Lunarsy – Appenino Oltremare (2022)

Da sempre dico che non sono uno scrittore di recensioni musicali e il fatto che dal nulla mi è venuta la voglia di parlarvi di un disco semi sconosciuto pubblicato quattro anni fa né è la dimostrazione più palese. Diciamo che sono più un racconta storie che scrive di ciò che gli piace quando l’ispirazione arriva all’improvviso, ecco forse questa è una definizione che non mi dispiace. Venendo a noi, oggi il protagonista di questa storia risponde al nome di Appennino Oltremare, album pubblicato nel 2022 dal progetto Lunarsy e che sono sicuro in pochi conoscete.

Dietro al duo Lunarsy troviamo Marina Girardi, cantautrice selvatica e illustratrice nomade, e Vincent Croes, che con le loro voci e chitarre acustiche danno forma ad un album di musica folk dolce, magico e che profuma intensamente di sottobosco. Il progetto è nato durante le lunghi notti pandemiche sull’Appennino, quando Marina e Vincent si ritrovavano intorno a stufe fumose di vecchie case in pietra, tra crinali rovinosi e strade precarie. Sono nate così quindi le undici canzoni che compongono Appennino Oltremare, più che una raccolta di brani una sorta di racconto diviso in capitoli e immagini che hanno la forza evocativa di accompagnarci nel bosco, tra odore di resina e pigne, cortecce che scricchiolano sotto i piedi, scoiattoli che si rincorrono tra i rami come funamboli e il vento che spoglia i rami sussurrando storie antiche alle nostre orecchie. Questo viaggio all’interno della selva è incantato e solenne, non spaventoso né superficiale o distratto; a farci da guida tra alberi maestosi, radici che si snodano come serpenti sinuosi e un’oceano di foglie secche degli autunni passati, c’è la dolce ed evocativa voce di Marina che ci indica dove appoggiare i nostri piedi, dove dirigere lo sguardo e tendere l’orecchio.

Quello suonato dai Lunarsy è un folk selvatico, che loro stessi definiscono agro folk appenninico; è infatti un folk radicato nella terra, che parla la ligua del bosco e degli animali selvatici, che appartiene al paesaggio degli Appennini tanto quanto la dura roccia, il faggio o il lupo. Una musica che viene direttamente dalla terra e alla terra ci riporta più consapevoli del nostro posto nel mondo, dove la voce di Marina e le chitarre suonate da lei e Vincent si fanno solamente tramiti di qualcosa di più ancestrale e incantato. C’è infatti nella loro musica una dimensione spirituale legata alla terra oltre che un tono generale di devozione nei confronti della natura non vista come entità astratta ma come casa, come luogo a cui l’umano appartiene dalla notte dei tempi. Ed emerge anche nelle canzoni un sentimento e/o una tensione ecologica, che si traduce in una relazione con la terra fatta di attenzione e cura, di reciprocità e non sfruttamento. Tutto questo viene concretizzato dalla scelta delle parole usate, dalla poetica dei testi scritti, dalle immagini dipinte dalle loro voci e dalle armonie suonate dalle chitarre acustiche, così come dalle illustrazioni di copertina e da quelle che accompagnano il disco, disegnate dalla stessa Marina.

Canzoni intime che chiamano a raccoglierci attorno ad un fuoco in compagnia di poche amate persone, da ascoltare seduti in un bosco all’ombra delle fronde di un albero o al calore di una stufa nelle ultime sere d’autunno attendendo l’arrivo dell’inverno. Canzoni da sussurrare mentre si cammina nel bosco, così che le altre tribù non umane possano sapere che stiamo percorrendo di nuovo quel sentiero verso la selvatichezza che avevamo smarrito; un sentiero che può invertire la rotta della distruzione e del saccheggio della nostra cultura antropocentrica e riavvicinarci ad una relazione di reciprocità con la Terra. Un sentiero che potrebbe insegnarci a re-incantarci e di conseguenza re-incantare il mondo.