Grēcīgie Partizāni – Ēnas trokšņo (2024)

Credo sia abbastanza inusuale imbattersi in una band che compie un tour spostandosi principalmente in bicicletta o in autostop per tutta la Lettonia. Ma questo è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni i Grēcīgie Partizāni, gruppo folk punk lettone. Quando vedevo sulla loro pagina instagram gli aggiornamenti del tour, tra foto di loro in bici, accampati in mezzo ai boschi per passare la notte o a suonare a bordo strada, pensavo tra me e me che stessero facendo una cosa tanto folle quanto estremamente divertente. Una scelta che sottolinea l’attitudine fortemente indipendente e votata all’autosufficienza del gruppo, oltre che una certa coscienza ecologica.

Formatosi nel 2021 e guidati dal carismatico frontman Kārlis Pūķis, i Grēcīgie Partizāni si definiscono come un’esnemble di musica folk radicale in bilico tra sonorità popolari-tradizionali e vocazione anarcho-punk rock. Nel 2024 il quartetto lettone pubblica un nuovo disco intitolato Ēnas trokšņo, traducibile come Le ombre fanno rumore, un titolo che spazza via ogni dubbio di trovarsi di fronte ad un disco di folk punk spensierato e leggero. Difatti le sonorità che caratterizzano le tredici canzoni dell’album riescono ad essere immediate pur avvolgendosi di un sottile mantello d’oscurità e inquietudine, trattando tematiche che si concentrano principalmente sul lato oscuro dell’esistenza e dell’animo umano. Ma c’è spazio anche per parlare delle ingiustizie e delle paure, così come della ricerca di libertà e di indipendenza in un senso tanto personale quanto più ampio e politico.

Il tutto viene supportato da una trama sonora in cui convivono il folk punk più classico di stampo americano (Rail Yard Ghosts ma non solo), il sapore rurale e i toni tormentati di certo bluegrass (si ascolti una canzone come Kapsētas blūzs per averne un chiaro esempio), certe remote influenze ascrivibile al vasto contesto gipsy jazz (vengono alla mente i compaesani Rahu the Fool) e addirittura richiami al murder folk più scabroso in una traccia come Sapņu slepkavnieks. Inoltre, vista la mia totale ignoranza in materia, non posso escludere che nella musica dei Grēcīgie Partizāni viva o sopravviva l’influenza della tradizione folk lettone, ma sarei molto felice se fosse così.

Al fianco di Pukis, mente del progetto, polistrumentista poliedrico che si occupa di suonare chitarra e basso così come tramburelli, flauti e xilofono, troviamo la sua compagna di vita Anete (impegnata al basso e al violoncello), Arno (al violino e all’armonica a bocca) e Nauris (il suonatore di banjo del gruppo). Come da tradizione bluegrass e folk punk tutti e quattro si dedicano anche alle parti cantate, con le voci di Pukis e Anete a ricoprire un ruolo da protagoniste e quelle di Arno e Nauris impegnate per lo più nei cori a supporto delle varie composizioni.

Come già ampiamente detto, il folk punk dei partigiani del peccato (questo dovrebbe essere il significato del loro nome) è tutt’altro che allegro e frivolo, anche se non mancano momenti più istintivi e godibili come Ļaunums e Daugavā; la loro musica è un qualcosa di dannato, tormentato e inquieto e allo stesso tempo attraversata da emozioni di malinconia e sconforto, donando ai brani le sembianze di veri e propri sortilegi atti a torturare l’animo degli sventurati ascoltatori di un album come Ēnas trokšņo. Chiaro esempio di ciò brani evocativi e intensi come la stregonesca Sikspārņu ragana e la caoticamente diabolica Purva velns.

C’è poco altro da aggiungere su un album come questo che ci tiene compagnia con un ottimo esempio di folk punk sfaccettato e personale, se non augurarci di vedere presto dal vivo in qualche squat occupato o in qualche bosco i Grēcīgie Partizāni.

Folk against the machine #01

Questa volta ho deciso di saccheggiare il titolo di un album anarcho folk punk pubblicato nel lontano 2013 dai portoghesi Old Trees, album che ho ascoltato all’infinito negli ultimi dieci anni. In questa nuova rubrica tenterò di parlare di alcuni album folk (punk, anarcho, neofolk, dark e chi più ne ha più ne metta) pubblicati e/o ascoltati recentemente e che voglio presentarvi in maniera sintetica, provando a lasciare da parte la mia nota prolissità quando si tratta di parlare di qualcosa che mi interessa e mi piace. Sarà una rubrica che avrà la forma della raccolta di band e album che ho ascoltato nell’ultimo periodo, che trovo validi e che mi son piaciuti, senza nessuna pretesa di scrivere recensioni dal carattere professionale o tecnico, ma caratterizzate da uno spirito totalmente amatoriale e DIY. Questo è e sarà Folk against the machine, niente più e niente meno e uscirà senza rispettare calendarizzazioni di nessun tipo. Buona lettura!

Stromabwärts – Bandvertrag (2026)

E’ a monte che dobbiamo distruggere! Oh, hai capito o no?

Col dito puntato verso l’alto, mentre trafigge con lo sguardo arcigno e caparbio il volto del pavido Ragionier Fantozzi, queste sono le parole pronunciate dal geometra, compagno marxista Folagra nel primo film di Fantozzi. A monte dovrebbe essere anche la traduzione italiana di Stromabwärts, nome di un progetto anarcho folk punk austriaco attivo da prima del 2019 o giù di lì. A distanza di quattro anni dalla loro prima pubblicazione, un live album a detta loro purulento, pubblicato post interruzione del progetto, questa sgangherata tribù di menetrelli e bardi ritorna inaspettatamente con un nuovo album intitolato Bandvertrag. Strimpellatori di strada per vocazione e scelta, gli Stromabwärts suonano una musica tanto punk nell’attitudine quanto folk nelle sonorità, e viceversa. Non tradendo mai la loro natura busking, l’anarcho folk punk suonato da questo collettivo austriaco e registrato nelle otto tracce di Bandvertrag ha esattamente il sapore di una sessione ascoltata a bordo strada, seduti su un marciapiedi tra mozziconi di sigarette e lattine di birra calda. Una marea di strumenti diversi concorre alla costruzione del loro stile, tra banjo, sassofono, concertina, washboard, fisarmonica, kazoo e chi più ne ha più ne metta che in un tripudio di suoni, armonie e ritmi divertenti e coinvolgenti, a metà strada tra una festa popolare e un’improvvisazione tra amici in uno squat. Musica anarcho folk punk sulla falsa riga di certi Rail Yard Ghosts e Blackbird Raum, senza troppi fronzoli né pretese, con la quale gli Stromabwärts parlano di temi che hanno a cuore come i diritti animali, le ingiustizie e l’ecologia, con la giusta dose di emotività e di tensioni di rivolta. Un sincero e immediato album di folk punk anarchico suonato con onestà e trasporto da degli strambi menestrelli austriaci, cosa volete di più?

Pässipilli – Codex (2026)

A volte basta un evento banale per decidere di fondare un gruppo e iniziare a suonare insieme. A volte basta trovare una domra ucraina in un mercato di paese in una città finlandese per guardarsi in faccia tra amici e decidere di tirar su un gruppo folk punk. Questo è quello che è successo ai Pässipilli, trio finlandese impegnato a suonare un crudo, sgangherato e istintivo folk punk, abbastanza rumoroso e arruffato per essere suonato totalmente in acustico e con soli tre strumenti. Ma cos’è questa benedetta domra? Si tratta di uno strumento generalmente a tre o quattro corde di origine russa e ucraina, appartenente alla famiglia dei liuti. Uno strumento della tradizione musicale popolare ampiamente utilizzato dai menestrelli itineranti (skomorokhi) nel XVI e XVII secolo, prima che lo zar Aleksej Michajlovič vieto l’utilizzo degli strumenti popolari. Dalla mia esperienza di ascoltatore di musica folk punk, questo trio finlandese è il primo ad utilizzare uno strumento così particolare nella propria musica e già di per se questa è una caratteristica che, insieme ai testi in lingua finlandese, rende il loro stile personale e originale. Che dire delle quattro canzoni presenti su questa cassettina intitolata Codex? La musica dei Pässipilli suona esattamente come si presentano loro tre in foto: ballate e composizioni dal sapore rurale, sporche e crude, semplici e strambe allo stesso tempo, registrate in maniera totalmente amatoriale ma proprio per questo estremamente intriganti, immediate e coinvolgenti. Canzoni da ascoltare nei boschi, nel capanno di un rudere di campagna o attorno al fuoco nel giardino di casa. Niente più, niente meno per questo ottimo esempio di rurale folk punk finlandese!

Nerost – Poslední piknik (2026)

L’ultimo picnic, questa la traduzione del titolo dell’album di cui vi parlerò a breve. Un titolo che, a parer mio, stride un po’ con le atmosfere evocate dalla musica dei Nerost, trio post-folk originario di Praga. Questo perchè le sonorità dei cechi sono profondamente malinconiche, evocative e atmosferiche, con un tono serio e intimo che accompagna tutto l’ascolto dell’album. Siamo di fronte ad un folk che si distanzia in egual misura sia dagli esempi più tradizionali o revival degli anni 60, sia dal neofolk più o meno contemporaneo. Proprio per questa sua natura è corretto parlare di post-folk, di una musica che ovviamente risente dei migliori esempi del dark folk più recente ma che va oltre, sia per sonorità che per approccio e paesaggi emotivi e mentali dipinti. Basta ascoltare i primi due brani dell’album, Pole e Rosendorf, per immergersi subito in un’atmosfera suggestiva che si districa tra sacralità, riflessività e una dose di epicità. Ci sono pulsioni romantiche così come malinconiche che attraversano le dieci canzoni di Poslední Piknik, in un contesto generale che punta sull’intimità e la delicatezza dell’esperienza di ascolto. Quello dei Nerost è un approccio che non smarrisce la dolcezza pur affrontando la serietà, la paura e lo sconforto delle macerie, della fine o del crollo dei ritmi biologici della natura, tutti temi che vengono raccontanti e affrontati nei loro testi. In questo approccio trova spazio anche un senso del sacro e di rispetto ancestrale da utilizzare come bussola in questi tempi bui, per continuare a scrivere canzoni d’amore anche nel bel mezzo della fine del mondo. Chitarra acustica, mandolino, contrabbasso e fisarmonica, sono queste le armi con cui i Nerost affrontano la quotidianità sotto un cielo che crolla ma che non cessa di esercitare il suo fascino e il suo mistero sulle nostre esistenze. Più di un semplice ascolto, Poslední Piknik è prima di tutto un’esperienza intima e riflessiva che vale la pena darsi la possibilità di vivere.

Catal Huyuk – Scars (2026)

L’atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell’antenato evolutivo di un individuo. L’atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima.

Se nel 1994 l’anarco-primitivista John Zerzan parlò di un futuro primitivo, oggi nel 2026 i Catal Huyuk preferiscono concentrarsi sull’idea di un futuro atavico, ovvero un futuro in cui possano ritornare caratteristiche, abilità, coscienze e pratiche ancestrali di homo sapiens e che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia evolutiva, sia da un punto di vista materiale che spirituale. Un’idea di atavismo che si traduce nella musica suonata dal duo di Portland in sonorità ipnotiche, atmosfere primordiali e un’immaginario così primigenio da perdersi nei meandri della preistoria. Il nome stesso scelto dalla band è un richiamo Çatalhöyük, uno dei primi grandi insediamenti dell’umanità che risale ai tempi del neolitico, in quel periodo della storia umana segnato dal passaggio da una vita nomade a quella stanziale. Quello suonato da Marisa e Marios è uno stile minimalista ma estremamente personale e sfaccettato, che si articola tra le melodie e i ritmi costruiti con soli tre strumenti: box guitar, cymbal e tamburo. Oscuro, ipnotico, psichedelico, ritualistico, il futuro atavico affrescato dai Catal Huyuk ci invita a varcare la soglia del mondo visibile e lasciarci guidare da ciò che non possiamo vedere ma solo percepire, da ciò che sembra non esistere più ma che è inscritto nelle profondità del nostro ancestrale corredo culturale.

Questo minimalismo sonoro dipinge perfettamente scenari e atmosfere che ci catapultano immediatamente in una trance allucinata, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un antico rituale sciamanico in cui non siamo in grado di riconoscere nitidamente voci e suoni, in cui la realtà si mescola a visioni oniriche e i confini tra questo e l’altro mondo si fanno labili e attraversabili. Anche per questi motivi il viaggio che facciamo tappa dopo tappa per discendere negli abissi sonori di Scars è tutt’altro che rassicurante, visto che l’intera esperienza è attraversata visceralmente da pulsioni e tonalità orrorifiche e a tratti realmente angoscianti come solo una trance sciamanica o un rituale sacrificale possono essere. Un rituale in cui a guidarci troviamo la voce spettrale, mistica e cerimoniale di Marisa, che spesso si limita a emettere dei vocalizzi che assomigliano a dei lamenti utili a scandire la trance in cui siamo sprofondati. Ipnotica tanto la parte ritmica costruita dalle percussioni quanto le melodie composte dalla guitar box, entrambe caratteristiche che amplificano l’atmosfera psichedelica e primordiale evocata dalle otto canzoni e rendono ancora più spontaneo immergersi nell’esperienza di ascolto di un album come Scars.

Tra dark folk, psichedelia e richiami al folk horror, la musica dei Catal Huyuk riesce perfettamente nella sua impresa di voler suonare ancestrale e primitiva, così come nella sua intenzionalità di voler accompagnarci verso un futuro atavico tra suoni, sensazioni, immagini e scenari mentali ed emotivi. Non lasciatevi intimorire, varcate la soglia di questo presente distopico alla volta di un futuro atavico.

The Greasy Whiskers – Auld Time (2026)

Di Muschio e Pietra nasce sicuramente da una lunga esperienza negli ambienti punk e diy e da una storia personale di appartenenza a percorsi di lotta di natura anarchica e anti autoritaria, per questo il sottotitolo è “folk e anarchia” e si vuole concentrare principalmente sul folk punk e l’anarcho folk. Ma ciò non significa che i motivi che portano alla genesi di un progetto come questo escludano l’influenza e l’interesse che ha avuto su di me la musica folk nel suo complesso negli ultimi anni, anche in quelle forme ed incarnazioni che poco o nulla hanno a che fare con un’etica punk o un approccio esplicitamente anarchico.

Questa premessa per introdurvi l’album e la band di cui voglio parlarvi oggi, ovvero Auld Time degli scozzesi The Greasy Whiskers. Come loro stessi lo definiscono, il loro stile è un folk transatlantico, nel senso che affonda le proprie radici nella tradizione della musica popolare americana, irlandese e scozzese. Il gruppo è formato da sei musicisti tutti provenienti da regioni geografiche e background stilistici differenti e questo rafforza sicuramente la natura transatlantica della loro musica e la ricchezza di sfumature e influenze, tra ballate country, canzoni bluegrass, melodie gaeliche e accenni vagamente jazz. Differenti strumenti sono co-protagonisti nella composizione delle sette tracce presenti su Auld Time, dal violino all’harmonium, dal banjo al mandolino, tutti suonati con maestria e competenza, con trasporto emotivo e con l’intensità giusta per costruire le atmosfere che richiamano di volta in volta paesaggi e immaginari americani, irlandesi e scozzesi. Al fianco dell’interessante e godibile parte strumentale troviamo l’alternarsi delle voci maschili e femminili che concorrono a donare ancora più sfumature allo stile dei The Greasy Whiskers, oltre che permettere di evocare sensazioni ed emozioni differenti in base all’atmosfera delle varie canzoni.

L’intero album si snoda in un equilibrio perfetto tra composizioni più evocative e riflessive, dal carattere quasi assimilabile a certe incarnazioni drone folk, come nel caso di Hush Hush o dell’incantevole, intima e atmosferica Highland Widow’s Lament, e altre che sono vere e proprie ballate danzereccie, trascinanti e divertenti come MacPherson’s Rant o Cold and Frosty Morning da balli sfrenati per le piazze, nei pub di Edimburgo (dove si esibiscono ogni settimana) o attorno al fuoco. Musica semplice che continua a battere il sentiero della tradizione folk e popolare, pur aggiungendoci la giusta dose di personalità e intensità capace di rendere queste canzoni sempre fresche e irresistibili, tenendo insieme pulsioni sonore diverse in un modo estremamente coerente. Auld Time suona come dovrebbe suonare un album di musica folk tradizionale e questo è quanto basta per rendere il suo ascolto piacevole e convincente. Anche se non si tratta di anacho folk o folk punk, date una chance ai The Greasy Whiskers e non ve ne pentirete!

Giz Medium – More songs about plantsitting (2026)

In un domenica di agosto di più di dieci anni fa, uno sconosciuto menestrello anarcho punk fece la sua apparizione in Casa Occupata Gorizia a Milano, in una delle poche situazioni folk punk organizzare dalla scena hardcore e DIY milanese nel corso degli anni. Questo menestrello di nome Giz Medium originario di Marsiglia, in questi ultimi dieci anni non ha smesso di comporre, scrivere e strimpellare e per fortuna a febbraio di quest’anno ha pubblicato un nuovo album dal titolo More songs about plantsitting, una cassettina autoprodotta di puro, semplice e immediato anarcho folk punk che prosegue nel discorso lirico-poetico-politico e musicale tracciato dal precedente Promance del 2019.

Nelle note che accompagnano l’album, Giz descrive questo nuovo lavoro come un inizio e una fine allo stesso tempo, otto nuove canzoni che nascono da una presa di coscienza che in questi anni nulla è cambiato in senso rivoluzionare a livello personale e globale e perciò da un senso profondo di disillusione, smarrimento e paralisi nei confronti dell’esistente. Affondando le radici in questo substrato di emozioni, le canzoni potrebbero sembrare una raccolta di inni depressi e malinconici; ma questo non è del tutto vero, perchè dai testi così come dal coinvolgimento con cui Giz interpreta i brani si sente un forte bisogno e desiderio di invertire la rotta di questo mondo in cui c’è una reale mancanza di comunicazione tra persone, per costruire/coltivare comunità che possano aiutarci a prendere atto che non abbiamo bisogno della polizia, dei governi, dei padroni per vivere una vita radicalmente diversa, per stare bene insieme e prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene. Questo anelito di libertà e comunità nasce proprio da quelle stesse emozioni di sconforto e impotenza che tutti noi viviamo quotidianamente trovandoci ad affrontare un mondo e un sistema che sempre di più si mostra invivibile, ingiusto, alienante e violento. Sono canzoni che nascono anche e soprattutto dall’intimo e profondo bisogno di costruire l’anarchia nel qui e ora che Giz sente da sempre e di cui non ha mai fatto mistero nel corso degli anni.

Anche per questo desiderio viscerale libertario, More songs about plantsitting è in tutto e per tutto un disco anarcho folk che abbraccia influenze musicali capaci di spaziare dall’anarcho punk a certe tendenze emo-folk recenti, in equilibrio perfetto tra Pat the Bunny e Pigeon Pit. Ogni singola canzone dell’album è allo stesso tempo un manifesto personale e politico, un racconto quotidiano di emozioni comuni, di demoni irrisolti, sogni spezzati così come di speranze incendiarie e ardenti tensioni di rivolta; canzoni da ascoltare e cantare insieme alle persone, agli amici, ai compagni a cui vogliamo bene e con cui cerchiamo di difenderci dagli orrori perpetrati dal cosidetto migliore dei mondi possibili. Giz si dimostra un perfetto bardo nel suo raccontare esperienze personali e al tempo stesso collettive con immediatezza e sincerità, grazie alla sua voce e alla sua chitarra che riescono a costruire atmosfere anche malinconiche e rabbiose con cui è immediatamente facile empatizzare, fare proprie e sentire nel profondo delle viscere.

Siamo stati tutti degli idealisti adolescenti e post-adolescenti anarchici, ma anche se l’insurrezione non è ancora arrivata come ce la sognavamo, noi possiamo e dobbiamo continuare a costruire l’anarchia nelle nostre vite e con le persone che più amiamo e abbiamo vicine. Grazie Giz per questo disco, per queste parole e per questa musica sincere.

I semi nascosti dell’anarcho folk, parte 1

In questi ultimi dieci anni di ascolto variegato e assiduo degli svariati sottogeneri dell’hardcore e del punk, più di una volta mi sono imbattuto in canzoni acustiche e folk totalmente inaspettate poichè suonate da band insospettabili. In questa nuova rubrica voglio quindi parlarvi di questi semi nascosti, ovvero canzoni ascrivibili al più ampio contesto dell’anarcho folk contemporaneo per sonorità, testi, etica e attitudine, ma composte da band e collettivi musicali impegnati a suonare generi molto diversi dal folk in tutte le sue incarnazioni. In questa prima parte incontreremo tre canzoni pubblicate nel 1988, una nella scena hardcore italiana e due in quella inglese. Per il folk e l’anarchia, buona lettura!

Capite Damnare – They Say It’s Safe (1988)

They Say It’s Safe è una canzone anarcho-folk dei Capite Damnare, collettivo musicale anarcho punk italiano degli anni 80. Una nenia sabbatica e pagana cantata a cappella dalla sola voce femminile che richiama la tradizione folk irlandese, una maledizione nei confronti del progresso ecocida e della civiltà industriale che distrugge la natura e la Terra, una visione apocalittica di disastro post-nucleare, una poesia dannata e allo stesso tempo un lamento funebre per la natura che sta scomparendo sotto i colpi della civiltà dello sviluppo senza fine, dell’artificializzazione e del profitto. Un urlo disperato e rabbioso contro l’avanzata dell’energia nucleare, che all’epoca sembrava ineluttabile e veniva spacciata come una soluzione sicura.

Una sofferta ma lucida disamina di ciò che oggigiorno è sempre più evidente, ovvero che la soluzione per invertire la rotta della devastazione ecologica non risiede in un numero sempre maggiore di interventi tecno-industriali (le luci artificiali come metafora nel testo), ma forse nell’accettare di illuminare l’oscurità della notte con le flebili fiammelle di una candela. La Terra sta urlando, sta a noi ascoltare questo grido e farlo nostro, diventando guerrieri e guerriere per la liberazione totale e la fine della civiltà capitalista.

Perchè tanta gente non sente il pericolo? Il mio cuore è pieno d’ansia per la natura e per l’umanità, per il mio futuro bambino che cresce dentro di me.

Sore Throat – A Bow to a Capital (1988)

Nel 1988 i Sore Throat, band appartenente alla scena hardcore punk inglese più estrema e politica, pubblicano un album monolitico come Unhindered by Talent che diventerà poi una pietra miliare di generi come il grindcore, il powerviolence e il crust. Tra le 52 canzoni che compongono l’album, fa capolino verso la fine una canzone che sembra totalmente fuori posto per atmosfera e sonorità in un disco che è a tutti gli effetti un manifesto di estremismo sonoro per l’epoca. Stiamo parlando della splendida A Bow to Capital, ballad folk che si muove in bilico tra le tradizionali canzoni di protesta e la musica popolare britannica. La versione dei Sore Throat è da brividi, non tanto per la qualità tecnica dell’esecuzione ma per il sentimento con cui vengono cantate le liriche del brano e l’attitudine anarchica della band di Huddersfield, caratteristiche che la rendono una ballata straziante ma al contempo ispirante, piena di rabbia incendiaria; una ballata che si inserisce perfettamente nella tradizione della musica di protesta tipica della working class inglese.

Ma per quanto splendida, si tratta di una cover e non di un inedito; difatti l’originale fu scritta e registrata nello stesso anno dal cantautore Pete Pax e pubblicata nel suo album per nulla politico dal titolo A Jerk-Off in the Face of Capital. Non saprei scegliere quale delle due preferisco, ma sicuramente la versione dei Sore Throat è quella che mi ha spiazzato di più la prima volta che mi ci sono imbattuto. Un brano che nelle diverse strofe se la prende in maniera feroce contro il sistema capitalistico, sottolineando gli orrori e le violenze quotidiane che esso perpretrata ai danni degli ultimi, degli oppressi e della classe lavoratrice in generale. Anziani, madri, malati e uomini e donne che vivono in condizioni di povertà, di dipendenze, di violenze o di marginalità, sacrificati sull’altare del profitto da uno Stato che è primo complice del Capitale. Ma se il potere ci vuole inginocchiati e striscianti, il testo ci indica la via da seguire: i potenti e i padroni dovranno pagare per tutta la sofferenza e l’alienazione inflitta.

In this country of blood and steel
Where capitol makes us crawl and kneel
To a pain we were never ever taught to feel

i Sore Throat come si disegnavano loro stessi nel 1988

Chumbawamba – The Diggers Song (1988)

Negli anni Ottanta i Chumbawamba erano sicuramente una delle incarnazioni più originali ed uniche partorite dalla florida scena anarcho punk britannica. Suonavano quello che volevano e come volevano, non limitandosi agli stilemi del genere punk dell’epoca ma pescando a piene mani da differenti influenze e trovando intuizioni personali per sviluppare le loro sonorità. Nel 1988 tutto questo si incarna nella pubblicazione di un disco clamoroso come English Rebel Songs 1381-1984, una raccolta di canzoni e ballate di protesta che copre quasi sette secoli di storia ribelle e musica folk britannica, dedicato a tutti coloro che in ogni epoca storica hanno vissuto l’oppressione sul territorio inglese. The Diggers Song è forse la canzone più famosa, scritta e composta nel diciassettesimo secolo e attribuita a Gerrard Winstanley, leader delle rivolte e delle proteste dei Diggers del 1649. Il testo di questa ballata folk fu pubblicato solamente nel 1894 dalla Camden Society.

Il movimento dei Diggers utilizzò le rivolte e le proteste contro i padroni e i ricchi con l’obiettivo di ottenere il libero accesso alla terra e ai beni comuni. Per fare questo i Diggers non si fecero scrupoli nell’occupare i terreni un tempo comuni che erano stati privatizzati e recintati per lavorarli insieme, senza padroni nè servi, in una forma arcaica di socialismo agrario. Una canzone che i Chumbawamba hanno deciso di riproporre per la sua forza nello smuovere le coscienze e la sua attualità, nonchè per sottolineare una continuità di istanze e lotte comuni a tutti gli oppressi della Storia. Come sottolinea la band inglese nelle note della canzone nell’album, la rivolta dei Diggers dovrebbe insegnarci prima di tutto che un’alternativa di vita non è solo possibile ma anche l’unica per opporsi alla continua rapina e allo sfruttamento imposti dal Capitalismo.

Perchè combattere contro i padroni e i ricchi che limitano sempre di più i nostri spazi di autonomia, che ci opprimono e sfruttano è un impegno da portare avanti con decisione soprattutto nel qui e ora. Facciamo come i Diggers allora, costruiamo l’anarchia rurale e l’autogestione delle nostre esistenze senza padroni e governanti.

With spades and hoes and ploughs, Stand up now, stand up now

With spades and hoes and ploughs, Stand up now

Your freedom to uphold, Seen Cavaliers are bold

To kill you if they could And rights from you to hold

Ancient Hostility – Sing As Loud As You Can (2025)

Canta più forte che puoi. Questo il titolo del primo disco degli Ancient Hostility pubblicato lo scorso anno. Non solo un titolo, perchè la scelta di usare questa frase sembra più un invito a chi ascolta e un chiara presa di posizione. Difatti il duo inglese formato da Simon Barr dei Dawn Ray’d (defunta band black metal) e Ash Ludd degli All in Vain (anarcho folk punk) non nasconde le proprie radici profondamente ancorate nella storia del pensiero e della lotta anarchica; proprio per questo un titolo come Sing As Loud As You Can appare non solo ovvio e sensato ma anche come una chiamata alle armi per non restare in silenzio dinanzi alle ingiustizie e usare la propria voce come un arma contro ogni forma di oppressione che vediamo attorno a noi quotidianamente. Anche il nome stesso scelto da Simon e Ash sembra voler richiamare un sentimento di ostilità nei confronti dei ricchi, dei potenti e degli oppressori più antico ancora della filosofia anarchica, come quello radicato nelle lotte contadine durante la Guerra Civile inglese del 1600 o altri esempi simili di insubordinazione e rivolta di cui è disseminata la storia fin da quando esistono i padroni e gli sfruttati.

Sul lato musicale la proposta degli Ancient Hostility si caratterizza per una riproposizione del canto folk tradizionale, tanto che grandi protagoniste dell’intero album sono le due voci e il loro canto armonico, inframezzate da brevi momenti in cui fanno capolino la concertina e il violino, unici due strumenti suonati nelle varie canzoni in grado di donare maggiori sfumature alla proposta del duo di Liverpool attraverso sonorità di matrice drone folk. In questo minimalismo sonoro costruito sapientemente dalla concertina e dal violino, oltre che dal canto polifonico di Simon e Ash, si possono quindi sentire tanto le influenze della musica folk popolare britannica quanto la riscoperta folk del revival anni sessanta. La scelta di ripercorrere la tradizione del canto folk armonico è stata intrapresa non in un’ottica di nostalgia del passato, ma come strumento per rafforzare la diffusione di messaggi di lotta e resistenza nel qui e ora in una maniera accessibile e riconoscibile. Il passato e la tradizione visti quindi non come mezzi reazionari, ma come messaggeri di storie ed eventi che possono indicarci la via da seguire per continuare a lottare e camminare in una lunga tradizione di resistenze e insurrezioni.

Alcune canzoni come Hammer assomigliano a delle vere e proprie ballate della tradizione folk inglese, anche se poi nel testo si sviscera tutta l’originalità, l’urgenza e l’attualità del messaggio che il duo britannico vuole diffondere: l’odio nei confronti degli oppressori, la violenza dello Stato, la solidarietà tra gli oppressi e gli ultimi che diventa un’arma di resistenza e un sentiero da percorrere per organizzare l’offensiva. In Immigration Van invece il tema centrale è l’immigrazione e la solidarietà nei confronti di persone reali che hanno vite segnate da sogni infranti, speranze, violenze subite e difficoltà materiali che troppo spesso vengono rappresentate solamente come minaccia dalla propaganda reazionaria, fascista e razzista da un lato e come un numero da gestire per le politiche migratorie degli Stati nazione dall’altro. Accanto ai brani più politici e radicali, trovano spazio anche liriche dalla vena più intima e personale come Leaving, in cui si parla di relazioni umane, di sentimenti come l’amore e delle emozioni contrastanti che esso crea, specialmente quando si rischia di farsi del male provando a volersi bene. In un album intenso e sfaccettato come Sing As Loud As You Can, c’è spazio anche per la rivisitazione di Police Patrol, una canzone antimilitarista e contro la polizia, scritta dall’artista revival folk Bob Davenport nel 2005.

Un album che nella sua interezza e nel suo alternarsi tra emozioni di rabbia e tristezza, di tensioni rivoltose e lacrime amare, è allo stesso tempo profondamente personale e radicalmente politico. Gli Ancient Hostility ci invitano così non solo a gridare a gran voce la nostra voglia di resistere e opporci agli orrori perpetuati quotidianamente dallo Stato e dal Capitalismo, ma anche a renderci conto che veramente la solidarietà è l’arma più importante che abbiamo come oppressi per mettere davvero in pratica una vita radicalmente diversa. E allora mentre di questo mondo iniziamo a vederne le macerie, torniamo liberi e selvaggi nelle piazze, torniamo a ballare insieme alla luce di un falò in nome dell’anarchia!

Cuttin’ at the Point – Rough and Raw (2023)

Dalle vette degli Appallachi alle montagne bergamasche il passo è più breve di quel che ci insegna la geografia fisica. Non a caso ascoltando la musica suonata dai Cuttin’ at the Point si viene immediatamente trascinati nelle zone più rurali della regione appalachiana o dei territori del sud degli Stati Uniti d’America, anche se il duo formato da Alioscia e Stefano è originario di Bergamo. Questo perchè i Cuttin’ at the Point pescano a piene mani nella antica tradizione musicale popolare americana anche conosciuta con l’etichetta di “old time mountain music“, quelle sonorità tipiche delle zone rurali e montane apparse a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Ballate, danze e composizioni dal sapore antico, energico, sporco e genuino allo stesso tempo, accompagnate da melodie e ritmi ruvidi e immediati che hanno fatto la fortuna delle canzoni popolari della tradizione folk a stelle e strisce. Una musica profondamente e fieramente “ruvida e grezza” come ci indica il titolo stesso del loro primo album pubblicato nel 2023 e registrato in una stanza suonando di seguito tutte le canzoni senza ritocchi ulteriori, per donare al suono una natura più autentica e vera.

Mentre Stefano si occupa di strimpellare la chitarra, Alioscia si dedica al fiddle e al banjo, strumenti tipici della musica che propongono, dell’epoca storica a cui fanno riferimento e dell’immaginario a cui si richiamano. Come dicono loro stessi, la loro musica è suonata in maniera semplice e diretta, senza troppi fronzoli o virtuosismi e che vuole andare “Dritto al Punto”, per tenere fede al significato originale del nome del loro duo. In questa rivisitazione di ballate e canzoni popolari americane emergono in maniera tangibile i paesaggi dei monti Appallachi e la vita quotidiana della gente comune nelle zone rurali alla fine del 1800 tra miserie, difficoltà, speranze e ben pochi momenti di divertimento e spensieratezza. Musicalmente, ascoltando un album come Rough and Raw, vengono facilmente alla mente artisti contemporanei così come quelli più datati che hanno seguito lo stesso sentiero di Alioscia e Stefano nel diffondere, riproporre e rifarsi alla tradizione della musica popolare americana e appalacchiana: Joseph Decosimo, Matt Heckler, Daniel Sherill, Les Blackwell o Blaze Foley.

Canzoni da suonare, cantare e ballare attorno al fuoco in compagnia, in un bosco o in una festa popolare sparsi tra i monti, così come per le strade di paese o nel giardino di una casa di campagna in compagnia di pochi amici intimi. Niente più e niente meno è la musica dei Cuttin’ at the Point e tanto basta per renderla sempre fresca e divertente pur rifacendosi ad una tradizione musicale che porta su di sè il peso di due secoli di storia. Musica popolare dal popolo per il popolo, ruvida e grezza come le esistenze quotidiane della gente semplice e genuina. Perchè alla fine in una vita di fatiche e miserie, i Cuttin at the Point vogliono ricordarci l’essenza stessa della musica: energia, espressione, euforia e comunicazione.

L’ira del bosco – L’ira del bosco (2026)

Per anni ho sognato da solo e in compagnia di pochissimi complici di organizzare un concerto ai Murmur Mori in qualche squat anarchico milanese o in qualche bosco di provincia. Un sogno che è rimasto sempre sepolto nel cassetto del mio cuore e della mia immaginazione, ma che mi ha accompagnato ogni volta che ascoltavo la musica suonata da Silvia e Mirko, menti, anime e mani dietro al progetto piemontese impegnato a ricostruire, riscoprire e riproporre musica medievale italiana ed europea.

Quest’anno verso febbraio, come un invernale brezza improvvisa che fa tremare i rami secchi e spogli, mi imbatto nel nuovo progetto solista di Mirko, un progetto dall’affascinante titolo L’ira del bosco e ne rimango immediatamente rapito. L’album omonimo è di un fascino unico e raro, suonato esclusivamente dalla lira, senza parole cantate ma con i suoni del bosco registrati dallo stesso Mirko nei luoghi che abita e attraversa. Così la voce del bosco e dei suoi molteplici abitanti non umani e vegetali diventano co-protagonisti e co-compositori nel paesaggio sonoro dipinto da Mirko; questo minimalismo sonoro non è però privo di sfumature e complessità, non solo musicali ma anche e soprattutto di intenzioni, tensioni, ideali e atmosfere.

Come dicevo, gli undici brani presenti nell’album sono composti da Mirko facendo affidamento solo sulla sua amata lira, strumento che suona con una dolcezza e una purezza disarmanti, costruendo grazie alle melodie di questo inusuale strumento medievale paesaggi della mente evocativi ma allo stesso tempo malinconici, sognanti ma contemporaneamente dal sapore dolce-amaro. Le atmosfere evocate dalle varie composizioni sono attraversate da un animo romantico che fa esperienza del sublime, da un senso di riverenza e rispetto ancestrale verso la Natura e il suo mistero e da una spiritualità antica legata al ciclo delle stagioni invece che a falsi dogmi, a divinità onnipotenti e a poteri costituiti.

Se non ve ne foste già accorti, vorrei farvi notare l’interessante gioco di parole contenuto nel nome del progetto, dove le parole lira e l’ira si mescolano evocando un significato più ampio e intenti specifici. Mirko infatti vive in un piccolo paese delle Alpi piemontesi avvolto dai boschi e passa molto del suo tempo in questi luoghi boschivi, sia per ripulirli dalle scorie e dai rifiuti della nostra società industriale-consumista sia per ascoltare i suoni della Natura in cui trova ristoro e ispirazione. Proprio per questo la musica che compone e suona con la suo lira del periodo altomedievale vuole rappresentare una vera e propria presa di posizione critica e radicale nei confronti di una società moderna che si è abituata così tanto ai suoni disarmonici delle macchine da non essere più in grado di ascoltare il canto armonioso dell’avifauna, abituata così profondamente ad amare il caos meccanico che cancella la melodia degli uccelli. A sottolineare questo carattere critico e politico in un senso ecologista del progetto, Mirko ci tiene ad evidenziare che il 50% dei ricavati della vendita virtuale dell’album verranno donati ad associazioni che si impegnano nella salvaguardia degli ecosistemi in giro per il mondo.

Perchè, prendendo in prestito le sue parole, non importa chi siamo e quali siano i nostri interessi, senza le foreste e i boschi saremo tutti morti. E questa presa di coscienza ci accompagna per tutto l’album, perchè solo tenendo a mente la centralità della Natura nelle nostre esistenze addomesticate dalla civiltà del progresso-regresso senza fine, potremmo invertire la rotta in questi bui tempi di ecocidio e antropocene. Sediamoci dunque sotto ad una quercia, vicino al fiume e ascoltiamo la voce del bosco che sicuramente saprà indicarci quali sentieri sono da battere e quali da abbandonare per sempre.

Messaggeri del Passato // Aradia – Omid (2019)

Messaggeri del Passato (ancora una volta titolo saccheggiato ad una canzone dei Sangre de Muerdago) vuole essere una rubrica nella quale fare delle retrospettive su alcuni album e progetti musicali in ambito folk che trovo degni di nota anche se forse negli anni sono passati troppo in sordina e sono sconosciuti ai più. Per donargli giustizia e attenzione, come messaggeri del passato che hanno lasciato un impronta valida e interessante pur senza iscrivere il loro nome nella pietra della Storia della musica folk alternativa. Nel primo appuntamento di questa nuova rubrica ci addentreremo nella musica e nella poetica delle Aradia, band di Portland, e di Omid, disco bellissimo pubblicato nel 2019.

Il nome scelto dalla band vuole essere un omaggio ad Aradia, una strega/dea del folklore europeo che esercitava il proprio potere per danneggiare i ricchi in difesa degli oppressi. La figura di Aradia è diventata nota grazie ad un testo intitolato Aradia, o il Vangelo delle Streghe, pubblicato nel 1899 dal folclorista Charles Godfrey Leland. Nel testo Aradia sarebbe la figlia della dea Diana giunta sulla terra per insegnare agli oppressi e agli sfruttati la stregoneria come mezzo di resistenza sociale e politica. Questo substrato di stregoneria, paganesimo e rivolta degli oppressi anima ardentemente la musica e le tensioni della band di Portland, che dice di ispirarsi alla lotta rivoluzionaria intersezionale e all’antifascismo, contro tutti gli oppressori e al fianco di tutti le oppresse e gli oppresse dalla civilizzazione capitalista.

Aradia, o il Vangelo delle Streghe, di Charles Godfrey Leland

Omid è caratterizzato da una direzione musicale unica nel suo genere, capace di muoversi in maniera armoniosa e coerente tra la musica neoclassica da camera, il dark folk, certe soluzioni eteree del post rock e il neocrust degli anni duemila. Protagonisti indiscussi del suono delle Aradia troviamo la viola e il violoncello rispettivamente suonate da Maria e Brenna, mentre le parti di chitarra e batteria hanno il ruolo di sorreggere e donare forza alla componente più dark folk e neoclassica, conferendo però al tutto un’attitudine bellicosa e minacciosa che chiama in causa in maniera prepotente certe soluzioni neocrust più tipiche a la Fall of Efrara. Una musica che vive di contrasti tra inquieti attimi di quiete e momenti di tenue tempesta, dove a farla da padrona assoluta è una sensazione di costante malinconia e smarrimento che ci prende per mano e ci accompagna tra scenari immaginari segnati dalla devastazione e la perdita causata dal famelico ed ecodica sistema capitalistico. Non a caso l’album si apre con questa famosa citazione di Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile. Lo stesso valeva per il diritto divino dei re.».

Le liriche e le parti cantate-parlate sono quasi del tutto assenti nelle le composizioni delle Aradia, ma l’immaginario e i paesaggi costruiti dalla loro musica si dipingono in maniera chiara e immediata nella mente mentre si ascolta l’intero album: ci sono la rabbia, la frustrazione, la perdita, l’impotenza, la disillusione così come la speranza, tutti paesaggi emotivi che vengono filtrati da una malinconia quasi tangibile che attanaglia l’anima. Una malinconia che però non getta nell’inazione, bensì è orientata a nutrire sentimenti di rivolta e tensioni di resistenza a difesa di ciò che stiamo perdendo, di ciò in cui crediamo e amiamo e che il capitalismo prova in tutti i modi a spazzare via con orrore e brutalità. In questo modo di sentire ed esprimere tensioni di lotta, solidarietà e rivolta si sente un vibrante senso di spiritualità antica e sacra; citando direttamente le parole di Brenna rilasciate in un’intervista a A Blaze Ansuz: Antifascist Neofolk, infatti «È un modo antico di stare insieme agli altri in chiave spirituale, cantando e producendo suoni insieme. Gran parte del contenuto politico di ciò che scriviamo è decisamente spirituale.»

Le sonorità, tematiche, immaginari, ideali ed emozioni condensate in Omid mi hanno ricordato in più di un momento un’altro grande progetto anarcho-folk recente, ovvero dai portoghesi Ruen di cui già vi ho parlato su queste virtuali pagine. Forse l’eredità delle Aradia è confluita nelle visioni e nelle tensioni musicali-politiche dei Ruen in maniera più o meno inconscia. In sintesi quindi potremmo definire la musica delle Aradia come un’ anarcho dark folk post crust evocativo, malinconico e pagano e comunque non basterebbe per descriverne la totalità delle sfumature evocate dalle differenti canzoni o le svariate influenze che vi convivono al suo interno. Quello che si può dire con certezza è che, similarmente alla tradizione musicale folk, le canzoni della band di Portland veicolano un messaggio ben chiaro e netto di protesta e resistenza, una lingua parlata dal popolo per il popolo per costruire un senso di comunità in opposizione netta al dolore, alle violenze e agli orrori perpetrati dall’impero capitalista sulle nostre esistenze, per essere d’ispirazione per tutti coloro che stanno lottando. Tornando a Ursula K.Le Guin, per concludere questa retrospettiva, se il potere del capitalismo appare invincibile come lo fu il diritto divino dei re, allora impariamo a dominare la magia nera donataci dalla dea Aradia e usiamola contro gli oppressori di ogni sorta per un’esistenza radicalmente diversa fondata sulla libertà, sulla condivisione e sulla giustizia!