal capitalismo, che le hanno ridotte a risorse da controllare, domare, mercificare.
L’ambiente e il selvatico non sono qualcosa da subordinare al dominio umano, ma spazi di autonomia e resistenza da sottrarre alla logica dello sfruttamento. Nel nostro approccio erboristico, opponiamo a questa visione un rapporto basato sul rispetto e sulla reciprocità, lontano dalla logica del
profitto e della mercificazione.
L’antispecismo per noi significa riconoscere il diritto di ogni essere vivente a esistere liberx da sfruttamento e violenza, rifiutando pratiche come la vivisezione e l’uso degli animali non umani nella ricerca farmaceutica. Ci opponiamo a un sistema che sfrutta indiscriminatamente persone, animali non umani e ambiente. Il sapere e la pratica erboristica possono quindi essere intesi come un atto di liberazione, che rifiuta la mercificazione del vivente e promuove un modello di vita basato sull’autodeterminazione, sulla connessione con il selvatico e sul rispetto di ogni forma di esistenza.
Questi principi guidano una visione della salute e della cura che rompe con il dominio patriarcale, capitalistico e antropocentrico, radicandosi nella libertà e nella resistenza.

Anche per questioni lavorative oltre che di ideali, ritengo fondamentale la dimensione del selvatico e del rapporto costante e profondo con esso, distruggendo la dicotomia tipicamente occidentale e moderna tra natura e cultura che pone l’essere umano al di fuori dell’ambiente selvatico. Quali sono le vostre idee o riflessioni su questo tema?


Per noi il selvatico non è qualcosa di separato, ma è una parte intrinseca della nostra esistenza. La dicotomia tra natura e cultura, che viene dalla modernità occidentale, è una costruzione artificiale
che ci allontana dal nostro legame con l’ambiente selvatico. Noi crediamo che l’umano sia una parte di esso, non qualcosa di esterno o superiore. Lavorare con le erbe spontanee e vivere in sintonia con il selvatico significa rifiutare questa separazione e riconoscere che siamo profondamente legatx all’ambiente che ci circonda.
La nostra lotta è anche una lotta per ripristinare un rapporto di reciproco rispetto e comprensione con la “natura”, senza vederla come un territorio da sfruttare o dominare, ma come un essere vivente con
cui coesistere. Il nostro approccio mira a conoscere, rispettare e comprendere il selvatico, a farlo diventare un nostro alleato e non a cercare di domarlo o distruggerlo.

Avete scritto un articolo sul tema della raccolta consapevole delle erbe spontanee per uso medicinale o
alimentare. Come potremmo riappropriarci di una pratica come la raccolta delle erbe in senso ecologista e di non sfruttamento del terreno e dell’ambiente? In che modalità la raccolta può essere consapevole e anticapitalista?


Non si tratta di raccogliere indiscriminatamente, ma solo quello che ci serve; imparare a riconoscere quando e come le piante sono pronte, quando è il loro tempo balsamico, in modo da non danneggiarle né sopraffare l’ecosistema in cui vivono. Ogni raccolto deve rispettare la biodiversità e la salute del terreno, evitando di danneggiare l’habitat delle piante e degli altri esseri viventi che ne dipendono. Raccogliamo solo le parti e le quantità di cui abbiamo bisogno, meglio informarsi se ciò che si raccoglie è una pianta rara, in via d’estinzione o poco comune. E’ sempre bene inoltre cercare di lasciare le radici o spargere i semi per permettere alle piante di continuare a propagarsi.
La raccolta consapevole è anche un atto di resistenza contro chi sfrutta la terra e le risorse naturali senza rispetto per l’equilibrio ecologico. La raccolta diventa un gesto politico, una forma di resistenza alla logica di sfruttamento delle risorse naturali e di disconnessione dalle pratiche tradizionali e comunitarie di cura.

Il sapere erboristico, riappropriato in senso anticapitalista come state facendo voi negli anni, potrebbe apparire, ad una lettura o sguardo superficiali, come qualcosa di antiscientifico o comunque radicalmente critico nei confronti del sistema farmaceutico e della scienza medica ufficiale. Sono critiche che avete ricevuto e se si, come le affrontate? Qual è la vostra posizione su questo tema? Quali sono le critiche che avanzate alla medicina ufficiale e alla farmaceutica?


Il nostro approccio non è contro la scienza, ma contro un certo tipo di scienza, quella che è stata colonizzata dalle logiche capitaliste, che privilegiano il profitto e il controllo piuttosto che la cura e il benessere autentico. Siamo critichx nei confronti della medicina ufficiale e dell’industria farmaceutica perché queste spesso riducono la salute a un prodotto da vendere, ignorando le cause sociali e ambientali delle malattie.
Molte pratiche e terapie che la medicina ufficiale considera “scientifiche” sono condizionate dagli interessi economici delle grandi multinazionali, che manipolano la ricerca per i propri fini. In contrasto, il nostro approccio si concentra sulla cura e sull’autogestione, valorizzando l’ascolto del corpo e l’uso delle piante come alleate nella prevenzione e nel trattamento dei malesseri quotidiani. Non siamo contrarx alla scienza in sé, ma a quella che ha perso il contatto con le persone e con l’ambiente. Le nostre critiche vanno quindi alla medicalizzazione della vita e alla mercificazione della salute.


Non dobbiamo dimenticarci che la biomedicina si è costruita sull’appropriazione violenta di saperi e corpi. Ha saccheggiato le conoscenze erboristiche e curative di donne, comunità indigene ed emarginalizzate,
spogliandole del loro valore per ricodificarle in un sistema gerarchico e patriarcale. Ha sfruttato i corpi di persone razzializzate e di chi era consideratx inferiore per esperimenti medici, spesso senza consenso,
trasformando la sofferenza in progresso scientifico per pochi privilegiati. Colonialismo, espropriazione dei saperi tradizionali e sfruttamento sono il fondamento della biomedicina, non un’anomalia del passato. Riconoscerlo significa smascherare il mito della scienza neutrale e aprire spazi per una cura che sia orizzontale, autodeterminata e sottratta alle logiche del dominio.

Avete recentemente preso parte alla traduzione dell’Erbario Anticarcerario di Nicole Rose. Volete parlarci un po’ di questo testo, dell’autrice e di quali connessioni ci sono tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria? Ancora una volta vi chiedo: che similitudini vedete tra le erbacce selvatiche e la lotta contro ogni forma di carcerazione e gabbia?


Questo libro è per noi un testo molto importante, che ha avuto un grande impatto sulla formazione politica della nostra collettiva. Ci ha ispiratx così tanto da spingerci a voler conoscere l’autrice e a tradurlo in italiano insieme ad altrx compagnx.
Intorno a questo testo si sono intrecciate infatti molteplici complicità: la traduzione di The Prisoner’s Herbal è il frutto di un processo collettivo di persone compagne provenienti da varie regioni e collettive italiane, che hanno unito le forze in un sostegno reciproco per tradurre, revisionare, progettare, diffondere e stampare questo testo, unite dalla passione per l’erboristeria, per l’autocura e per la lotta anticarceraria. Il ricavato delle vendite va per casse antirepressione e benefit per supportare persone prigioniere e inguaiate con la legge.


Nicole Rose è un’attivista anarchica antispecista e erborista inglese, che ha scontato 3 anni e mezzo di carcere durante un periodo di forte repressione contro i movimenti antispecisti impegnati nella campagna SHAC, una campagna internazionale contro il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa che
pratica esperimenti su migliaia di animali non umani, commissionati dalle industrie farmaceutiche.
Durante la sua prigionia, fu colpita dalla potenza delle erbacce che crescevano tra il cemento del carcere: fu proprio l’affetto per queste piante che le permise di affrontare quel periodo di reclusione. Studiare le erbacce e conoscerne i poteri curativi le diede l’opportunità di autogestirsi e di sopravvivere all’interno di un sistema carcerario che negava qualsiasi tipo di cura e assistenza sanitaria.
In un contesto di totale privazione della libertà, segnato dalla violenza sistemica del sistema carcerario e dalla difficoltà di accedere persino alle cure di base, le erbe rappresentavano un’alternativa: un modo per
riappropriarsi delle pratiche di cura e rivendicare l’autodeterminazione sulla propria salute.


Una volta uscita dal carcere, Nicole ha continuato a studiare erboristeria e ha deciso di scrivere questo libro sulla sua esperienza, in modo che potesse diventare una risorsa accessibile ad altre persone prigioniere: The Prisoner’s Herbal, l’Erbario Anticarcerario.
Nel libro ci racconta come possiamo praticare l’autogestione della salute e trovare quello che lei chiama un “alleato vegetale” che ci aiuti ad autodeterminarci e darci la forza di andare avanti. Ci parla delle piante più comuni che crescevano nei cortili e tra il cemento della prigione e dei rimedi che possiamo ricavare da esse.


Il legame tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria è evidente: entrambe rappresentano un atto di resistenza contro il controllo, la coercizione e l’oppressione sistemica. Le erbacce, come le persone
incarcerate, sono forze che resistono e che vivono nei luoghi più inospitali. La nostra connessione con il selvatico e le erbe, proprio come la lotta contro ogni forma di carcerazione, è un cammino di liberazione, di
riappropriazione della nostra autonomia e della nostra salute, lontano dalla logica di sfruttamento e controllo che caratterizza il sistema capitalistico e carcerario.


Concludiamo con una citazione di Nicole:
Vedevo un’enorme quantità di violenza nei confronti delle persone in carcere, episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, ero circondata dall’orrore e le piante sono state per me un antidoto. Erano vive e vibranti e in qualche modo resistevano all’oppressione della prigione perché si ostinavano a crescere.
Anche se il personale della prigione cercava di diserbarle, tornavano sempre. Ed è stata quella connessione con qualcosa che va oltre il cemento a tenermi in vita, a tenermi in contatto con la terra e a tenermi in contatto con la vita fuori dalla prigione.
Per me è stato come sentirmi connessa a qualcosa che era vivo e forte e che alla fine era molto più potente del sistema carcerario, del capitalismo, di qualsiasi tipo di società progettata dall’uomo, costruita sull’oppressione. Abbiamo molto da imparare da loro.

Sul quinto numero della vostra zine è presente un articolo dal titolo “Erbe per la salute mentale contro i mali del capitalismo”. Quali sono questi mali del capitalismo a cui fate riferimento ed è davvero possibile affrontarli e tentare di alleviarli/curarli attraverso alcune erbe medicinali? Se si quali e come?


Nel nostro articolo, parliamo dei “mali del capitalismo” come delle molteplici forme di alienazione, stress, ansia e depressione che derivano dal vivere in una società che riduce l’individuo a un ingranaggio della macchina produttiva, dove il valore di una persona è misurato solo in termini di utilità economica. Il capitalismo ci impone un ritmo di vita frenetico, una continua competizione, e una costante insoddisfazione. Questi fattori sono strettamente legati alla salute mentale delle persone, contribuendo a
disturbi come ansia, depressione e burnout. In questo senso, il capitalismo è un sistema che non solo sfrutta il nostro corpo, ma anche la nostra mente.


Le erbe medicinali possono giocare un ruolo importante nel contrastare alcuni di questi sintomi; non si tratta di una cura miracolosa, ma di uno strumento che può contribuire al benessere psicofisico, se usato in un contesto di autogestione e consapevolezza. Alcune erbe che possiamo usare includono:

  • Camomilla (Matricaria chamomilla): conosciuta per le sue proprietà calmanti e rilassanti, è un alleato per chi soffre di ansia e stress. Aiuta a favorire il sonno e a ridurre la tensione mentale.
  • Passiflora (Passiflora incarnata): è un potente ansiolitico naturale, che agisce sul sistema nervoso calmando l’ansia e migliorando la qualità del sonno.
  • Lavanda (Lavandula angustifolia): nota per il suo effetto calmante, può essere utilizzata per contrastare ansia, insonnia e stress. Il suo profumo ha un effetto rilassante anche in ambienti stressanti.
  • Valeriana (Valeriana officinalis): spesso usata per il trattamento dell’insonnia, la valeriana ha un effetto sedativo che può aiutare a ridurre l’ansia e migliorare il sonno.
  • Melissa (Melissa officinalis): conosciuta per le sue proprietà sedative e per il suo effetto positivo sul sistema nervoso, la melissa può essere utile per affrontare ansia e stress.


Queste erbe non sono un’alternativa ai trattamenti medici in caso di malattie gravi, ma offrono un sostegno per chi cerca un approccio più naturale e olistico al proprio benessere mentale. In un contesto di resistenza al capitalismo, l’uso di queste erbe è anche un atto di autogestione e di rifiuto di un sistema che ci impone soluzioni farmacologiche industriali. L’autocura, il rallentare, l’ascolto e il rispetto del nostro corpo e della nostra mente sono parte di una visione di liberazione totale.

In conclusione, possiamo dire che, sebbene le erbe non possano “curare” i mali profondi del capitalismo, possono sicuramente aiutarci a prenderci cura di noi stessx, a resistere e a promuovere il nostro benessere.

Vorrei concludere questa intervista chiedendovi quali obiettivi avete per il futuro come collettivo Anarcho Herbane e lasciarvi questo spazio per aggiungere altre vostre riflessioni che pensate possano essere interessanti e utili per tuttx.

Lunga vita alle erbacce, al selvatico e all’anarchia

Bleater – Winter (2025)

Winter dei Bleater è un album che ci invita ad inforestarci. Ma che significa inforestarsi? Il concetto coniato dal filosofo Baptiste Morizot viene utilizzato per descrivere l’atto di entrare in sintonia profonda con l’ambiente boschivo, lasciandosi trasformare dalla natura e immergendosi nell’ambiente selvatico, permettendo allo stesso tempo alla foresta e al selvatico di trasferirsi in noi. E la musica dei Bleater riesce pienamente in questo intento di totale immersione coi sensi e con l’immaginazione nel paesaggio boschivo, grazie a canzoni capaci di costruire un’atmosfera evocativa, devozionale e che sono attraversate da una tensione spirituale dal sapore animista.

Il quartetto con base a Fork of Salmon in California, territorio rurale degli Stati Uniti ma coperto per più del 90% da foreste e boschi, ha iniziato a pubblicare la propria musica nel 2023 e fin dall’inizio ha usato una sola etichetta per descrivere il proprio suono: forest devotional. Difatti la musica suonata dai Bleater anche in queste nuove sei canzoni è caratterizzata da un folk evocativo e incantato, intimo e spirituale, che assomiglia ad una vera e propria ode alla foresta e ai suoi abitanti selvatici, visibili e invisibili; è una musica immersiva che disegna paesaggi dominati dalle forze ancestrali della Terra, in cui c’è spazio sia per l’incanto dolce e sognante quanto per tonalità più oscure e sofferte. Un folk che si posiziona in un equilibrio perfetto tra tensioni incantate e quelle più dark, senza mai far prevalere l’una o l’altra dimensione.

Durante l’ascolto di Winter vengono alla mente gruppi come i tüül, le Byssus e alcune incarnazioni del folk forestale e devozionale cascadiano come Ekstasys o Vradiazei, anche se la voce femminile che ci accompagna mi ha ricordato in vari momenti l’interpretazione canora di Emma Ruth Rundle e in minor parte di Cinder Well. Con il folk cascadiano in particolare i Bleater condividono questa tensione viscerale alla devozione nei confronti della natura e della foresta viste come entità vive e interlocutori in un dialogo che affonda le radici in un passato ancestrale in cui l’essere umano non aveva ancora smesso di cantare la canzone della Terra. C’è infatti qualcosa di profondamente animista nelle canzoni dei californiani che prende forma dalle emozioni che animano la loro musica e che vengono evocate in chi ascolta. Un animismo primordiale che non appartiene più all’uomo occidentale e alla sua civiltà ecocida, ma che continua a resistere nel sottobosco dell’umanità e negli angoli più remoti delle foreste.

I Bleater stanno provando a indicarsi questo sentiero dimenticato per tornare ad inforestarci e invertire la rotta, alla volta di un futuro in cui torniamo a relazionarci con cura e reciprocità alla Terra e a sentire il selvatico dentro di noi. Grazie ad un album come Winter stiamo già muovendo primi passi su questo sentiero, cantando inni delicati e rispettosi verso la foresta. Forse la foresta tornerà a parlarci?