Il diritto a vagare liberamente è il diritto a riconnettersi

Mi sono imbattuto da pochissimi giorni nella campagna/ movimento inglese Right to Roam e ne sono rimasto affascinato per una serie di motivi differenti. Innanzitutto il verbo inglese to roam che tendiamo a tradurre semplicemente come vagare o vagabondare ha un significato ben più sfumato e immaginifico e si accompagna strettamente al libero accesso alle aree naturali, rurali e/o selvatiche; in secondo luogo perchè da buon amante della vita all’aria aperta, avendo goduto più volte della libertà di girovagare per sentieri di montagna e boschi o di accamparmi sotto le stelle davanti a un falò, ritengo che questo diritto di poter accedere liberamente a luoghi e territori naturali in cui poter vivere certe esperienze a stretto contatto con il mondo selvatico debba essere difeso e ristabilito ovunque; inoltre perchè ritengo che il diritto ad accedere, vagare, attraversare e abitare anche solo temporaneamente colline, sentieri, campi, brughiere, radure, boschi e quant’altro rientri in un più ampio diritto di poter godere dei beni comuni, ovvero tutte quelle risorse collettive come paesaggi, territori, fiumi, foreste che resistono alla privatizzazione e alla ricerca di profitto di pochi ricchi proprietari terrieri, di grandi multinazionali o dello Stato; infine perchè, come dice il titolo di questo articolo, il diritto a vagare liberamente va di pari passo con il diritto, e il bisogno sempre più urgente in quest’epoca ecocida, di riconnettersi alla Terra, ai luoghi, agli abitanti non umani e vegetali che sono insediati nei territori e infine a noi stessi in quanto parte della Natura e non qualcosa di separato da essa.

Mesi fa lessi su Dark Mountain Project un articolo intitolato “Where Does the Night Start?” in merito ad una lotta per l’accesso alla terra a Dartmoor, ultimo luogo in Inghilterra in cui si può campeggiare liberamente. Nel Parco Nazionale di Dartmoor un proprietario terriero multimilionario era riuscito a far abolire questo diritto al campeggio libero, ma per fortuna la campagna di protesta ha raggiunto la Corte Suprema del Regno Unito che si è espressa in favore dei partecipanti alla protesta, garantendo il diritto di dormire sotto le stelle nel territorio di Dartmoor.
In fin dei conti il diritto di muoversi liberamente in un luogo naturale fatto di brughiere, boschi e colline è in tutto e per tutto una delle incarnazioni in cui si manifesta un sentire sempre più diffuso e urgente: quello dell’accesso alla Terra, senza permessi speciali, soldi da spendere, cancelli da superare e biglietti da pagare. Senza che i territori rurali, siano essi la montagna, la campagna, le colline o i boschi, diventino luoghi elitari e di esclusione. Ennesimi luoghi in cui si incarna l’idea che tutto è e deve essere mercificato, messo a profitto, reso produttivo e quindi sfruttato.

Right to Roam è un gruppo di persone che dal 2021 si occupa di difendere questo diritto di accesso libero ai territori rurali e alle aree naturalistiche; per protestare contro la tendenza sempre più diffusa alla privatizzazione di questi luoghi, ha fin da subito utilizzato la tattica dell’incursione e dell’occupazione pacifica in queste vaste aree rurali da cui le persone comuni vengono escluse per interessi di natura privata e/o governativa. Una pratica quella dell’incursione in aree private che ha una lunga tradizione nella storia inglese di protesta per l’accesso alla terra e ai territori. Si può infatti tranquillamente affermare che nessuno dei diritti di accesso sanciti nelle ultime generazioni sia stato conquistato senza la disponibilità della gente comune a oltrepassare i confini delle proprietà private.

L’ideale che anima Right to Roam è il libero acceso alla natura che si traduce anche con l’attitudine e la pratica di prendersene cura direttamente avendo un impatto ecologico quanto più possibile vicino allo zero. Nella loro visione le campagne e le zone rurali in futuro non saranno solo fonti di benessere fisico, mentale e spirituale per le persone, ma anche luoghi di cui divenire custodi e costruire comunità attorno a questi beni comuni sempre più minacciati. Se la Terra ha perso i suoi guardiani e le sue guardiane nel corso dei secoli, non saranno i padroni e i loro soldi sporchi a proteggerla o difenderla, ma le persone comuni pronte a far sentire la propria voce e mettere in pericolo la propria libertà.

Quello che Right to Roam sta cercando di fare negli ultimi anni non è valido e urgente solo nel territorio anglosassone, ma può essere preso ad esempio e messo in atto ovunque l’avanzata del capitalismo, della privatizzazione, della sete di profitto sembra inarrestabile e famelica nel divorare ogni spazio naturale-selvatico-rurale non ancora del tutto piegato alla logica della proprietà privata, dello sfruttamento o del consumo. Perchè l’accesso libero ai territori rurali, alle campagne, ai boschi e così via, in un mondo al collasso ecologico, non è importante solo per i benefici che l’esperienza del mondo naturale ha sulla nostra salute psico-fisica, ma perchè può permetterci di ritrovare la strada per riconnetterci alla Terra in un ottica di non sfruttamento, di reciprocità e di resistenza. Per costruire comunità ecologiche attorno ai beni collettivi, invece di concedere sempre più spazio alla cultura ecocida che sfrutta, disbosca, cementifica, mercifica, devasta e saccheggia i territori che abitiamo insieme alle altre tribù di animali non umani e vegetali.

Perchè senza l’esperienza diretta della Natura, senza aver il diritto di girovagare, sostare o riposare in un boschetto, tra i sentieri di campagna o sulle anse di un fiume, cosí come al chiaro di luna o sotto una pioggia improvvisa, come si potrebbe pensare di difendere questi luoghi quando diventano obiettivi di nuove mire espansionistiche del Capitale?

Una breve cronistoria delle più importanti incursioni e occupazioni di aree private nel Regno Unito, liberamente tradotto dal sito di Right to Roam:

  • 1871-78 Foresta di Epping, Londra/Essex – I tentativi di recintare i terreni e abolire i diritti dei cittadini comuni sulla foresta incontrarono una resistenza feroce e prolungata. Gli invasori furono condannati dalla stampa. Tuttavia, il sostegno dell’opinione pubblica rimase forte e, nel 1878, fu approvata l’Epping Forest Act, che proteggeva la foresta dalla recinzione e dallo sviluppo edilizio e sanciva il diritto di accesso pubblico a tempo indeterminato.
  • 1887 Latrigg, Cumbria – A seguito di un tentativo da parte dei proprietari terrieri locali di chiudere l’accesso a Latrigg Fell, alle porte di Keswick, nel 1887, si verificò un’occupazione di massa guidata dallo scrittore di viaggi Henry Jenkinson, da Hardwicke Rawnsley, cofondatore del National Trust, e dal deputato Samual Plimsoll. Circa 2000 persone contribuirono ad abbattere le nuove recinzioni e raggiunsero la vetta che domina Derwent Water. Il percorso che seguirono è oggi diventato un diritto di passaggio pubblico e poco più della metà della collina è terreno di libero accesso. Altri sentieri sul versante meridionale boscoso sono accessibili solo previa autorizzazione e non sono ancora messi in sicurezza.
  • 1896 Winter Hill, Lancashire – La più grande invasione di massa della storia britannica ha visto coinvolti, secondo quanto riportato, 10.000 residenti di Bolton che si sono recati presso il loro punto di riferimento locale per protestare contro la chiusura del sito da parte del proprietario terriero. I principali promotori dell’iniziativa hanno perso in seguito la causa intentata contro il proprietario, ma hanno mantenuto un enorme sostegno da parte dell’opinione pubblica. Ciononostante, ci sono voluti 100 anni prima che il sentiero contestato fosse dichiarato “diritto di passaggio” e che l’intera collina diventasse terreno di libero accesso nel 2000.
  • 1932 Kinder Scout, Derbyshire – Sebbene si sia trattato di un’azione di occupazione abusiva di minore entità in termini numerici, l’iniziativa guidata da Benny Rothman il 24 aprile 1932 è passata alla storia ed è oggi celebrata – persino dai gruppi che all’epoca l’avevano condannata! La violenza inflitta dai guardiacaccia del duca di Devonshire e la punizione sproporzionata inflitta in seguito a diversi partecipanti contribuirono a rafforzare il sostegno pubblico alla riforma dell’accesso ai terreni di caccia. Da questo evento è nata anche la canzone folk The Manchester Rambler scritta nel 1932 da Ewan MacColl che aveva partecipato alla protesta.
irruzione e occupazione di Kinder Scout, Derbyshire nel 1932

Comunitarismo e scarsità, un manifesto contro il capitalismo

Da marzo 2026, insieme ad alcune persone fidate e affini nel desiderare di mettere in pratica un’esistenza radicalmente altra rispetto a quella della civilizzazione capitalista, tecno-industriale ed ecocida, abbiamo occupato un orto abbandonato e abbiamo aperto un progetto di Orto Comunitario seguendo i principi dell’Agricoltura Naturale teorizzati da Fukuoka. In questo piccolo pezzo di terra tra torrenti e boschetti in una sperduta provincia di Milano, che stiamo provando a rigenerare ed inselvatichire, oltre che ad autogestire come luogo anche sociale e comunitario, stiamo praticando una vera e propria forma di resistenza verso una cultura della Terra basata sullo sfruttamento, sulla produttività, sul saccheggio delle risorse e sulla distruzione di tutto ciò che non è utile ai bisogni umani. Un’orto comunitario che è a tutti gli effetti un bene comune slegato dai tentacoli dello Stato e della proprietà privata capitalista e che vorrebbe essere un rifugio per costruire un modo radicalmente diverso di essere e fare comunità e di resistere al capitalismo e alla distruzione che porta con sè.

La musica e la cultura folk hanno un antico e profondo legame con i “commons” (i cosidetti beni comuni) poichè essi rappresentano qualcosa di accessibile a tutti e tutte e in netto contrasto con la proprietà privata di pochi a danno dei molti. Perchè sono orizzontali e autogestiti dalla comunità stessa senza padroni. Citando e modificando in parte uno dei quattro punti cardine di The Folk Union: “Evitiamo di trattare la cultura folk come un prodotto e una merce. Condividiamo la cultura e la musica in maniera libera, orizzontale e dal basso; ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i propri bisogni.

Per tutti questi motivi ho tradotto il testo “Commoning and Scarcity, a manifesto against capitalism” scritto nel 2013 dall’anarchico Peter Gelderloos. Alla volta di un presente radicalmente diverso, contro il capitalismo e per l’autogestione, coltiviamo comunità e smantelliamo le gerarchie!

I beni comuni rappresentano un mondo a sé stante rispetto al capitalismo. Sono una fonte di sostentamento condivisa dalle persone. Prima della diffusione del capitalismo, la maggior parte del pianeta era costituita da beni comuni. Le culture che consideravano i beni comuni come un dono della natura da trattare con rispetto tendevano ad avere i beni comuni più abbondanti e, di conseguenza, i minori problemi di sopravvivenza. Le culture che consideravano i beni comuni come proprietà o come una risorsa da sfruttare, in genere li esaurivano, provocando il proprio collasso o dovendo ricorrere alla guerra e alla conquista per sopravvivere. Alcune di queste culture avrebbero poi dato origine al capitalismo.

Il capitalismo teorizza e crea la scarsità. Il capitalismo ha prosperato distruggendo o privatizzando i beni comuni ovunque essi sorgessero. Finché le persone hanno accesso ai beni comuni, possono godere di una certa autosufficienza e non possono essere costrette a vendere la propria forza lavoro ai ricchi per sopravvivere. Per la gente comune, il capitalismo è un ricatto: lavorare o morire di fame. I beni comuni offrono un’altra opzione: l’autosufficienza attraverso la raccolta dei doni della natura. Poiché la base dei beni comuni è il dono spontaneo, le persone che vivono nei o dei beni comuni spesso ricreano l’economia del dono; condividendo, cooperando e aiutandosi a vicenda per raggiungere un elevato tenore di vita. Anche per questo motivo, i beni comuni sono nemici del capitalismo.

L’accumulazione primitiva — la privatizzazione della terra o l’appropriazione della ricchezza per alimentare gli investimenti, l’industria e, in una parola, il capitalismo — non è solo una fase iniziale del capitalismo, come teorizzato da Adam Smith o Karl Marx. La privatizzazione, il furto legalizzato, la schiavitù e l’imposizione della disciplina del lavoro sono attività costanti in ogni momento del capitalismo, dal XV al XXI secolo.

Allo stesso modo, i beni comuni non sono una realtà antica e superata, ma una possibilità sempre presente che irrompe ripetutamente nella nostra vita quotidiana, contraddicendo il mito della scarsità del capitalismo. Dopo che i terreni coltivabili furono privatizzati e recintati — in Europa dal XV al XVII secolo, in India e in altre colonie nel XVIII e XIX secolo, e in alcune parti dell’Africa oggi — foreste, boschi, paludi e pascoli divennero i principali beni comuni perché il capitalismo non era ancora in grado di sfruttare efficacemente quelle aree. In questi beni comuni, le persone raccoglievano frutti, noci, piante medicinali, combustibile e materiali da costruzione, pascolavano il bestiame, cacciavano e pescavano. Forse non riuscivano a procurarsi il pane quotidiano dalle foreste e dai pascoli, ma potevano soddisfare la maggior parte delle loro altre necessità.

Oggi, per funzionare, il capitalismo deve basarsi su una produzione di massa esagerata e imprecisa. Ciò genera un’enorme quantità di rifiuti che il capitalismo non è ancora in grado di sfruttare in modo efficace. Questi rifiuti costituiscono i nuovi beni comuni: milioni di persone in tutto il mondo rovistano tra i rifiuti per raccogliere cibo, vestiti, materiali da costruzione o oggetti che possono essere smontati e venduti per ricavarne denaro. Molte delle persone che vivono in questo modo sviluppano culture cooperative basate sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, relazionandosi attraverso la solidarietà piuttosto che attraverso rapporti commercializzati.

Anche le competenze, la cultura e la saggezza tradizionale costituiscono un bene comune. Rappresentano strumenti che aiutano le persone a relazionarsi con il proprio ambiente, a guadagnarsi da vivere e a migliorare la propria qualità di vita. In passato, questi strumenti erano condivisi all’interno della società. Da circa un secolo, il capitalismo sta cercando sempre più di privatizzare la conoscenza e la cultura. Molte persone si oppongono alla privatizzazione dei beni comuni intellettuali e culturali. Alcuni distruggono i campi di colture geneticamente modificate di proprietà di aziende che cercano di brevettare la vita stessa; alcune comunità indigene tengono lontani antropologi, biologi e altri ricercatori che tentano di catalogare e brevettare la loro musica tradizionale, la medicina popolare o i semi autoctoni; altre persone condividono la propria musica e la propria arte attraverso licenze “Creative Commons” anziché tramite i diritti d’autore.

Mentre i pirati originari liberavano beni che erano stati sfruttati nel massiccio processo di accumulazione primitiva noto come colonialismo (liberando schiavi, rubando oro e argento estratti con il lavoro degli schiavi, impadronendosi di rum e zucchero provenienti dalle piantagioni), una delle principali forme di pirateria moderna è la liberazione della cosiddetta proprietà intellettuale (come film e musica) utilizzando nuovi strumenti su Internet.

La scarsità su cui si basa il capitalismo non nasce mai in modo naturale. A volte è il risultato delle scelte sbagliate di una società, che distrugge il proprio suolo, pratica la pesca o la caccia eccessiva, senza bilanciare la propria popolazione. Spesso la scarsità è imposta direttamente e intenzionalmente dallo Stato. Durante la carestia delle patate in Irlanda, il Paese fu costretto dall’occupazione militare britannica a produrre cibo destinato all’esportazione. La Grande Carestia in Ucraina fu causata dal governo sovietico, che modificò con la forza il tradizionale modo di fare agricoltura. Il governo statunitense sterminò le mandrie di bisonti apparentemente infinite affinché i Lakota e i Cheyenne delle Grandi Pianure (che avevano sconfitto gli Stati Uniti in una guerra importante) perdessero la loro fonte di cibo. I governi di tutto il mondo non si sono fermati davanti a nulla, uccidendo milioni di persone, al fine di rendere impossibile l’autosufficienza. Se riusciamo a provvedere a noi stessi, non abbiamo bisogno del governo, né di lavorare per i ricchi che il governo protegge.

Una funzione legata a ciò dello Stato è quella di distruggere i beni comuni ovunque essi sorgano. I primi codici giuridici moderni in Europa servirono a criminalizzare l’uso tradizionale dei beni comuni. Una delle principali applicazioni della pena di morte nell’Inghilterra del XVIII secolo era quella di punire la caccia, la raccolta di prodotti selvatici e altri usi tradizionali delle foreste che in precedenza erano legali e che erano persino protetti dalla Magna Carta. Oggi, la Banca Mondiale e il FMI costringono i paesi debitori a modificare le proprie leggi e a criminalizzare gli usi tradizionali dei beni comuni, consentendone la privatizzazione da parte delle multinazionali. Nel 1994, l’accordo NAFTA con gli Stati Uniti e il Canada ha costretto il Messico a modificare la propria Costituzione e a rimuovere la tutela della proprietà fondiaria comunitaria. Un altro importante punto di collaborazione tra i governi mondiali riguarda la repressione della pirateria o della condivisione dei beni comuni creativi, la cosiddetta proprietà intellettuale. Più in generale, gli Stati Uniti e altri governi di spicco vogliono domare completamente Internet affinché non sia più uno spazio di condivisione e anonimato — un bene comune — ma piuttosto uno spazio commercializzato, facilmente controllabile dalla polizia e sfruttabile dalle multinazionali. Questo è simile a come le foreste e le paludi furono disboscate e bonificate contemporaneamente per ragioni economiche e militari. A causa della loro opacità e dei vantaggi difensivi che offrivano, questi spazi erano inaccessibili allo sviluppo commerciale ed erano anche il luogo in cui spesso si nascondevano ribelli, banditi e rivoluzionari.

In genere, lo Stato sostiene di proteggerci quando distrugge i beni comuni o disbosca le aree selvagge, che spesso sono gli unici spazi in cui possiamo ancora essere liberi. Nel 2008, un naufragio al largo delle coste inglesi ha portato a riva migliaia di tonnellate di travi di legno. Il legno non poteva più essere venduto ai principali acquirenti, poiché presentava macchie di acqua di mare, ma era comunque perfettamente utilizzabile come combustibile o per l’edilizia. Il naufragio aveva dato vita a un nuovo bene comune e in breve tempo la gente si recò sul posto per raccogliere il legno. Il governo intervenne immediatamente e proibì la raccolta del legno, invocando lo stato di emergenza nazionale. La loro motivazione? Si rischiava di procurarsi schegge, quindi raccogliere il legno era pericoloso.

Per quanto riguarda la diffusione del fenomeno del “commons” dei rifiuti, diversi governi in tutto il mondo stanno lavorando per criminalizzarlo e reprimerlo. Negli Stati Uniti, diverse città hanno arrestato persone per aver condiviso cibo recuperato gratuitamente dalle discariche. In Spagna, dove tradizionalmente i panettieri regalano le pagnotte invendute a fine giornata, le catene di panetterie hanno iniziato a contare tutte le loro pagnotte, restituendo e distruggendo (o vendendo al bestiame e ad altre industrie) ogni pagnotta che non è stata pagata. In molte città dei Paesi Bassi, i nuovi contenitori per i rifiuti conservano i rifiuti sottoterra, rendendone impossibile l’accesso. Ancora una volta, preferiscono che le persone muoiano di fame piuttosto che possano procurarsi qualcosa gratuitamente.

Con gli orti urbani e la piantumazione di alberi da frutto e da noci, molte città potrebbero avvicinarsi all’autosufficienza alimentare. Lo scienziato anarchico Kropotkin scrisse di questa possibilità emergente un secolo fa, prendendo Parigi come modello, ma da allora i governi e gli urbanisti si sono assicurati di impedire la nascita di questi nuovi beni comuni. A volte, gli orti urbani vengono sgomberati e rasi al suolo, come a Los Angeles. In generale, le città evitano di piantare piante commestibili negli spazi verdi urbani. Atene o Barcellona, ad esempio, sono abbellite da migliaia di aranci, ma la varietà che le amministrazioni comunali scelgono di piantare produce solo un tipo di arancia non commestibile.

Un’eccezione degna di nota a questa regola si riscontra a Seattle. Durante diversi mesi dell’estate, è possibile raccogliere una varietà di frutti e bacche commestibili e deliziosi dagli alberi e dai cespugli che crescono in città. Tuttavia, la maggior parte delle persone ha perso le competenze e le conoscenze tradizionali necessarie per svolgere questo semplice compito, o addirittura per rendersi conto che il cibo proviene dalla terra e non dal supermercato. Le persone sono così alienate che la maggior parte dei frutti e delle bacche va sprecata.

Questo triste fatto dimostra il legame tra conoscenza e materia. I beni comuni intellettuali o culturali e i beni comuni della terra o delle risorse sono indissolubilmente legati. Se lo Stato può appropriarsi della terra, inevitabilmente scomparirà anche il sapere necessario per vivere di essa. Se lo Stato riesce ad allontanare le persone dalle loro conoscenze tradizionali, queste non sapranno come utilizzare i beni comuni della terra o delle risorse, anche se si trovano proprio a due passi da loro.

Un altro fatto interessante riguardo alle città è che il cibo coltivato al loro interno risulterà contaminato dall’inquinamento automobilistico. Per questo motivo si potrebbe facilmente sostenere che coltivare cibo nelle città non sia comunque l’idea migliore. Ma non esiste alcun legame naturale tra città e automobili. Infatti, le città funzionano in modo molto più efficiente senza traffico automobilistico, utilizzando invece i mezzi pubblici e le biciclette.

Ma concentrarsi sull’efficienza trascura il fatto, storicamente rilevante, che lo Stato preferisce sovvenzionare e implementare quelle tecnologie che favoriscono la dipendenza, erodono i beni comuni e creano nuove opportunità per una gestione professionalizzata (in particolare all’interno di un paradigma di sicurezza o protezione). I treni creano nuovi spazi comuni e possono essere auto-organizzati dai loro operatori. Il traffico automobilistico, al contrario, è talmente atomizzato da richiedere l’intervento dello Stato per essere indirizzato e organizzato. Crea nuovi pericoli dai quali lo Stato deve proteggere i propri cittadini, con un numero assurdamente elevato di vittime della strada anche nelle società in cui i governi gestiscono efficacemente il traffico automobilistico. Non da ultimo, crea la possibilità — per la prima volta nella storia — di una folla di migliaia di persone che si trovano fianco a fianco, quando sono bloccate nel traffico, ma totalmente isolate le une dalle altre e prive di possibilità immanenti di azione collettiva.

In sintesi, i beni comuni occupano un posto centrale nella lotta contro il capitalismo. I beni comuni possono essere costituiti da terra, natura selvaggia, competenze ed esperienze, beni recuperati o spazi pubblici. Non esistono solo nelle società periferiche che possono ancora definirsi tradizionali; i beni comuni sono una possibilità sempre presente in ogni aspetto dell’esistenza umana, dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati.

I beni comuni sono sia una struttura che una pratica. Il comunitarismo è una delle forme di azione più diffuse e sovversive contro il capitalismo. Non è appannaggio dei rivoluzionari di professione, ma un’attività intrapresa istintivamente da persone in tutto il mondo.

Poiché il comunitarismo è istintivo, il comunismo è una frode. Il tentativo di astrarre i beni comuni o di mediare la pratica del comunitarismo attraverso un’ideologia, la strappa dalle condizioni uniche della vita quotidiana che le danno respiro e sostanza. I beni comuni si ricostituiranno in una forma diversa in ogni parte del mondo, per mano di quelle persone che sono più vicine alla materia e alla memoria disponibili, che possono essere trasformate nella base per la sopravvivenza collettiva. Il comunitarismo è il compito di coloro che entreranno a far parte di ogni nuovo bene comune.

Il capitalismo ha creato le classi, e queste classi non distruggeranno il capitalismo. Partendo dalla struttura delle caste feudali, coloro che potevano esercitare un vantaggio militare ed economico si sono costituiti come classe proprietaria e hanno imposto con la forza il proletariato come coloro che possedevano solo la propria forza lavoro e la propria capacità di riprodursi. Lo stesso rapporto di proprietà che ha recintato i beni comuni ha costretto coloro che non potevano opporsi a queste recinzioni a diventare la classe operaia. La società di classe e il capitale saranno aboliti da coloro che acquisiranno la forza di vedersi in relazione ai beni comuni e non in relazione alla proprietà.

Il nemico che disperde costantemente questa forza e calpesta i beni comuni ovunque essi sorgano è lo Stato. La nostra lotta deve mirare alla distruzione dello Stato, per aprire nuovi spazi in cui i beni comuni possano prosperare. La creazione di beni comuni non è di per sé proprietà di alcun partito o teoria, ma è il potenziale condiviso che rende possibile qualsiasi comunicazione. L’anarchia è un prerequisito per i beni comuni. Più forte è lo Stato, più ristretto è il margine entro cui possono sorgere nuovi beni comuni. E più abbondanti sono i nostri beni comuni, più forti e duraturi saranno i nostri attacchi contro lo Stato. Che lo Stato venga distrutto dagli anarchici non ha importanza, tranne che per quegli anarchici che condividono con i comunisti l’esigenza di elaborare il piano che verrà imposto al nuovo mondo.

Ciò che conta è che i nostri sogni mettano nuovamente radici nei beni comuni, che le nostre teorie prendano di mira lo Stato e che le nostre lotte creino nuovi beni comuni e rivitalizzino quelli vecchi.